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La verità che rende liberi. Lucrezio, la filosofia e la religio

La rivoluzione laica di Lucrezio riscatta la religione da ogni forma di antropomorfismo e promuove il 'culto' della ragione epicurea contro la superstizione che ha schiacciato l'umanità

Una religione instrumentum regni

Polibio, lo storico greco appartenente all'entourage scipionico (a Roma era giunto prigioniero dopo la vittoria di Pidna, nel 168 a.C.), riconosceva nella superstizione religiosa il fondamento più saldo della res publica romana, un formidabile strumento di controllo nelle mani dell'élite senatoria per dominare le passioni istintuali e i volubili umori della moltitudine (Storie 6, 56).

L'analisi di Polibio si può leggere in traduzione sul sito filosofico.it cliccando qui

A Roma la religione è prima di tutto pratica cultuale collettiva, celebrazione di riti pubblici in cui la comunità dei cittadini si riconosce e si identifica. Non c'è atto della vita politica e militare che non richieda una sanzione religiosa e, poiché la conoscenza del culto è appannaggio dell'aristocrazia, la religione assume una funzione strumentale all'esercizio del potere.

Non meraviglia quindi che il messaggio “anti-religioso” di Lucrezio abbia avuto sulla società romana contemporanea un impatto violento e dissacrante, testimoniato dal silenzio che avvolge la memoria del poeta presso i suoi contemporanei.

Le testimonianze antiche su Lucrezio sono raccolte in: Lucreti Testimonia Vitae  (clicca qui per il pdf)

Mentre un'agile presentazione dell'autore è offerta da un video che puoi vedere cliccando qui (canale Youtube di Repetita Treccani)

Lucrezio e la religio

Per Lucrezio la religio è capace di opprimere l'umanità con il suo peso, di togliere ogni gioia alla vita ammorbandola con la paura. Nell'opinione comune infatti la divinità interviene continuamente nelle vicende dell'uomo elargendo benefici o infliggendo punizioni: di qui la necessità di compiere riti di espiazione e sacrifici propiziatori. E la paura degli dei culmina nella paura della morte, che promette pene infernali senza fine. È il trionfo di una concezione mercantilistica, retributiva del rapporto tra umano e divino.

Ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è che il nulla, se riconoscessero che le punizioni ultraterrene minacciate dai vati sono soltanto invenzioni fallaci, allora smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e della paura, da cui ogni male trae origine. Per ottenere questo scopo occorre conoscere le leggi fisiche dell'universo, l'essenza materiale e mortale del mondo, dell'uomo e della sua anima. Ed è ciò che l'entusiasmo missionario di Lucrezio si propone di offrire nel De rerum natura.

Epicuro, eroe guerriero contro la religio

Così, subito dopo il grandioso inno a Venere, e un rapido cenno al piano dell'opera, il poeta rende omaggio a Epicuro, colui che per primo, come Prometeo, osò forzare le porte sbarrate della natura e penetrare le segrete leggi che regolano l'universo per farne dono a un'umanità sofferente: «quando la vita umana giaceva miseramente prostrata a terra, schiacciata dal peso della religio, che mostrava il suo capo dalle regioni del cielo incombendo dall'alto sui mortali (super … mortalibus instans) con orribile aspetto, per la prima volta un uomo greco osò levare contro di lei i suoi occhi mortali e per primo drizzarsi contro di lei (obsistere contra)…» (1,62-67).

Con una potente immaginazione visiva, Lucrezio rappresenta la religio come un mostro che incombe dall'alto del cielo su un'umanità spaventata e succube. Un mostro che abita il cielo perché, come mostrerà la retrospettiva sulle origini della civiltà (5,1186-1240), proprio dall'osservazione dei fenomeni celesti hanno avuto origine tutte le false credenze sugli dei: l'idea che la loro sede sia in cielo, e che essi governino tutti i fatti della natura, la rivoluzione regolare dei pianeti e il ciclo delle stagioni così come i fulmini, i tuoni e le tempeste, manifestazione dell'ira divina per le colpe dell'uomo, ridotto in uno stato di sudditanza terrorizzata e costretto a vuote e superstiziose forme di devozione.

Religio o superstitio?

