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Come te lo spiego

L’arte che racconta la libertà

Chiara Pilati racconta come tolleranza e libertà siano rappresentate nell’arte dei giorni nostri analizzando il lavoro di quattro artiste contemporanee.

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«Quand'anche l'intera umanità, a eccezione di una sola persona, avesse una certa opinione, e quell'unica persona ne avesse una opposta, non per questo l'umanità potrebbe metterla a tacere: non avrebbe maggiori giustificazioni di quante ne avrebbe quell'unica persona per mettere a tacere l'umanità, avendone il potere.»

John Stuart Mill 1859 in On Liberty

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

Art. 3 Costituzione

Dal padre del liberalismo moderno al terzo articolo della nostra costituzione la tolleranza nei confronti di chi esprime idee, opinioni, orientamenti diversi dai nostri, di chi ha colore della pelle, religione e origini diversi dai nostri, è alla base della convivenza civile, eppure siamo ancora molto lontani da questa ideale situazione.
Secondo Mill solo a paesi che abbiano raggiunto la maturità, nei quali cioè "si possa migliorare per mezzo di una discussione libera e paritaria", si addice "la libertà di coscienza nel senso più ampio, cioè come libertà di pensare e di sentire, libertà assoluta di opinione e sentimento su qualsiasi tema, pratico o speculativo, scientifico, morale o teologico". Molto probabilmente la maggior parte dei paesi non hanno ancora raggiunto questa maturità.
Diversi artisti contemporanei si interrogano sui motivi delle diseguaglianze, delle ingiustizie e della mancanza libertà della quale da secoli si parla ma ancora non è raggiunta. Fra loro quattro donne, ognuna impegnata a mostrare la necessità di tolleranza della società odierna.

Shirin Neshat

Fotografa e videoartista iraniana, nata a Qazvin nel 1957, esplora la complessità delle condizioni sociali all'interno della cultura islamica con uno sguardo particolare al ruolo della donna e alle sue condizioni nel suo paese di origine.

Oggi Neshat vive a New York ma il suo sguardo è sempre all’Iran. Nel 1974 si trasferì negli Stati Uniti per un periodo di studio e, in seguito alla rivoluzione islamica, vi rimase in esilio.
I suoi primi lavori sono fotografie in bianco e nero di donne velate e primi piani delle uniche parti del corpo che restano scoperte dall’abito tradizionale imposto, come mani, piedi e volti, sui quali l’artista scrive in farsi, la sua lingua originaria, versi di poetesse iraniane contemporanee che combattono per la propria affermazione.

Nelle sue foto sono presenti spesso anche le armi che rendono ancora più dense e significative le immagini: le donne fotografate sono infatti delle guerriere pronte a combattere in nome della propria identità e della propria libertà.
Nel 1999 Shirin Neshat è stata premiata alla Biennale Arte di Venezia per le installazioni video Turbulent e Rapture e, successivamente, nel 2009 ha ottenuto il Leone d’Argento al Festival del Cinema di Venezia con il lungometraggio Donne senza Uomini. Oggi non ha smesso di gridare i diritti delle donne e di mostrare come vengono calpestati. Nella serata del 4 ottobre dello scorso anno, per esempio, contemporaneamente a Piccadilly Circus a Londra e al Pendry West Hollywood di Los Angeles, è stata presentata l’opera d’arte digitale Woman Life Freedom in segno di protesta per la morte di Mahsa Amini in un ospedale iraniano dopo essere stata detenuta dalla polizia morale del regime con l’accusa di non aver rispettato le norme su come indossare l’hijab (il velo).

Il lavoro unisce due opere di Neshat della serie Women of Allah (1993-97): in una due mani rivolte in segno di offerta sono ricoperte da scritte in calligrafia persiana e stringono due proiettili da fucile, nell’altra, l’autoritratto Unveiling (1993), il volto dell’artista è coperta di versi della poetessa e documentarista persiana Forough Farrokhzad.

