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Cinema e forme di governo

Dal Re Sole ai nostri giorni. Una carrellata di film che mettono al centro i meccanismi del potere nelle sue varie forme. Da quello assoluto del Re Sole alla monarchia costituzionale britannica, dal dietro le quinte del presidenzialismo francese alla ferocia dei regimi che si sonno arrogati il merito di aver realizzato il “socialismo reale”. Insieme a un film quasi “astratto”, “Il signore delle mosche”, che analizza il lato oscuro del potere, la tendenza forse innata che conduce alla sua sclerosi, alla nascita “quasi naturale” di forme di oppressione.

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La presa  del potere da parte di Luigi XIV, di Roberto Rossellini, Francia 1966

Verso il potere assoluto: così Luigi XIV, destinato a essere ricordato come il “Re Sole”, diventa l’incontrastato padrone dello Stato francese. Il potentissimo cardinale Mazzarino sta per morire: sulle sue spalle, per diversi anni, si è retta la politica transalpina, in attesa che Luigi arrivasse alla maggiore età. Ora quel momento è arrivato, e molti si domandano se il re sarà in grado di prendersi sulle spalle così pesanti responsabilità. Ben presto tutti, a partire dai nobili, si accorgeranno che la risposta è “sì”. Il re, ormai nel pieno delle sue funzioni, inizia subito ad accentrare tutto il potere, dà inizio alla costruzione della Reggia di Versailles, imbriglia la corte frustrandone le beghe e gli imbrogli. Insomma, dà il via al modello compiuto dell’Assolutismo, una forma di governo accentrata nelle mani di un uomo solo, responsabile in tutto e per tutto della scelta dei suoi collaboratori e delle decisioni dello Stato. Roberto Rossellini, con precisione stupefacente, ricostruisce l’ambiente di corte, il dettagliatissimo cerimoniale, lo sfarzo sfolgorante. Una vera e propria lezione di Storia attraverso le immagini.

The Queen – La regina, di Stephen Frears, Gran Bretagna 2006

Dalla monarchia assoluta a quella costituzionale, dalla Francia del Seicento alla Gran Bretagna dei nostri giorni. Ancora una volta al cinema interessa il dietro le quinte del potere, l’indagine sui meccanismi delicatissimi che sfuggono al primo sguardo, ma che condizionano il funzionamento, la stabilità, lo sviluppo dell’apparato statale. Là, a Versailles, l’accentramento assoluto nella figura di un Sovrano che tutto può e tutto decide; qui, a Buckingham Palace, la fragilità di una monarchia appesa da sempre al giudizio severo dei cittadini, “sudditi” di Sua Maestà solo verbalmente, ma in realtà ben decisi a esprimere il proprio giudizio sulla famiglia reale e sul funzionamento dell’istituto monarchico. Il film è ambientato nel 1997, all’epoca della tragica morte della principessa Diana. La regina Elisabetta in un primo momento ha una reazione sbagliata, che rischia di compromettere la profonda stima di cui ha sempre goduto presso i britannici. Le verrà in aiuto il giovane primo ministro laburista Tony Blair, in carica da pochi mesi. Il carisma di  Lady Diana, definita “Principessa del popolo”, viene riconosciuto (forse solo per convenienza politica…) anche da The Queen, la Regina Elisabetta, che così salva la sua immagine messa a quel momento fortemente in pericolo. Le vie del potere sono infinite, anche in una monarchia parlamentare (e secolare) come quella del Regno Unito.

