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Libertà e ossessione

Come si può essere davvero liberi se si è preda dell’ossessione? I disturbi ossessivo-compulsivi, di cui si è occupato anche Freud, sono una vera e propria prigione per chi ne soffre, tanto che si parla di una sorta di “cortocircuito mentale”. La strada per la liberazione, quando i casi sono gravi, passa necessariamente attraverso la collaborazione e l’aiuto. 

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Come per la filosofia, anche per le scienze umane la libertà costituisce un problema ostico, perché il semplice fatto di spiegare il comportamento umano introduce delle cause o dei fattori determinanti, che mettono in forse la libertà del singolo. Lo stesso Sigmund Freud, in effetti, asseriva con forza il determinismo dei fenomeni psichici. Forse, in questo caso, non era in discussione libertà umana, quanto il fatto che i comportamenti umani non siano spontanei, ma causati da un qualche fattore. Possiamo però circoscrivere il problema della libertà a un singolo caso, quello di una mente che non si sente affatto libera, perché succube di pensieri e comportamenti ossessivi.

Il rischio di lavarsi le mani

Lavarsi le mani è un atto normale e salutare, specie in periodo di Covid. Ma si può dire lo stesso se una persona passa più di un’ora al giorno a lavarsi le mani? E se ricomincia non appena ha finito, perché qualcosa le suggerisce di non essersi pulita al meglio?  Spesso, notano gli psicologici, i rituali di pulizia sono le prime forme di manifestazione di un disturbo ossessivo-compulsivo, ossia l’impulso a compere ripetutamente un certo atto oltre ogni logica e buon senso. Di fronte a comportamenti simili, la psicologia e la psichiatria si interrogano sia sulla loro origine sia sulla possibilità di liberare il paziente da questa sorta di prigione interiore.

Le ipotesi di Freud

Comportamenti ripetuti e ossessivi lasciavano perplesso Freud. Lo psicanalista austriaco parlava di nevrosi ossessiva. In un breve scritto del 1894, Ossessioni e fobie, afferma che i comportamenti ossessivo-compulsivi sono una forma di sostituzione, come nel caso teatrale di Lady Macbeth, che lavandosi le mani vorrebbe pulire la propria coscienza gravata dalla colpa dell’omicidio del re. Con questa sostituzione il paziente intende allontanare dalla consapevolezza una “rappresentazione o un ricordo penosi”. La sostituzione non cancella però lo stato emotivo doloroso connesso alla rappresentazione. In un secondo tempo, tornando su questi temi forte di una visione più complessa dell’interiorità, Freud concepisce la nevrosi ossessiva come espressione del conflitto tra la componente istintiva-pulsionale, l’Es e quella morale, il Super-Io. Questo contrasto affonda le sue radici in una mancata organizzazione genitale della libido, l’energia primordiale dell’individuo, che ha dato luogo a un Io limitato, soggetto a impulsi fortissimi da parte dei suoi due “padroni”. L’Io mette allora in atto comportamenti sintomatici che sono una paradossale forma di soddisfazione. Cosa che spiega i comportamenti ma anche la soddisfazione che possono generare (il cosiddetto tornaconto secondario della malattia). Freud stesso si stupiva della varietà di manifestazioni delle ossessioni e formulava le sue ipotesi con molta cautela tra dubbi e incertezze.

Un altro approccio

È tipico della psicoanalisi cercare un significato nei sintomi di un paziente. Ma questo approccio, a giudizio di molti psicologici, risulta vano di fronte alle ossessioni. Secondo lo psicologo Ezio Sanavio, autore del volume Ossessioni. Perché ne siamo vittime e come uscirne (Il Mulino, Bologna 2014), capire l’origine profonda delle ossessioni è una sfida difficile da vincere: vi sono studi che mettono in rilievo i fattori neurologici, come deficit di memoria o incapacità di mettere in atto un controllo inibitorio; altri puntano il dito su fattori genetici e familiari, perché spesso le vittime di ossessioni sono parenti di altre vittime; in alcuni casi si nota una correlazione tra ossessioni e compulsioni e un esagerata convinzione nella propria responsabilità verso gli eventi, o un’esagerata valutazione di un pericolo o altre forme ancora di errori cognitivi; inoltre, c’è chi nota che la ritualità dovrebbe svolgere una funzione tranquillizzante, come avviene nel caso dei rituali infantili. Infine, la psichiatra Judith Rapoport, autrice di Il ragazzo che si lavava in continuazione (Bollati Boringhieri, Torino 1994) è convinta che i comportamenti ossessivo-compulsivi si radichino in schemi comportamenti profondi e innati. Per qualche ragione, però, si attivano in modo disfunzionale rispetto alla vita del paziente.