Donne Senza Uomini - trailer ufficiale - vincitore del Leone d’argento a Venezia nel 2009
https://www.youtube.com/watch?v=saI2YubuWfU

Servizio della Televisione svizzera sull’opera filmica dell’artista
https://www.rsi.ch/cultura/focus/Shirin-Neshat-14950371.html 

Shilpa Gupta

Se la società impone confini fra popoli, idee, territori e pensieri, l’artista indiana Shilpa Gupta li ha indagati e ne ha dimostrato attraverso l’arte l’inesistenza reale, le funzioni arbitrarie e insieme repressive. Il suo lavoro sfida le nozioni prevalenti di identità culturale individuale e collettiva.
Tutta la sua opera è incentrata sullo smontare pezzo per pezzo i limiti e le separazioni che la società impone fra identità culturali, comunità locali, ideologie religiose, appartenenze etniche. Per farlo usa tutti i mezzi espressivi a sua diposizione dall’installazione alla performance, dal disegno al video, dalla scultura al testo.
L'installazione sonora For, in your tongue, I cannot fit, esposta alla biennale di Venezia nel 2019, affronta la violenza della censura attraverso una sinfonia di voci registrate che recitano o cantano i versi di 100 poeti imprigionati per i loro scritti o per le loro posizioni politiche dal VII secolo a oggi. Entrando nello spazio poco illuminato, i visitatori si imbattono in 100 microfoni sospesi sopra altrettante aste metalliche, ognuna delle quali ha infilzato un verso di una poesia. Ogni microfono recita a turno un frammento delle parole dei poeti, pronunciate prima da una singola voce e poi riecheggiate da un coro che si sposta nello spazio. Le parole dei poeti emergono da microfoni dotati di altoparlanti, un dispositivo che Gupta ha adottato in opere precedenti per ricordarci che il microfono non è semplicemente qualcosa in cui parlare, ma un mezzo per trasmettere su larga scala. Qui i microfoni danno letteralmente e simbolicamente voce a coloro che i regimi di tutto il mondo hanno cercato di mettere a tacere.
I suoi lavori sono così coinvolgenti perchè spesso invitano il pubblico a partecipare, a farsi autore dell’opera esso stesso e a porsi come soggetto per avviare una comprensione empatica. Le sue opere scuotono gli spettatori mostrando come siamo tutti, in certo senso, complici dei meccanismi dei grandi apparati di potere. La partecipazione del pubblico gioca un ruolo cruciale nella formazione e nell'evoluzione del lavoro di Gupta, poiché sono gli spettatori stessi ad esserne parte attivando un cambiamento di contesto, sia a livello individuale che pubblico, che modifica l’opera.
Lei stessa definisce il suo lavoro arte di tutti i giorni «perché non amo che sia costretta all’interno di una sola definizione, come forse qualcuno vorrebbe. In questa maniera sono autorizzata a dire che è un’arte che appartiene a tutti. Non ha limiti. L’intersoggettività, in questo modo, dà forma al lavoro ed è dettata dalle nostre scelte, che certe volte sono casuali. La vita è costantemente fluida e anche noi cambiamo in relazione agli altri. Questo è il senso della relazione con l’intersoggettività: qualcosa che non è monolitico».

Per approfondire: http://shilpagupta.com/

Kara Walker

«Io cerco di unire tanti elementi apparentemente distanti fra loro: la violenza con la comicità, il sesso col razzismo, il mito della sicurezza e le fobie contemporanee. Non riesco a vedermi in una biblioteca polverosa a cercare informazioni rilevanti solo per me, il mio è un lavoro per la collettività».
Kara Walker è un’artista afroamericana le cui opere si impongono così prepotentemente all’occhio e alla coscienza dello spettatore e la cui arte è così impegnata nel combattere gli stereotipi razzisti ancora presenti nella società contemporanea, che nel 2007 è comparsa nella lista delle cento persone più influenti dell’anno per la rivista Time.
Kara Walker è nata nel 1969 in California ma si trasferisce adolescente insieme alla famiglia in Georgia, nel profondo sud, dove studia all’Atlanta College of Art e dove si trova ben presto a dover combattere il razzismo del luogo. Le sue opere raccontano di ingiustizie e soprusi attraverso l’installazione, il disegno, la miniatura, il video, il wall drawing fino alla creazione di lanterne magiche, marionette e ombre cinetiche. Ma l’artista è famosa in tutto il mondo per le sue silhouette, figure nere semplici e sinuose che visualizzano i contorni e lasciano solamente intuire i dettagli ma che sono al contempo profondamente turbanti.

