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Cancel culture, ovvero la tentazione del vuoto

È possibile “processare” la storia, ovvero in un certo senso giudicare i personaggi e le azioni del passato, anche quello più remoto, con il punto di vista e le prospettive del presente? 

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“Il capitano Cook è stato un assassino per l’imperialismo britannico, la regina Vittoria è stata la regista del genocidio. Il colonialismo non sarà mai celebrato ma solo rovesciato. Ascolta, agisci, disturba”.

Con queste parole il 25 gennaio di quest’anno un gruppo di contestatori incappucciati hanno rivendicato il rovesciamento a Melbourne, in Australia, della statua dedicata al capitano James Cook, il cartografo inglese che aprì la strada alla colonizzazione del continente australiano, la cui celebrazione cade ogni anno il 26 gennaio, giorno dello sbarco della prima flotta britannica sulle coste orientali del continente. All’abbattimento della statua dell’esploratore inglese si è aggiunto l’imbrattamento con vernice rossa di un monumento dedicato alla regina Vittoria. Sono questi gli ultimi episodi in ordine di tempo di un’ondata di protesta che ha già preso di mira la memoria di governatori, notabili e professionisti del passato coloniale e che risulta ascrivibile all’espandersi del fenomeno culturale genericamente denominato “cancel culture”, divenuto oggetto di un ampio dibattito a livello internazionale.

Con il termine cancel culture (cultura della cancellazione) si indica la tendenza maturata all’interno di una comunità a esercitare pressioni al fine di colpevolizzare personaggi pubblici o privati accusati di avere fatto, detto o scritto cose giudicate offensive, disdicevoli, inaccettabili. I mezzi solitamente privilegiati dalla cancel culture per organizzare la protesta sono i social media, ma il dissenso ha preso forma anche attraverso iniziative più concrete, come manifestazioni pubbliche, iniziative simboliche e in certi casi atti di vandalismo. Tale forma di protesta si differenzia dal boicottaggio, inteso quale decisione di astenersi dall’acquisto di una determinata tipologia di prodotti, perché la cancel culture esige che quei prodotti cessino di essere messi in vendita, ossia che vengano cancellati dalla circolazione. In quanto a sensibilità e radicalità degli scopi, la cancel culture si differenzia anche dal politically correct, l’orientamento ideologico e culturale affermatosi come corrente di opinione verso la fine degli anni Ottanta, rivolto a monitorare e la corretta adozione di stili di comportamento e di linguaggio verso determinate categorie di persone.

La cancel culture costituisce oggi un termine ombrello sotto il quale sono raccolte una molteplicità di istanze che hanno conosciuto ampia diffusione a partire dal 2017 sull’onda delle proteste maturate negli Stati Uniti contro gli episodi di abusi di potere, disparità e violenze verificatisi nei confronti delle minoranze etniche, delle donne, della comunità Lgbt e, più in generale, di una combinazione trasversale di singoli individui o categorie di persone giudicate vittime a vario titolo di discriminazione da parte di chi opera da posizioni di forza sul piano politico, economico e sociale.

In realtà, la traduzione in pratica dei principi di rispetto ed eguaglianza che stanno alla base della cancel culture ha generato più di una perplessità. Il problema, infatti, risiede alla radice dello stesso movimento e si concentra nella domanda: “qual è il confine tra la tutela dei diritti civili, tra la giusta rivendicazione dei valori di inclusività sociale e il rispetto della libertà di opinione e di espressione?”.

Non è forse un caso che vittima della campagna di cancellazione allargatasi nel corso degli ultimi anni a delta di fiume sul mondo occidentale, sia caduto lo stesso Voltaire, il cui pensiero era stato riassunto all’inizio del XX secolo dalla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall con la celebre formula “non sono d’accordo con ciò che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Accusato di razzismo, colonialismo e antisemitismo, il celebre filosofo francese è stato messo all’indice dalla furia iconoclasta. Nel 2020 la sua statua è stata imbrattata di vernice rossa e da scritte come “Fuck Voltaire” e “Nique ta mère” (fotti tua madre) tanto che le autorità parigine hanno deciso di rimuoverla dal piedistallo sul quale era collocata. L’effetto retroattivo dei giudizi formulati da questo variegato movimento di protesta si presenta come un problema assai serio, che si è tradotto nella disinvoltura con la quale i protagonisti del passato e del trapassato sono stati chiamati sul banco degli imputati, per essere giudicati con severità alla luce dei criteri oggi dominanti e senza alcun riguardo al contesto storico culturale nel quale quegli “imputati” hanno agito o prodotto le loro opere. Assieme a Voltaire sono infatti caduti sotto i riflettori della cancel culture una straordinaria gamma di personaggi del passato: da Aristotele a Cristoforo Colombo, da Mozart a Behetoven, da Shakspeare a Steinbeck, passando per Galileo, Napoleone, Curchill, bollati a vario titolo come violenti, retrogradi, razzisti, misogeni e omofobi. Questo sedicente “Tribunale della memoria” ha quindi allargato le proprie competenze sulla fitta schiera di conquistatori di tutte le epoche, esploratori dell’età moderna, governatori delle colonie, generali della guerra di secessione americana e via dicendo, colpevoli di essere stati celebrati senza che le loro colpe venissero portate con la necessaria severità all’attenzione dell’opinione pubblica.

