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Libertà di commercio e altri privilegi: le relazioni tra Venezia e Bisanzio

Per parlare del tema della libertà nella Storia, Ludovico Testa sceglie di raccontare la relazione tra Venezia e Bisanzio, legate da commerci e rapporti culturali che finirono per incrinarsi fino alla soluzione drastica e definitiva del doge Enrico Dandolo.

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Passeggiando a Venezia per la splendida piazza San Marco può accadere che lo sguardo venga catturato da un particolare curioso. Si tratta del rilievo scultoreo in porfido rosso posto ad angolo sul fianco meridionale dell’omonima basilica, alla base dell’edifico che custodisce il tesoro di San Marco. Ciò che colpisce è la disarmonia tra l’opera in altorilievo, risalente al IV sec d. C., e il resto del complesso architettonico edificato in più fasi a partire dal XII secolo. Una disarmonia esibita consapevolmente, come le lapidi di epoca romana collocate intere o a frammenti lungo le mura delle chiese e dei chiostri monastici medievali.

L’opera raffigura l’abbraccio tra i quattro Tetrarchi, a testimonianza dell’unità dell’Impero romano nella nuova suddivisione territoriale tra oriente e occidente decisa dall’imperatore Diocleziano. Proveniente da Costantinopoli e quasi certamente dal Philadelphion, una piazza dell’antica capitale romana dedicata all’amore fraterno, il monumento ai tetrarchi giunse in Piazza San Marco sull’onda della violenza, quale parte di un bottino di guerra frutto della degenerazione dei rapporti sviluppatasi nel corso dei secoli tra quelle che un tempo erano le due componenti dell’Impero romano e infine sfociati in aperto conflitto.

Ciò che colpisce, in particolare, è che la testimonianza tangibile di quel conflitto – arricchita anche dai grandi cavalli in bronzo dorato custoditi nella basilica di San Marco e da numerose altre opere d’arte – si trovi proprio a Venezia, tradizionale caposaldo della politica bizantina nell’Europa occidentale e punto di riferimento commerciale per un impero che, a seguito della conquista araba, aveva dovuto rinunciare a gran parte delle sue più ricche provincie.

All’ombra di Bisanzio

La storia di Venezia è indissolubilmente legata a quella di Bisanzio. Alla capitale dell’Impero romano d’oriente la città lagunare deve infatti la nascita, lo sviluppo e le origini della sua immensa fortuna finanziaria. Tutto inizia a prendere forma nel corso della seconda metà del VI secolo e non, come invece tramandato dalla memorialistica veneziana, con le incursioni degli unni verificatesi all’inizio del secolo precedente, terribili e devastanti ma troppo limitate nel tempo per produrre effetti decisivi sugli spostamenti demografici lungo l’antica provincia romana denominata Venetia et Histria. Fu infatti la conquista longobarda e l’estenuante conflitto che a partire dal 568 d.C. per quasi due secoli oppose quell’agglomerato di tribù germaniche ai bizantini – padroni della penisola al termine della guerra greco gotica (535-553) – che spinse numerose popolazioni della regione a insediarsi in via definitiva nella paludosa laguna veneta, fino ad allora in larga parte disabitata, a eccezione di sporadici agglomerati umani dediti alla pesca e alla produzione del sale. Il controllo del litorale veneto, così come larga parte delle coste adriatiche costituirono una priorità strategica per le forze bizantine stanziate in Italia e determinate a proteggere i collegamenti marittimi con la capitale. Anche quando l’erosione dei possedimenti imperiali in Italia culminerà con la caduta dell’esarcato di Ravenna in mano longobarda (751) e con la sostanziale conclusione delle operazioni militari, il territorio costiero che comprende la nuova città di Venezia rimarrà sotto il controllo bizantino.

È qui, in questo arcipelago lagunare che ruota attorno all’isola di Torcello, dove le case degli esseri umani assomigliano ai nidi degli uccelli acquatici, dove i cavalli sono inutili e le barche indispensabili che i veneziani iniziano a tessere le fila di una ragnatela di traffici e scambi destinata a estendersi lungo tutto il bacino del Mediterraneo. Privata dei ricchi territori africani e mediorientali sommersi dall’espansione dell’Islam, Bisanzio fa affidamento su Venezia per rifornirsi del legname, del grano, del ferro e degli schiavi provenienti dall’area adriatica. E Venezia non delude le aspettative, concorrendo a garantire con la sua crescente potenza navale anche la sicurezza delle rotte marittime dalle insidie dei pirati e dalla minaccia mussulmana, che alla metà del IX secolo giungerà a lambire le coste della Dalmazia spingendosi fino a Grado.

Formalmente soggetto alla sovranità dell’impero ma nella sostanza sempre più indipendente, con i suoi duchi (dogi) ormai svincolati dal controllo di Bisanzio e con i suoi vescovi abili nel destreggiarsi tra le dispute teologiche che oppongono greci e latini, il ducato di Venezia solo in una circostanza parve cedere alla tentazione di rompere il legame con la seconda Roma. L’occasione si presentò quando Carlo Magno, consolidato il proprio dominio nell’Italia centro-settentrionale, rivendicò la città quale parte integrante dei propri domini. Le due imponenti flotte da guerra inviate tra l’806 e l’808 dal basileus Niceforo I fugarono ogni dubbio circa la determinazione di Bisanzio a difendere la propria enclave, convincendo il re caroligio ad accettare lo status quo, in cambio della sovranità su tutta la vecchia provincia della Venetia et Histria e del riconoscimento del titolo di imperatore (limitatamente però al popolo dei franchi e dei longobardi) concesso dai sovrani bizantini.