La modalità con cui Walker narra le sue storie è semplice e diretta: rielabora gli stereotipi attraverso i quali i bianchi usavano rappresentare gli schiavi alla fine del XIX secolo e ne ribalta il significato. Usando la retorica bianca racconta di torture ed esecuzioni, stupri e violenze ambientati in contesti bucolici e apparentemente rassicuranti.

Fons Americanus (“fontana americana”) per esempio, esposta nel 2019 nella turbine hall della Tate Modern a Londra, ribalta la prospettiva del Memoriale della Vittoria di Buckingham Palace, sbeffeggiando la gloria dell'Impero britannico e commemorandone le vittime. È una fontana realizzata con un materiale che richiama il marmo, alta 13 metri, composta da figure non ben delineate che in modo inquietante spruzzano acqua dagli occhi, dai seni o dalla giugulare.

A Subtlety, or the Marvelous Sugar Baby (2014) invece è un’installazione temporanea allestita nella fabbrica Domino Sugar di Brooklyn prima della sua demolizione composta da una gigantesca sfinge in polistirene ricoperta di zucchero che richiama lo stereotipo razzista della “mammy”, circondata da figure infantili scure che portano cestini e banane. L'installazione riscosse grande successo fra il pubblico e la critica che comprese la forza e la capacità dell’opera di Kara Wolker di suscitare un dibattito sui temi razziali e sulla mercificazione della donna nera.

Nan Goldin

Le immagini di questa artista, simbolo dell’era post-moderna, non hanno bisogno di molte spiegazioni. Nata negli stati uniti nel 1953 Nan Goldin ha vissuto e raccontato la sfrenatezza degli anni ‘80 non da osservatrice ma da vera protagonista. Le sue immagini rappresentano una netta rottura con la tradizione fotografica precedente, quella degli anni ‘60 e ’70 in cui c’era senza dubbio un interesse ai temi sociali e urbani ma nella quale essi venivano mostrati “da fuori” in modo distaccato, reportagistico. Nan Goldin fa della sua stessa vita un diario pubblico che, giorno per giorno, minuto per minuto, racconta un’intera generazione allo sbando, all’ombra di un occidente benestante e capitalista, fra sesso, droga e rock'n'roll.

La serie che fra tutte più rispecchia questo suo modo di lavorare è The Ballad of Sexual Dependency, una raccolta composta da circa 700 immagini scattate tra il 1979 e il 1985, nelle quali Goldin ha fermato le sue esperienze personali negli ambienti underground di New York: la sottocultura gay, l'eroina, il sesso estremo, le drag queen. L’artista trasforma così l'istantanea familiare e intima in un genere artistico. La maggior parte dei protagonisti di Ballad, morirà negli anni Novanta, per overdose o AIDS. Come fa notare Silvia Mazzucchelli in un articolo su Doppiozero, l’immagine di Nan Goldin è quella che Roland Barthes definisce l’analogon perfetto, ovvero la “perfezione analogica”, “un messaggio senza codice”, e di conseguenza immediato, diretto. E le sue stesse parole lo confermano: “la fotocamera è parte della mia vita quotidiana come parlare, mangiare o il sesso”. Vita e fotografia coincidono. Le sue immagini ci arrivano dritte al cuore e ci catapultano in una realtà di eccessi e di emarginazione che, anche se non conosciamo, viviamo insieme a lei per il tempo in cui le guardiamo: la fotografia si fa esperienza non osservazione.

A metà degli anni Novanta il Whitney Museum of American Art le dedica la sua prima importante retrospettiva di mezza carriera, che sancirà il suo successo sulla scena artistica contemporanea. Dal 1995 il lavoro di Goldin si allarga anche ad altri temi sociali e nuove collaborazioni: progetti di libri con il fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, skyline di New York, paesaggi, foto di bambini, famiglie biologiche, genitorialità.