Lucrezio “risemantizza” il termine religio, recuperando il senso dell'etimologia che collega il sostantivo al verbo religo, «incatenare»: religio indica quindi qualcosa che rende l'uomo prigioniero, e diventa un sinonimo di superstitio, termine che non compare mai nel poema, ma a cui sembra alludere con un provocatorio gioco etimologico l'immagine della religio «che incombe dall'alto sui mortali», super … mortalibus instans (così sembra intendere già Servio nel commento all'Eneide 8,187: secundum Lucretium superstitio est superstantium rerum – id est caelestium et divinarum – quae super nos stant timor). E se il conformista Cicerone distinguerà ancora nettamente la religio, intesa come cultus deorum pius, dalla superstitio, che è timor inanis deorum (De natura deorum 1,117), agli occhi di un osservatore greco come Polibio la pratica religiosa di Roma si identifica tout court con la superstitio (di cui deisidaimonìa, il termine usato da Polibio, è il corrispondente greco).

Il sacrificio di Ifigenia e la paradossale empietà della religio

Il messaggio lucreziano colpisce al cuore il sistema culturale su cui si fonda la società romana, e Lucrezio ne è perfettamente consapevole. Subito dopo avere celebrato l'epica vittoria di Epicuro sulla religio, egli esprime all'aristocratico Memmio, destinatario del poema (e prototipo del lettore ideale cui si rivolge il suo insegnamento), il dubbio che la dottrina epicurea possa apparirgli empia e indurlo ad abbandonare il cammino appena intrapreso. Lucrezio rovescia allora l'accusa di empietà, sollevata d'abitudine dai detrattori dell'epicureismo, contro la religio stessa, capace di generare scelerosa atque impia facta (1,83), come dimostra l'esempio eclatante del sacrificio di Ifigenia, immolata dal padre Agamennone per placare l'ira di Artemide e permettere alla flotta achea, che la dea teneva bloccata in Aulide, di partire per Troia. Lucrezio costruisce una grande scena drammatica (ispirata all'Agamennnone di Eschilo più che all'Ifigenia in Aulide di Euripide, di cui a Lucrezio non interessa il lieto fine), giocata tutta sull'ironia tragica determinata dal contrasto tra il rito nuziale che la ragazza (attirata nel campo acheo con il pretesto di fantomatiche nozze con Achille) crede di celebrare, e l'orrenda realtà del rito sacrificale che solo nell'ultimo fatale istante si rivela alla vittima ignara. L'orrore della morte prematura e delle nozze negate, il tradimento del padre e la vana crudeltà del folle rito di espiazione sono stigmatizzati nella sententia finale, uno dei versi più famosi del poema: Tantum religio potuit suadere malorum, «La superstizione religiosa ha potuto indurre a mali così atroci» (1,101).

Mai più schiavo della religio, l'uomo può essere pari alla divinità

Ma all'umanità la filosofia di Epicuro offre una possibilità di riscatto: la conoscenza delle leggi naturali che regolano l'universo ha permesso a Epicuro di ottenere una vittoria schiacciante e definitiva sulla religio, che pedibus subiecta vicissim obteritur, «messa sotto i piedi è a sua volta calpestata», mentre la vittoria nos exaequat ... caelo, «ci innalza al cielo» (1,78-79). Cacciata dal cielo la religio, rigettata l'idea che gli dei abitino gli spazi celesti, da dove governerebbero le vicende del mondo, all'umanità redenta si dischiude la possibilità, fino ad allora impensabile, di eguagliare la divinità stessa. Lucrezio infatti non nega affatto l'esistenza degli dei, che estranei al mondo, alla sua creazione e al suo ultimo destino, abitano immortali e beati gli spazi celesti tra i mondi (gli intermundia). La loro fondata conoscenza è garantita dalla percezione dei simulacra (le sottilissime pellicole atomiche emanate dagli oggetti sensibili, immagine della forma esteriore, su cui si basa la teoria della conoscenza lucreziana), che i loro corpi di composizione atomica continuamente emettono. Gli dei perciò sono dotati realmente di forma umana, sebbene più grande e più bella di quella mortale, ma godono di una beatitudine imperturbabile, che non ammette coinvolgimenti nelle vicende del cosmo. La vera pietas religiosa è quindi, come insegna Epicuro, «non avere paura del dio, ma cessare dal turbamento» (fr. 384 Usener). Venerare gli dei non può più risolversi nella pratica esteriore del culto, nell'osservare obblighi religiosi che schiavizzano l'uomo. La vera pietas religiosa consiste nell'imitare la perfetta imperturbabilità, l'ataraxìa, di cui gli dei rappresentano il paradigma esemplare. E solo attraverso l'indagine filosofica, che il poema lucreziano propone al suo lettore, l'uomo può conseguire il perfezionamento morale che lo rende pari alla divinità.

Immagine per il box: frontespizio del "De rerum natura" di Lucrezio (via Wikipedia)

Immagine di apertura: "Il sacrificio di Ifigenia", pitture pompeiane (via Wikimedia Commons)

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Lucretius_De_Rerum_Natura_1675_page_1

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