Questa lunga serie di ipotesi evidenzia la difficoltà di fornire un quadro chiaro del problema delle ossessioni e delle compulsioni. Quale che sia la loro origine, questi disturbi non rendono sereno il malato, che è tormentato da una prigionia che si è autoinflitto e di cui si vergogna.

Cosa sono le ossessioni e le compulsioni? Trovate qui qualche chiarimento. https://www.treccani.it/enciclopedia/disturbo-ossessivo-compulsivo_%28Dizionario-di-Medicina%29/

In breve, si può dire che le prime sono pensieri che emergono nella mente del malato senza che questi possa riuscire a controllarli. Le seconde sono invece azioni che il malato non riesce a non compiere. In entrambi in casi non si tratta di eventi casuali, ma di pensieri o azioni che si presentano con una frequenza superiore alla norma e che sono avvertiti dal paziente come se fossero estranei alla sua volontà.

Le strade per la liberazione

Come arriva la liberazione da questa sorta di prigione personale? Molti terapeuti mettono l’accento sul valore delle terapie comportamentali. Si tratta di un approccio al problema rovesciato rispetto a quello della psicoanalisi: mentre per quest’ultima i comportamenti ossessivo-compulsivi sono sintomi di un conflitto più profondo, i comportamentisti prendono le mosse da ciò che è visibile, ossia il comportamento, nella convinzione che sia modificabile e che il suo cambiamento si rifletta in seguito sugli stessi pensieri del paziente. Lo psicologo Lee Baer in Come raggiungere la padronanza e il controllo di sé (Bompiani, Milano 2002) spiega questo principio, una forma di adattamento, con esempi molto semplici: vivere accanto a una stazione ferroviaria, con il tempo, ci rende insensibili al rumore continuo del passaggio dei treni, un bambino che dorme al buio impara a non aver paura dei mostri ecc.

In termini più tecnici, la terapia spesso usata nei confronti dei comportamenti ossessivo-compulsivi è quella della esposizione e prevenzione della risposta, che consiste nel porre il paziente di fronte alla situazione che teme e nell’impedirgli di mettere in atto il rituale usuale o nel ritardarne l’attuazione. Le testimonianze di vari specialisti provano che questa terapia nell’arco di un tempo variabile provoca una diminuzione degli impulsi.

È dunque questa la strada per liberarsi dalle proprie ossessioni? Non solo e non sempre. Talvolta occorre anche una terapia farmacologica; in alcuni casi poi le resistenze del soggetto sono difficilissime da superare: che fare, infatti, quando le ossessioni sono solo pensieri e non si trasformano in comportamenti modificabili? E quando un paziente è convinto della validità dei suoi comportamenti o è affetto da depressione? Qui la terapia comportamentale sembra dover gettare le armi, ma ricorda Sanavio, si può tentare la strada di trattamenti ispirati alla psicologia cognitiva.

Quest’ultima, infatti, concentrandosi sulle forme del pensiero, ha individuato alcuni meccanismi tipici dei disturbi ossessivo-compulsivi, che il terapista deve cercare di modificare, come un’errata considerazione dell’ansia, o una sovrastima della capacità di controllare i propri pensieri.

Per questo, oggi il trattamento psicologico per i casi di disturbi ossessivo-compulsivi è di tipo comportamentale-cognitivo, come suggerisce l’AIDOC, l’Associazione Italiana Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Qui trovi il sito dell’Aidoc: https://aidoc.it/
Per saperne di più sulla terapia cognitivo-comportamentale è utile consultare il sito dell’Istituto Beck https://www.istitutobeck.com/istituto-beck

Collaborare per la libertà

Il caso delle ossessioni pone quindi di fronte a un singolare caso di conflitto tra libertà e costrizione, che ha una natura del tutto individuale e che nasce da una sorta di “cortocircuito mentale”. La strada per la liberazione, quando i casi sono gravi, passa necessariamente attraverso la collaborazione e l’aiuto, quasi a indicare una verità più generale, ossia che la libertà, forse persino quella interiore, non è frutto di isolamento, ma di collaborazione.

Crediti immagine: Pixabay

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