I sistemi elettorali (giugno 2014)

5. Sistemi elettorali e sistemi di partito

Francesco Tuccari
 
Un’interazione essenziale. Dobbiamo ora vedere come funzionano i sistemi maggioritari e proporzionali nei diversi «sistemi di partito», soprattutto in relazio­ne alle due esigenze del «rappresentare» e del «governare». Analizziamo nell’ordi­ne i sistemi maggioritari «puri», i sistemi pro­porzio­nali e poi i sistemi maggioritari a doppio turno, che fanno caso a sé.
 
I sistemi maggioritari a turno unico. In linea generale i sistemi maggioritari «puri» – e cioè a turno unico, in cui si vince nei singoli collegi con la sola maggioranza relativa dei voti – sono adottati e funzionano in modo adeguato nei sistemi bipartitici (come accade ad esempio nel Regno Unito). In tali contesti, quei sistemi producono un chiaro vincitore non soltanto – co­me abbiamo visto – nei singoli collegi, ma anche su scala nazionale. Vince, infatti, il partito che, con i suoi candidati, si aggiudica il maggior numero dei seggi in palio nelle singole competizioni di collegio, si trattasse anche solo di un seggio in più. E che, forte della maggioranza in parlamento, può poi procedere alla formazione del governo e governare saldamente. Al tempo stesso, tuttavia il maggioritario a turno unico produce, anche nei sistemi bipartitici, rilevanti effetti dis-rappresentativi. Li produce sempre – com’è ovvio – a livello di singolo collegio, dove è uno solo il candidato-partito vincente e dove quindi gli elettori del candidato-partito perdente risultano alla fine non rappresentati, anche per un solo pugno di voti. Ma può produrli anche, almeno in via teorica, a livello più generale. Se infatti in tutti i collegi risultassero sempre vincitori per un solo voto i candidati del partito A, avremmo un parlamento interamente composto da rappresentanti di A a fronte di un paese che in realtà è spaccato a metà tra elettori di A e di B. Un esito di questo tipo, di regola, non si dà, perché è ragionevole ritenere che i due partiti siano distribuiti in modo almeno relativamente disomogeneo sul territorio, di modo che in un certo numero di collegi vince A e negli altri B. Chi risulta davvero danneggiato in un sistema maggioritario a turno unico, tuttavia, sono gli eventuali terzi e quarti medi e piccoli partiti che intendano partecipare o partecipino effettivamente alla competizione elettorale.
Gli effetti dis-rappre­senta­tivi del maggioritario a turno unico diventano assai più rilevanti nei sistemi multipartitici e aumentano con il crescere del numero dei partiti. Sia – s’intende – a livello di collegio, dove, per esempio, una competizione a 4 partiti in cui il primo prende il 26%, altri due il 25% e l’ultimo il 24% finisce per produrre un risultato che non rappresenta il 74% degli elettori. Sia su scala più generale, se dovesse riprodursi in molti o addirittura in tutti i collegi una situazione simile. Anche in questo caso avremmo un chiaro vincitore e dunque la prospettiva di un governo solido. Quel governo, tuttavia, rappresenterebbe la volontà di poco più di un quarto della totalità degli elettori. Il che pone evidentemente qualche problema.
 
I sistemi proporzionali. I sistemi proporzionali sono adottati e funzionano in modo più o meno adeguato nei sistemi multipartitici. In tali contesti essi «rappresentano» tanto più fedelmente la volontà degli elettori quanto più sono «puri», e cioè privi di correttivi. Il problema di un sistema elettorale di questo genere – un sistema proporzionale tendenzialmente «puro» – è che in esso viene messa a rischio la possibilità di formare salde maggioranze di governo e dunque la «governabilità». E ciò in ragione diretta di due variabili che possono anche interagire tra loro: il numero dei partiti e/o la distanza ideologica che li separa gli uni dagli altri. Un elevato numero di partiti che abbiano accesso alla rappresentanza, infatti, rende inevitabile la formazione di governi di coalizione che sono poi esposti al «potere di ricatto» dei partiti minori. Allo stesso modo – si pensi per fare un esempio all’Italia politica emersa dalle elezioni del 2013 – in un sistema con tre grandi partiti di forza più o meno equivalente e tuttavia fortemente o del tutto indisponibili ad allearsi gli uni con gli altri l’ingo­vernabilità è pressoché assicurata, salvo situazioni eccezionali. È insomma la governabilità il punto dolente dei sistemi proporzionali. Ed è per questo che essi non sono mai puri, ma prevedono correttivi di diversa natura. Solo a questo prezzo funzionano. Ma nella misura in cui correggono finiscono per dis-rappre­sentare. Anche in maniera molto rilevante.
 
I sistemi maggioritari a doppio turno. I sistemi maggioritari a doppio turno funzionano con una logica ancora diversa, che non è riconducibile né a quella del maggioritario secco né a quella dei sistemi proporzionali. Tali sistemi sono adottati e funzionano nei sistemi multipartitici (il caso esemplare è quello della Francia). In tali sistemi il maggioritario a doppio turno rende meno stringente l’alternativa tra l’esi­genza di «rappresentare» e quella di «governare». Dapprima a livello di singolo collegio e poi su scala generale, infatti, esso restituisce al primo turno una rappresentazione abbastanza fedele degli orientamenti dell’e­lettorato nelle sue diverse articolazioni. Al secondo turno, però, produce, sempre a livello di collegio e poi su scala complessiva, una sicura maggioranza di governo che è poi tendenzialmente in grado di esprimere esecutivi solidi. Al primo turno, infatti, l’elettore può tranquillamente votare «con il cuore» per il partito cui si sente più vicino. Sarà poi al secondo turno che egli voterà «con il cervello» per il partito da cui si sente meno lontano. Al primo turno, dunque, questo tipo di elezione produce un effetto «proporzionale», che rende visibile la forza relativa di tutte le forze in campo. Al secondo turno, però, esso produce un effetto maggioritario, individuando un unico vincitore.
Si potrà dire che è soltanto questo secondo effetto che conta davvero in ultima istanza. Ed è proprio così. A questo secondo effetto, tuttavia, si arriva con modalità particolari. Di regola accade che nella settimana o nelle due settimane che separano il primo dal secondo turno i partiti maggiori cerchino in tutti modi di convincere rispettivamente i partiti minori a loro più affini e i loro elettori a votare per il proprio candidato. Per fare questo, essi devono «promettere» qualcosa in termini di cariche di governo e/o di punti programmatici. In tal modo, i partiti minori si trovano nella condizione di «ricattare» quelli maggiori. Ma ciò prima della conclusione delle elezioni e non dopo, quando si tratta di governare. Insomma: con il maggioritario a doppio turno i partiti di minoranza non vengono sovranamente bypassati, come accade di regola con il maggioritario secco; al tempo stesso, poiché a vincere sono co­munque sempre i partiti maggiori, quegli stessi partiti non possono esercitare, dopo le elezioni, quel potere di ricatto tipicamente prodotto dal proporzionale nei sistemi multipartitici, che rende quasi sempre instabili le maggioranze composite e i governi di coalizione.