La crisi economica mondiale 2007-2013 (sett. 2013)

3. LA PANDEMIA GLOBALE

Francesco Tuccari

 

Le risposte alla crisi negli Usa. Negli Stati Uniti i massicci interventi della Fed riuscirono alla fine a tenere quasi del tutto sotto controllo le conseguenze più catastrofiche della crisi. Il paese, tuttavia, rimase prigioniero di una pesante stretta creditizia che per diverso tempo ebbe l’ef­fetto di tagliare (o rendere assai più caro) il credito alle imprese, creare disoccupazione, ridurre i consumi e accentuare la recessione e i suoi costi sociali.


Il contagio globale e le sue dinamiche. Nel frattempo la crisi investì il resto del mondo. In primo luogo perché le banche di tutto il globo si ritrovarono con una gran massa di «titoli salsiccia» – come li ha definiti Roubini – insaccati a Wall Street dagli stregoni delle cartolarizzazioni e furono dunque spinte, anche per premunirsi contro l’eventualità di corse agli sportelli, sulla strada di una dura stretta creditizia. In secondo luogo perché, soprattutto all’in­domani dello choc della Lehman Brothers, la contrazione dell’eco­nomia degli Stati Uniti, il più grande paese importatore del pianeta, produsse una pesante riduzione del commercio mondiale, infliggendo forti danni ai molti piccoli e grandi paesi che vi esportavano le proprie merci.
Il «contagio», tuttavia, non si diffuse con la stessa virulenza nel corpo delle altre economie del pianeta. Alcuni paesi – ad esempio il Canada e l’India – ne rimasero immuni. Molti paesi emergenti, invece, furono colpiti severamente. Così, ad esempio, quelli dell’Europa centrale e orientale, che subirono una rilevante contrazione degli investimenti stranieri. E così, ancora, con l’eccezione dell’In­dia, diversi paesi Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – che subirono pesanti conseguenze, determinate anche da specifiche situazioni interne, presto però compensate da una straordinaria capacità di ripresa e di crescita.
Più in generale, la crisi colpì prevalentemente i paesi che presentavano già in se stessi vulnerabilità più o meno evidenti, in molti casi simili a quelle del sistema americano. Colpì, dunque, soprattutto i paesi più avanzati e in specie l’Europa. Vale a dire quelle economie che era­no più interconnesse sul piano finanziario, che detenevano le maggiori quote dei titoli «tossici» statunitensi e che, anche indipendentemente dal dissesto americano, avevano praticato i giochi della finanza creativa sull’onda di svariate bolle speculative «locali». Molti di questi paesi erano in preda alla morsa della stretta creditizia e della recessione già prima del tracollo della Lehman Brothers.

La crisi in Europa. Approdando in Europa, la grande crisi si caricò di nuove implicazioni. Essa, infatti, produsse rilevanti interventi pubblici a sostegno delle banche, anche a difesa dei risparmi dei depositanti. In tal modo si posero le premesse di un profondo dissesto dei conti pubblici che, a sua volta, doveva ricadere sulle spalle dei cittadini in quanto contribuenti o fruitori di servizi, amplificando in tal modo gli effetti della grande crisi.
I primi segnali di inquietudine si manifestarono in Francia, in Gran Bretagna e in Svizzera. Fu tuttavia in Islanda che la crisi si mostrò per la prima volta in tutta la sua virulenza. Nel 2008 essa portò il paese sull’orlo del fallimento e impose severe politiche di rigore, che furono rigettate dalla popolazione tra il 2010 e il 2011 e sostituite con più accettabili (e alla fine vincenti) politiche di «austerità sostenibile».
In realtà di maggiori dimensioni la gestione della crisi risultò assai più complessa, specialmente all’inter­no della cosiddetta «eurozona». Vale a dire in quei paesi che, a differenza di Gran Bretagna e Islanda, condividevano l’esperimento grandioso ma estremamente problematico della moneta unica. È in questo contesto che la grande crisi ha pro­dotto le maggiori tensioni. Soprattutto nei paesi definiti spregiativamente Pigs («maiali»), acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, divenuti poi Piigs con l’aggiunta dell’Italia. Anche in questi paesi, infatti, la crisi si tradusse nella for­ma di un gravissimo deficit nelle finanze dello Stato, derivante per un verso da una contrazione delle entrate fiscali a fronte della stagnazione delle attività economiche e dei consumi e per un altro verso dal livello crescente della spesa pubblica, costretta quasi sempre ad accollarsi i costi del salvataggio di banche e imprese. Per affrontare il deficit pubblico, tuttavia, i paesi più deboli dell’eurozo­na avevano armi del tutto spuntate. E in breve tempo si ritrovarono sull’or­lo del baratro. Vediamo prima «perché» e poi «come».

Strategie anticrisi nell’eurozona. Di regola gli Stati hanno quattro strumenti essenziali per affrontare il proprio deficit. Innanzitutto, politiche di stimolo alla crescita che rendano possibile un maggior prelievo fiscale e quindi irrobustiscano le entrate. In secondo luogo, consistenti tagli alla spesa pubblica, che abbattano invece il deficit sul fronte delle uscite. In terzo luogo, l’emissione di nuova moneta da parte delle banche centrali. Infine il ricorso al debito pubblico, vale a dire la richiesta di fondi in prestito attraverso la vendita di titoli di Stato i quali, dopo un periodo prestabilito, vengono restituiti all’acquirente-creditore con un interesse adeguato al rischio sostenuto.
In una situazione di crisi grave e improvvisa, il primo strumento – politiche di stimolo alla crescita – è almeno in principio assai difficile da attivare, perché i suoi costi non sono di solito sostenibili da finanze statali già in dissesto. Il secondo strumento – i tagli alla spesa pubblica – è stato ampiamente utilizzato dai Piigs, anche per imposizione dei vertici dell’Unione europea (Ue). Nel vortice di una crisi, tuttavia, esso tende a deprimere ulteriormente la crescita e i consumi, con costi sociali elevatissimi, rivelandosi molto spesso in gran parte controproducente anche ai fini della riduzione del debito. Il terzo strumento – l’emissione di moneta da parte delle banche centrali – funziona, sia pure con pesanti conseguenze, quando gli Stati hanno una propria banca centrale, come la Fed negli Stati Uniti e la Banca d’Inghil­terra nel Regno Unito. Esso, tuttavia, era del tutto precluso ai paesi dell’eurozona, in quanto la Banca centrale europea (Bce) doveva e deve guardare agli equilibri complessivi della moneta unica, senza poter intervenire, se non indirettamente e in modo straordinario, a sciogliere le crisi di liquidità dei singoli Stati. Il quarto strumento – il ricorso al debito pubblico – funziona, infine, quando gli Stati godono di buona salute. Quando, cioè, coloro che acquistano titoli di Stato nutrono fiducia nello Stato che li emette e nella sua capacità di essere solvente. Se ciò non avviene, se gli Stati vengono considerati a rischio di insolvenza dagli investitori – ed è proprio qui che è andata addensandosi la variante europea della grande crisi – i tassi di interesse sul debito pubblico salgono in maniera vertiginosa, con l’effet­to di rendere sempre più pesante l’indebi­tamento dello Stato medesimo esponendolo, a ogni asta di titoli, al rischio di bancarotta. Il famigerato «spread» – un termine diventato familiare con la crisi – è per l’appunto la misura dell’affidabilità di uno Stato. Sono per l’appunto i numeri magici dello spread che hanno scandito il dramma dei Piigs, sottoponendo inoltre a profonde tensioni la tenuta complessiva della moneta unica e dell’Unione europea.