Sulle origini di Venezia leggi questo breve articolo https://www.imperobizantino.it/la-venezia-bizantina/
o guarda questa più lunga lezione: https://www.youtube.com/watch?v=pJnAxCRHmhQ

Un legame preferenziale

Venezia è lontana da Bisanzio ma il legame tra le due città trova espressione in una trama fittissima che si sviluppa tanto sul piano culturale, del quale l’influenza artistica bizantina nella città lagunare costituisce la più evidente manifestazione; quanto sul piano dei legami matrimoniali, volti ad assicurare un vincolo di sangue tra la corte di Bisanzio e l’aristocrazia veneziana, che sul piano politico attraverso l’attribuzione da parte degli imperatori di titoli onorifici ai dogi e ai loro figli, allo scopo di inserirli nella gerarchia nobiliare dell’impero, rafforzandone in tal modo fedeltà e subordinazione. È però soprattutto sul piano commerciale che si consolidano i vincoli tra le due sponde del Mediterraneo. Bisanzio costituisce infatti non solo il porto di sbocco per le merci che giungono dall’Adriatico, ma anche uno dei più grandi empori dell’età medievale, una finestra aperta sul mondo arabo con le sue spezie, i suoi tessuti, i suoi profumi e le sue materie prime, tutte merci sempre più richieste in un'Europa che, a cavallo dell'anno Mille, sta faticosamente uscendo dal provincialismo dell’età feudale. Attraverso Venezia e, se pur in misura minore, le altre repubbliche marinare cresciute sulle coste della penisola italiana, l’Oriente si avvicina all’Occidente beneficiando dell’intermediazione offerta da Bisanzio, la cui lotta per l’esistenza di fronte all’inesorabile avanzata dell’Islam è spesso intervallata da lunghi periodi di tregua, duranti i quali fioriscono i commerci e gli scambi culturali.

Il legame preferenziale con Venezia costituì un elemento fondamentale per l’Impero bizantino, costretto a difendersi dai pericoli provenienti non solo dal mondo islamico, ma anche da quello cristiano. La politica fiscale adottata dagli imperatori si rivelò in tal senso uno strumento assai efficace a garantire la lealtà dei dogi. In tale chiave va interpretata la bolla d’oro (crisobolla) emanata nel 992 dall’imperatore Basilio II, che ridusse drasticamente i dazi imposti alle navi veneziane, suscitando la profonda gratitudine del doge Pietro II Orseolo. Quando, pochi anni più tardi l’imperatore invitò Venezia a estirpare la piaga dei pirati dalle acque dell’adriatico e a liberare la città di Bari dall’assedio dei saraceni – endemica minaccia per i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale – entrambe le richieste vennero esaudite dalla marina veneziana con rapidità ed efficacia.

La solidità delle relazioni tra i due governi registrò un’ulteriore conferma con l’affermazione della dinastia dei Comneni alla guida dell’impero (1081-1185). Venezia offrì a Bisanzio un nuovo e decisivo contributo nel respingere l’offensiva dei normanni i quali, dopo avere liquidato i possedimenti bizantini nella penisola italiana, miravano a impadronirsi di entrambe le sponde del canale di Otranto. Nel 1082 L’imperatore Alessio I Comneno ricompensò l’alleato con una nuova crisobolla, che apriva ai mercanti veneziani il libero commercio all’interno dell’impero, esentandoli dal pagamento di dazi e destinando loro un quartiere della capitale.

L’abbraccio mortale

La crisobolla del 1082 rappresentò una svolta fondamentale nell’ascesa della potenza veneziana e, nello stesso tempo, costituì un presupposto rilevante per il lungo processo di decadenza dell’Impero bizantino. Se da un lato la Repubblica di Venezia poté infatti approfittare al meglio della libertà di commercio acquisita, accumulando in breve tempo enormi ricchezze, tale privilegio, unito alla pesante tassazione cui erano soggetti i sudditi dell’impero, inibì lo sviluppo di un solido ceto medio bizantino dedito al commercio e capace di imprimere impulsi modernizzatori al sistema economico, così come stava invece avvenendo nell’Europa occidentale.

La ricchezza, si sa, rende superbi e i veneziani lo diventarono oltremisura, moltiplicando i comportamenti altezzosi e sprezzanti verso i bizantini e verso gli stessi sovrani. Nel 1119 Giovanni II Comeno, figlio e successore di Alessio I, comprese il rischi di una crescente dipendenza dall’alleato insiti nella crisobolla del 1082 e decise di annullarla. La reazione di Venezia a salvaguardia della libertà di commercio acquisita diede origine a un conflitto, breve ma sufficiente a indurre l’imperatore a riconfermare i privilegi concessi dal suo predecessore. Le relazioni tra Venezia e Bisanzio si avviarono da allora su un piano inclinato, fatto di rancori e di sospetti, lungo il quale ai tentativi condotti dall’impero per svincolarsi dal soffocante abbraccio della potente alleata corrisposero le contromisure militari e diplomatiche adottate dalla Repubblica in difesa della preminenza acquisita nel commercio con il Levante. Quando nel 1185 alla dinastia del Comneni successe la debole dinastia degli Angeli, l’ambiguità della corte bizantina nelle relazioni con Venezia crebbe ulteriormente, spingendo il doge Enrico Dandolo a prendere in considerazione una soluzione drastica e definitiva.

L’occasione venne offerta dalla IV crociata, i cui esiti sono ampiamente noti e della quale il monumento ai tetrarchi, i cavalli di bronzo e molte altre opere d’arte custodite nell’edificio del Tesoro di San Marco costituiscono perenne testimonianza.

(Crediti immagine: Wikimedia Commons)

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