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Diversi, ma non inferiori

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX era convinzione comune che gli esseri umani appartenessero a razze diverse. Questa idea fu messa in discussione da antropologi come Franz Boas, grazie a un approccio che riuscì a depotenziare il concetto di razza.

Se c’è una cosa che accomuna gli esseri umani, è il fatto di appartenere tutti a culture diverse. Questa potrebbe essere in estrema sintesi la posizione dell’antropologia contemporanea. Una nozione come quella di uguaglianza ha quindi una collocazione angusta negli spazi di questa scienza umana. Come possono essere uguali gli esseri umani, se le loro culture interpretano il mondo in modo diverso? Ma se non sono uguali, possono essere titolari degli stessi diritti? Nel nuovo millennio la risposta a quest’ultima domanda sembra scontata (anche se poi l’agire contraddice la teoria), ma tra Ottocento e Novecento le cose andavano in modo diverso.

Quando era di moda essere razzisti

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX era convinzione comune che il mondo fosse diviso in razze, ciascuna contrassegnata da tratti fisici e caratteriali differenti. Per esempio, negli Stati Uniti era normale censire le persone sulla base della loro supposta razza o del mescolamento di razze da cui derivavano. Tale diseguaglianza nell’aspetto fisica si rifletteva – secondo molti – sulle capacità e le attitudini. Il mondo culturale si divideva poi tra chi riteneva insormontabili tali differenze tra le razze o chi invece era convinto che un’azione educativa a largo spettro potesse far evolvere le popolazioni più primitive. Era in fondo un’argomentazione diffusa che la colonizzazione di vaste aree dell’Africa e dell’Asia da parte delle potenze europee dovesse giovare ai popoli assoggettati che sarebbero stati i beneficiari di una cultura più avanzata. Portavoce di questa tesi era per esempio il francese Jules Ferry, Presidente del consiglio, al quale però, in un celebre dibattito del 1885, ribatteva George Clemenceau, il quale rilevava come questa argomentazione potesse essere rovesciata contro chi la sosteneva, come era avvenuto all’epoca della guerra franco-prussiana, quando i tedeschi vantavano la loro superiorità morale sui francesi.

Come Franz Boas combatté il razzismo

L’idea che il concetto di razza fosse antropologicamente errato era minoritaria ma qualche studioso la difendeva con pervicacia. Tra gli antropologi che più si sono battuti contro il razzismo un posto speciale è occupato da Franz Boas, come racconta il volume di Charles King, La riscoperta dell’umanità (Einaudi, Torino, 2020).

Trasferitosi dalla Germania negli Stati Uniti, dove lavorava per università, musei ed enti di ricerca, Franz Boas maturò un approccio molto concreto allo studio antropologico: la raccolta di dati, intesi di volta in volta come vocaboli di lingue minori, misure antropometriche, racconti ecc. doveva essere abbondante e rigorosa. Allo stesso tempo, però, Boas si rese conto che il ricercatore non riesce a sottrarsi al punto di vista della sua cultura: è la sua visione del mondo a orientare la raccolta e l’interpretazione dei dati. Boas se ne accorse a proposito delle lingue delle popolazioni primitive, i cui suoni non sono ben sentiti e trascritti dagli studiosi. Ma questa tendenza all’equivoco era presente a suo avviso anche nei musei e nelle mostre etnografiche dove i reperti vengono riuniti per grandi categorie (musica, arti visive ecc.) e poi ordinati per grado di evoluzione. Secondo Boas, questa impostazione tradiva un’errata concezione delle culture i cui aspetti non sono sempre corrispondenti tra loro (non per tutte le culture esiste un’arte distinta dall’artigianato) e inoltre presupponeva un percorso evolutivo identico.

Questo stesso approccio indusse Boas a depotenziare il concetto di razza: i dati che egli raccoglieva provavano la grande variabilità di caratteri all’interno di una stessa razza al punto da rendere impossibile la differenza tra razze. Essi mostravano inoltre l’influsso dell’ambiente che induce determinate trasformazione negli immigrati di seconda generazione: dati alla mano, per esempio, Boas evidenziava come le misure antropometriche dei figli degli immigrati italiani assomigliassero a quelle degli statunitensi di molte generazioni. Sotto i colpi dell’indagine concreta il concetto di razza perdeva dunque valore e si dimostra infondato.

Boas inoltre invitava a superare i pregiudizi condizionati dalla cultura dell’osservatore: se spesso si giudicano pigre le popolazioni primitive, è solo perché sono costrette dagli occidentali a svolgere compiti per loro noiosi e privi di significato, mentre si dimostrano molto più attive e attente in attività fondamentali nella loro cultura, come per gli inuit la difficile caccia alla balena o il viaggio lungo la banchina polare. 

Alla disuguaglianza gerarchica tra razze Boas ha sostituito la differenza tra le diverse culture, affermandone l’uguale dignità.

L’affermazione formale dell’uguaglianza

L’auspicio di Boas di un pieno riconoscimento della pari umanità degli esseri umani delle più diverse culture si raggiunge solo dopo l’apoteosi del razzismo: l’olocausto del popolo ebraico consumatosi durante la Seconda guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra, poi, i genetisti giungono alla conclusione che a fronte delle differenze culturali i gruppi umani possiedono la medesima innata capacità di sviluppo intellettuale ed emotivo, spiega George Friedrickson in Breve storia del razzismo (Donzelli, Roma, 2002): un’uguaglianza che l’antropologia può accettare perché la cultura sarà lo sviluppo successivo di tale capacità, libera e imprevedibile.

I paradossi dell’uguaglianza

Ma l’esaltazione della diversità non è in fondo un’estensione universale di un principio tutto interno alla cultura occidentale? Non corriamo il rischio di scambiare per dato universale la conclusione “soggettiva” a cui è arrivata una singola cultura?

Questo interrogativo sintetizza una riflessione di Pierre André Taguieff in Il razzismo (Raffaello Cortina, Milano, 1999). Lo studioso francese rileva che l’esaltazione della differenza culturale, promossa dall’antropologia, rischia di negare il valore universale dei diritti umani, che non sarebbero altro se non un costrutto culturale dell’Occidente.

Qui trovi un elenco dei diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale del 1948: https://www.amnesty.ch/it/news/2008/l-anniversario-dei-diritti-umani/i-30-articoli-della-dichiarazione-dei-diritti-umani

Si tratta del dilemma dell’antirazzismo che Taguieff esprime con questa formula: «dovere di rispettare le differenze, al fine di preservare la diversità umana; oppure, dovere della mescolanza al fine di realizzare l’unità della specie umana». Tale dilemma rischia di avere un effetto paralizzante sull’agire politico. Per questo secondo Taguieff, occorre assumere come inevitabile il contrasto tra diritti universali uguali per tutti e la loro origine  tutta “occidentale”  e scendere dal piano solo teorico delle soluzioni definitive a quello più pragmatico della scelta del male minore, accettando il principio di difendere il diritto alla differenza subordinandolo a quello dell’universalità: una sorta di rompicapo che appare inevitabile data l’unità e uguaglianza del genere umano nella sua infinità diversità di manifestazioni culturali.


Crediti immagine: Copper Inuit in an umiak at Port Epworth, Northwest Territories (Nunavut), 20 giugno 1915 (Wikimedia Commons)

1 Commenti
C

Calvagna Maria

17 maggio 2022 alle 12:32

Articolo molto esaustivo ed interessante

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R

Redazione

17 maggio 2022 alle 13:47 - in risposta a Calvagna Maria

Grazie mille per il suo commento! Continui a seguirci! La Redazione

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