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Crescita demografica, povertà, risorse ambientali

Beatrice Collina esamina il fragile equilibrio del mondo contemporaneo partendo dalle teorie che Thomas Malthus propose alla fine del XVIII secolo e che vennero poi riprese nel Novecento, divenendo oggetto di dibattito tra economisti e ambientalisti. Sullo sfondo, la grave crisi climatica in atto che affianca anche questioni etiche e sociali.

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Alle origini della questione sociale

È a partire dalla fine del Settecento, in particolare nel mondo inglese della Prima rivoluzione industriale, che filosofi ed economisti iniziano a interrogarsi sulla cosiddetta "questione sociale": di fronte a un mutamento radicale delle condizioni di vita, che si manifesta nel rapido inurbamento di grandi masse di persone attratte per necessità nelle fabbriche dei centri industriali, emergono problematiche inedite: il sempre più veloce ritmo di crescita della popolazione, la qualità di vita delle classi lavoratrici, il sorgere di un nuovo tipo di povertà, il vorace consumo delle risorse naturali. In questo contesto, otterrà una notevole influenza il Saggio sul principo della popolazione di Thomas Robert Malthus (1766-1834), pubblicato inzialmente anonimo nel 1798, al quale seguirono altre cinque edizioni. Al centro dell'analisi economica e demografica di Matlhus vi è la convinzione che la popolazione tende a crescere con un ritmo molto più rapido dei mezzi di sostentamento, determinando in questo modo il peggioramento di parte della società che, nella "lotta per la sopravvivenza" si troverà inevitabilmente relegata ai margini in condizioni di povertà. Soltanto introducendo misure "compensative", come il controllo delle nascite, sarebbe possibile per Malthus invertire questa tendenza. Critico nei confronti delle riforme sociali a favore dei poveri, viste come strumenti che non fanno che reiterare il problema senza risolverlo, e scettico nei confronti dei teorici della “perfettibilità”, ovvero dell’idea del miglioramento e del progresso indefinito del genere umano, Malthus inaugura una linea di pensiero che verrà tanto ripresa quanto criticata nei secoli successivi.

Il secondo Novecento e il recupero della teoria Malthusiana

Non è probabilmente casuale che il recupero in epoca più recente della teoria malthusiana avvenga all'indomani della Seconda guerra mondiale. Con la fine del conflitto si assiste, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, al fenomeno del baby-boom: il fermento sociale ed economico che accompagna  gli anni della ricostruzione, l’ottimismo nei confronti del futuro, le nuove opportunità che si affacciano in un mondo percepito finalmente pacificato, quantomeno nei paesi occidentali, gettano le basi per una vera e propria impennata demografica.

È proprio in quegli anni che il biologo e ambientalista Paul Ehrlich (n. 1932), in collaborazione con la moglie Anne, pubblica The Population Bomb (1968), un testo dai toni fortemente allarmistici destinato a suscitare grandi critiche e controversie ma anche, a suo modo, a diventare un punto di riferimento nel dibattito sul legame tra crescita demografica e povertà. In questo lavoro, divenuto uno dei cardini del neo-malthusianesimo, i coniugi Ehrlich sostengono che la crescita esponenziale della popolazione si scontrerà da lì a pochi anni con i limiti fisici delle risorse del pianeta generando gravi carestie e determinando la morte di fame di milioni di persone in tutto il mondo. I detrattori della posizione degli Ehrlich, primo fra tutti l’economista statunitense Julian Simon (1932-1998), hanno sin da subito individuato diversi punti di debolezza nelle loro predizioni, ritenute spesso azzardate e senza reali fondamenti scientifici, a partire dalla convinzione che l’esponenziale crescita demografica sarebbe continuata in modo indefinito e che non sarebbe stata accompagnata da progressi tecnologici e sociali in grado di compensare l’aumento dei bisogni alimentari.