Il signore delle mosche, di Peter Brook, Gran Bretagna 1963

Che cosa succederebbe se le persone fossero assolutamente libere di darsi la forma di governo che realmente desiderano? Come uscirebbero dallo “stato di natura”? Nascerebbe un mondo senza sopraffazioni, in cui i diritti di tutti sarebbero garantiti? Belle (e eterne) domande, alle quali cerca di rispondere questo film distopico, tratto dal romanzo omonimo (1954) dello scrittore britannico William Golding. Siamo nel 1984, ovvero nel futuro, se consideriamo gli anni del libro e del film. Alcuni ragazzi sono stati evacuati dalla città inglese in cui vivono perché è in corso un conflitto atomico. Il loro aereo cade su un’isola deserta, e i giovani sopravvissuti si trovano a dover lottare, senza l’aiuto di nessun adulto, per sopravvivere. Decidono quindi di dividersi in due gruppi, uno per organizzare le strutture in cui accamparsi e difendersi da eventuali pericoli, l’altro per procurarsi il cibo. Sembra senz’altro la soluzione migliore, ma ben presto iniziano i contrasti. Qualcuno ha scorto un animale mostruoso levarsi dal mare, che sarà mai? Una visione del ragazzo o un pericolo reale? E come organizzare la difesa? Presto si fanno strada le superstizioni, che spingono ad offrire sacrifici a un idolo inventato di sana pianta; poi emerge fortissima l’intolleranza, con i rapporti tra i ragazzi che inevitabilmente e irreparabilmente si guastano; e infine arriva la violenza. Il potere e i suoi meccanismi malvagi sembrano davvero invincibili. Siamo sicuri, oltre mezzo secolo dopo la scrittura del romanzo e la realizzazione del film, che scrittore e regista non avessero (malauguratamente) ragione?

La cuoca del presidente, di Christian Vincent, Francia 2012

Un altro “Re Sole”, questa volta democraticamente eletto, il presidente francese François Mitterrand, al potere dal 1981 al 1995. Quattordici anni non sono davvero pochi, soprattutto se si tiene conto dei poteri che la Costituzione francese attribuisce a Monsieur le Président, una sorta di vero e proprio “monarca repubblicano a tempo” (dal 2002 il suo mandato è stato tuttavia ridotto da sette a cinque anni). E dunque, approfittiamo di questo privilegiato “buco della serratura” per spiare, insieme alla sua cuoca di fiducia, il privato di un personaggio così importante. Mettiamo a confronto, dopo aver visto il film di Rossellini, la sfarzosa corte di Versailles con gli ambienti dell’Eliseo, i perfetti servitori di adesso con i lacché impettiti di allora, i ministri scelti per la loro competenza (o almeno si spera…) con la pletora di nobili che si combattevano strenuamente per assicurasi il “privilegio” di contribuire alla vestizione del Re. La pellicola di Vincent tratta solo in seconda battuta del potere. Il suo interesse principale è per l’umanità della cuoca, la sua passione sincera per la cucina, la bontà genuina dei suoi piatti, che ingolosiscono il Presidente e gli donano rari e ricercati momenti di serenità. Il potente ha un suo privato, la democrazia permette di fare un’incursione in questa dimensione senza rischiare il reato di lesa maestà. Tutto sommato è un bel progresso, non siete d’accordo?

Morto Stalin, se ne fa un altro, di Armando Iannucci, Gran Bretagna 2017

È morto Stalin, anzi no. Tutti i più alti funzionari dell’onnipotente Partito comunista dell’Unione Sovietica pensano a come conquistare il potere, ora che il sanguinario dittatore sembra finalmente aver tirato le cuoia. In realtà, però, il Capo Supremo non è ancora defunto: l’emorragia cerebrale che lo ha colpito il 28 febbraio 1953 lo ha reso incosciente, ma ancora i medici non disperano di salvarlo. La morte arriverà solo due giorni dopo, due giorni durante i quali la lotta per conquistare il potere diventa sempre più feroce, senza esclusione di colpi. Che agghiacciante tristezza, che malignità della Storia, vedere in quale tragico vicolo cieco è finita la rivoluzione bolscevica del 1917. Tutte le speranze sollevate allora sono naufragate in un meschino balletto di corrotti e avidissimi e crudelissimi funzionari, pronti a tutto pur di non finire nel meccanismo delle “purghe” perfezionato da Stalin, e di cui ognuno di loro è stato complice fino in fondo, condividendone ogni colpa. Lo straordinario film di Iannucci gioca su due piani: quello della storia, mettendo in scena personaggi realmente esistiti e seguendone le mosse compiute per restare in sella e, eventualmente, scalzare gli altri; e quello del grottesco, portandone in luce i gretti difetti e la fame del potere per il potere, mentre si fa credere al popolo sovietico e ai comunisti di tutto il mondo che si farà ogni cosa per rendere omaggio al “Padre dei lavoratori”, santificato dal culto della personalità.


(Crediti immagine: Pixabay)

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