«Se si consentisse loro di raggiungere gli scopi che perseguono, il risultato sarebbe di fare delle storie di tutte le nazioni, nessuna esclusa, un cimitero culturale». Così scriveva qualche anno fa Massimo L. Salvadori nel suo In difesa della storia (Donzelli 2022), sottolineando come l’analisi critica del passato operata dagli animatori della cancel culture non possa avere nulla a che fare con la sua cancellazione. Gli ideali progressisti ispirati a una puntigliosa osservanza della correttezza, se pur condivisibili in linea di principio, non possono infatti essere branditi come clave per passare al setaccio piccoli e grandi protagonisti della storia dell’umanità, arrogandosi il diritto di mettere all’indice o, peggio, alla berlina tutto ciò che non entra in sintonia con la (iper)sensibilità della cancel culture. Il rischio è quello il assistere al dilagare di nuova caccia alle streghe rivolta a escludere con sacro furore dal panorama culturale internazionale il ricordo e le opere di un’infinità di figure proprio in nome - paradossalmente - di quel diritto all’inclusione, della cui violazione quegli individui si sarebbero macchiati nei secoli passati.

La “tabula rasa” che tale processo parrebbe intenzionato a realizzare appare più simile a un’operazione di “lobotomia della memoria” poiché, come afferma Alessandro Barbero, “non c’è un solo essere umano vissuto al mondo di cui non si possa andare a trovare qualche aspetto per noi sgradevole. La grande maggioranza dei maschi sono stati sessisti, la grande maggioranza dei bianchi sono stati razzisti. Quelle persone erano immerse in un sistema di valori diverso dal nostro, e non erano necessariamente solo libere scelte individuali quelle che le spingevano a prendere una posizione o a non prenderla. Era il bagno in cui erano immersi, il bagno del loro presente” e questo, viene da aggiungere, fino a un passato assai recente.

Attenzione quindi a tirare il passato prossimo o remoto per i capelli, perché il passato è fragile e impotente a difendersi di fronte alle accuse lanciate dai pulpiti della modernità; il passato è nelle nostre mani ed è bene sentirsene responsabili nel maneggiarlo con cura e, soprattutto, con competenza. Attenzione a giudicare la storia con gli occhi del presente, rifiutando di mettersi nei panni di chi è vissuto prima di noi in un mondo che, per molti aspetti, era assai diverso (e non certo solo in peggio) rispetto a quello in cui viviamo oggi.

Non si intende con questo contestare quanto sia lodevole l’intenzione di fare luce sugli elementi negativi che caratterizzano le culture o i personaggi di oggi e di ieri ma, in assenza di una pacata e profonda conoscenza della storia, può risultare fin troppo facile cedere alla tentazione di riscriverla a propria immagine e somiglianza, amputando con l’accetta tutto ciò che non risulta conforme alle categorie con le quali il presente avoca a sé il diritto di giudicare il passato.

Erigersi a padroni della storia, ostracizzare e denigrare i suoi protagonisti, accanirsi sulle loro statue, mettere al bando le loro opere e condannarli a una damnatio memoriae senza appello significa cedere alla tentazione di creare il vuoto intorno a sé, significa mostrarsi incapaci di analizzare con il necessario distacco il pensiero e l’agire umano, di valutare con razionalità e spirito critico la complessa eredità culturale che abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto, di contestualizzare il tutto nei tempi, nella parte di mondo e nel sistema di valori in cui a ognuno è stato dato di vivere.

La storia ci ha consegnato un’enorme quantità di materiale delicato e prezioso, che bisogna essere in grado di leggere e comprendere rifuggendo da affrettate interpretazioni, se non si vuole correre il rischio di vedere la nobiltà dei principi professati certo in buona fede dalla cancel culture sprofondare nel buco nero di quell’intolleranza fondamentalista o totalitaria, che con rinnovato vigore si erge oggi a minaccia del futuro di tutti e di ciascuno.


Crediti immagine: tmprtmpr/iStockPhoto

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