Negli ultimi anni poi la sua arte è diventata attivismo, dopo un passato di droghe pesanti e anni di riabilitazione, nel 2017 Goldin ha rivelato che si stava riprendendo dalla dipendenza da oppioidi e in particolare dal farmaco OxyContin, assunto come antidolorifico per una tendinite. Uscita dalla dipendenza scoprì le responsabilità della famiglia Sackler, proprietaria della società farmaceutica Purdue Pharma e produttrice di OxyContin, per l’immissione sul mercato di un farmaco che crea dipendenza e che ha causato migliaia di morti e con altri attivisti ha intrapreso diverse azioni per portare a conoscenza del mondo questa storia soprattutto all’interno di musei che beneficiavano dei generosi finanziamenti della famiglia come Metropolitan Museum of Art, il Guggenheim di New York,  il Louvre, il Victoria and Albert Museum di Londra. A seguito di quest'opera di sensibilizzazione, molte istituzioni, come la National Portrait Gallery di Londra, hanno rifiutato le donazioni dei Sackler. Nel 2019 la Purdue Pharma si è dichiarata colpevole e ha chiuso con un risarcimento da 8 miliardi di dollari.


Crediti immagine: ©Archivio Storico della Biennale di Venezia – ASAC
Fotografo Italo Rondinella

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Shirin Neshat
Rebellious Silence, 1994
RC print & ink
46 5/8 x 43 3/4 inches (118.4 x 111.1 cm)
© Shirin Neshat
Courtesy of the artist and Gladstone Gallery

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Shirin Neshat
Untitled, 1996
RC print & ink
53 1/4 x 37 3/4 inches (135.3 x 95.9 cm)
© Shirin Neshat
Courtesy of the artist and Gladstone Gallery

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Shirin Neshat
Rapture Series, 1999
Color photograph
24 1/2 x 31 1/2 inches (62.2 x 80 cm)
© Shirin Neshat
Courtesy of the artist, Gladstone Gallery, and Noirmontartproductions, Paris

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Shirin Neshat
Rapture, 1999
Film Still
© Shirin Neshat
Courtesy of the artist, Gladstone Gallery, and Noirmontartproductions, Paris

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Artwork © Kara Walker, courtesy of Sikkema Jenkins & Co. and Sprüth Magers
A Subtlety, or the Marvelous Sugar Baby, an Homage to the unpaid and overworked Artisans who have refined our Sweet tastes from the cane fields to the Kitchens of the New World on the Occasion of the demolition of the Domino Sugar Refining Plant, 2014
Polystyrene foam, sugar
Approx. 35.5 x 26 x 75.5 feet (10.8 x 7.9 x 23 m)
Installation view:
Domino Sugar Refinery, A project of Creative Time, Brooklyn, NY, 2014
Photo: Jason Wyche

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©Archivio Storico della Biennale di Venezia – ASAC
Fotografo Italo Rondinella

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Artwork © Kara Walker, courtesy of Sikkema Jenkins & Co. and Sprüth Magers
Installation view:
Drawings, Sikkema Jenkins & Co., New York, 2020
Photo: Jason Wyche

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Artwork © Kara Walker, courtesy of Sikkema Jenkins & Co. and Sprüth Magers
Fons Americanus, 2019
Non-toxic acrylic and cement composite, recyclable cork, wood, and metal
Main: 73.5 x 50 x 43 feet (22.4 x 15.2 x 13.2 meters)
Grotto: 10.2 x 10.5 x 10.8 feet (3.1 x 3.2 x 3.3 meters)
Installation view:
Hyundai Commission: Kara Walker – Fons Americanus, Tate Modern, London, UK, 2019
Photo: Tate (Matt Greenwood)

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Artwork © Kara Walker, courtesy of Sikkema Jenkins & Co. and Sprüth Magers
Fons Americanus, 2019
Non-toxic acrylic and cement composite, recyclable cork, wood, and metal
Main: 73.5 x 50 x 43 feet (22.4 x 15.2 x 13.2 meters)
Grotto: 10.2 x 10.5 x 10.8 feet (3.1 x 3.2 x 3.3 meters)
Installation view:
Hyundai Commission: Kara Walker – Fons Americanus, Tate Modern, London, UK, 2019
Photo: Tate (Matt Greenwood)

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