Contro le funeste previsioni neo-malthusiane, già negli anni Settanta del Novecento, si assiste a un fenomeno che pare andare trionfalmente incontro alla risoluzione della mancanza di cibo in vaste aree del mondo, spesso densamente popolate, dal Sud-America all’Asia. La Green Revolution, conosciuta anche come terza rivoluzione agricola, prevede l’introduzione di tecnologie all’avanguardia nel mondo dell’agricoltura: dall’impiego di nuovi fertilizzanti chimici all’utilizzo di varietà vegetali geneticamente modificate e in grado perciò di resistere a contesti ambientali difficili e improduttivi. È in particolare l’India a essere al centro di questo successo tecnologico che lascia intravvedere una speranza nella lotta mondiale alla fame. In anni più recenti, si è assistito tuttavia al rovescio della medaglia e alle conseguenze che nel più lungo periodo questa rivoluzione ha determinato: sfruttamento intensivo e degrado del suolo, inquinamento, perdita della biodiversità.

Per un approfondimento sulle conseguenze della Rivoluzione verde e sulle sfide dell’agricoltura sostenibile: https://www.raiscuola.rai.it/scienze/articoli/2021/11/La-sfida-dellagricoltura-sostenibile-7b2ac861-ac87-469e-a675-3db3a0184310.html

Non solo esaurimento delle risorse ambientali. Tra lotte politiche e questioni morali

La crisi ambientale e climatica che sta caratterizzando il mondo contemporaneo rende queste riflessioni quanto mai attuali. Con una popolazione mondiale che sfiora gli 8 miliardi di persone, il legame tra crescita demografica, povertà diffusa e accesso alle risorse diventa una sfida urgente, ma anche molto delicata in termini politici ed etici. Già a seguito della pubblicazione dei coniugi Ehrlichs, la critica di sinistra aveva posto l’accento sul pericolo che il controllo delle nascite avrebbe potuto comportare in termini di giustizia a livello globale, con imposizioni soprattutto nei confronti delle popolazioni del “Terzo mondo”, delle minoranze o dei gruppi svantaggiati.

Per un approfondimento sul rapporto tra crescita demografica e ambiente, si rimanda all’intervista a Letizia Mecarini, Docente di Demografia presso l’Università Bocconi: https://www.raiplay.it/video/2022/02/Siamo-8-miliardi---Geo---08022022-4b01a3ab-4404-4c73-aba6-e9353eb271c6.html

In anni più recenti, tra coloro che hanno riportato l’attenzione sulle questioni etiche che emergono ogni qualvolta si torni a parlare di controllo della crescita demografica, vi è l’attivista indiana Vandana Shiva (n. 1952). Nel testo Ecofeminism, pubblicato nel 1993, si contesta la visione per cui  crisi ambientale e povertà dipendano dalla crescita della popolazione dei paesi più poveri, quasi a scaricare la responsabilità sugli strati più svantaggiati per preservare gli stili di vita di pochi. Il problema per Shiva consiste nella iniqua distribuzione delle risorse del pianeta nonché nel fatto che una piccola parte degli abitanti del pianeta, nei paesi occidentali, non ha intenzione di modificare un  modo di vivere che brucia quelle stesse risorse a livelli vertiginosi, scaricando in modo ipocrita le responsabilità ancora una volta sui più deboli, già vittime del sistema attuale. Shiva pone tuttavia anche una ulteriore questione: parlare di strumenti per affrontare la crescita demografica, significa inevitabilmente prevedere un controllo, più o meno esplicito, in primo luogo sul corpo delle donne, anche in questo caso a partire dalla popolazione femminile dei paesi più poveri. Se quindi non si può negare l’impatto che il numero degli abitanti del pianeta ha sulla gestione delle risorse naturali, è necessario andare a cogliere le ingiustizie sociali che si nascondono dietro a soluzioni interessate solo a salvaguardare lo stile di vita di una piccola parte di popolazione mondiale.


(Crediti immagine: Slum di Mumbai, Pixabay)

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