Elezioni europee

Verso le elezioni europee

Francesco Tuccari

Tra il 23 e il 26 maggio 2019 si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo (PE). L’imminente tornata elettorale – la nona da quando il PE, nel 1979, è diventato un’assemblea elettiva – è molto importante per almeno tre ragioni. La prima, di carattere generale, riguarda le dimensioni stesse della consultazione, che coinvolgerà simultaneamente i cittadini di 28 Stati europei, vale a dire una comunità di oltre 500 milioni di persone.

La sede di Strasburgo del Parlamento Europeo (crediti: pixabay)

La seconda, anch’essa di carattere generale, discende dagli effetti immediati cui le elezioni daranno luogo, portando all’insediamento di un organo della governance europea che – assieme alla Commissione (che rappresenta l’Unione) e al Consiglio (che rappresenta gli Stati) – ha assunto un ruolo crescente nel definire politiche e linee di azione alle quali tutti i paesi membri dovranno poi in vario modo attenersi. La terza, più specifica, è data dal particolare momento di crisi in cui le elezioni cadono: un momento caratterizzato dal proliferare di forze «sovraniste» a robusta vocazione populista sempre più apertamente ostili al processo di integrazione e radicalmente critiche nei confronti delle strategie che l’Ue ha messo in atto soprattutto sui temi della recessione economica e dell’immigrazione. La Brexit – che fino a poco tempo fa ha lasciato aperta la questione se i britannici avrebbero partecipato o meno al voto di maggio – è la manifestazione più evidente di questa crisi. Ma rappresenta soltanto la superficie di un fenomeno assai più vasto.

Per molto tempo, e in parte ancora oggi, le elezioni europee sono state interpretate in chiave prevalentemente «nazionale». Finalizzate a insediare un parlamento lontano e a lungo poco efficace, esse sono state spesso percepite soltanto come un’occasione per misurare la forza relativa dei singoli partiti all’interno dei vari paesi e trarne eventualmente qualche conseguenza sul piano degli equilibri politici interni. Questo ragionamento oggi non regge più. Le istituzioni dell’Ue – e tra esse il PE – hanno acquisito prerogative crescenti, che condizionano in profondità la tradizionale sovranità dei paesi membri. Sono diventate, insomma, parte integrante della politica dei singoli Stati-nazionali europei, che ha proprio nelle elezioni del PE uno snodo democratico decisivo. Ormai da qualche tempo, tuttavia, e oggi più che mai, quelle elezioni assomigliano a una sorta di referendum pro o contro il processo di integrazione. Ed è appunto questa, in ampia misura, la posta in gioco delle consultazioni del 23-26 maggio 2019.

 

Le funzioni del Parlamento europeo

Il Parlamento europeo è un’istituzione assai complessa, non del tutto assimilabile, per la sua composizione e soprattutto per le sue funzioni, ai tradizionali parlamenti nazionali che, oltre a svolgere attività di controllo degli esecutivi, sono anche e in primo luogo assemblee legislative.
Il suo nucleo originario va individuato nell’«Assemblea comune» istituita all’atto della fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, 1951). In tale assemblea, infatti, sedevano 78 membri designati dai parlamenti nazionali dei sei 6 paesi allora aderenti al trattato (Belgio, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi), con il compito di controllare, sia pure ex post, l’attività dell’«Alta autorità», vale a dire dell’organo esecutivo della CECA, l’antesignano della Commissione europea.

Con la nascita della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), entrambe istituite con i Trattati di Roma del 1957, l’«Assemblea comune» si trasformò in «Assemblea parlamentare europea», continuando a esercitare per le tre «Comunità» (CECA, CEE ed Euratom) un importante ruolo di sorveglianza e controllo. Dopo varie resistenze, essa iniziò ad assumere nel 1962 la ben più impegnativa denominazione di «Parlamento europeo» (formalizzata poi dall’Atto unico europeo nel 1986), ma continuò a rimanere sino al 1979 un organo designato dai parlamenti dei singoli Stati membri.

Nel 1979 Simone Veil divenne la presidente del Parlamento Europeo. Quel Parlamento fu la prima assemblea comunitaria eletta a suffragio universale (crediti: Wikimedia Commons)

A partire da quella data – e si tratta di una delle svolte più importanti, almeno in prospettiva, del processo di integrazione – il Parlamento europeo ha cambiato drasticamente natura, trasformandosi in un’assemblea comunitaria eletta a suffragio universale. Da allora esso è stato regolarmente e direttamente eletto, ogni 5 anni, dai cittadini della Comunità e poi dell’Unione, diventando in tal modo l’unica istituzione europea dotata di una piena legittimità democratica. Dal 1979, tuttavia, la sua composizione e le sue stesse funzioni sono sensibilmente cambiate.
L’allargamento della Comunità e poi dell’Unione a nuovi paesi è stato uno dei motori più potenti di questi mutamenti. Il primo Parlamento europeo, eletto appunto nel 1979, rappresentava i cittadini di 9 Stati membri e contava 410 europarlamentari. Quarant’anni più tardi – nelle elezioni che si stanno per celebrare – esso deve rappresentare i cittadini di 28 Stati membri, attraverso l’elezione di 751 deputati (705 qualora all’ultimo momento la Brexit, fissata ormai al 31 ottobre 2019, dovesse prendere inaspettatamente corpo prima di quella data).

Parallelamente a questi mutamenti e per effetto della sua legittimazione democratica, sono cambiati poco per volta anche i poteri e le prerogative del PE. Da semplice organo di controllo e sorveglianza delle attività della Commissione, esso è diventato – in via definitiva con il trattato di Lisbona (2009) – un’assemblea che coopera alla produzione normativa dell’Ue. Non ha, come i parlamenti nazionali, poteri di iniziativa legislativa, che sono sostanzialmente monopolio della Commissione, ma deve approvarne, insieme al Consiglio dell’Ue (da non confondersi con il Consiglio europeo), gli atti e le proposte normative. Nelle procedure legislative ordinarie il PE ha ormai lo stesso peso del Consiglio. Nelle procedure legislative speciali – ad es. in materia di politica estera e di sicurezza – esercita invece solo un potere consultivo.

Il PE ha altresì la prerogativa cruciale di approvare in ultima istanza, e nel caso di emendare, il bilancio dell’Ue dopo che esso è stato formulato dalla Commissione e discusso dal Consiglio. Rappresentando i cittadini-contribuenti dell’Ue, ha anche compiti di controllo sulla gestione dei fondi europei da parte della Commissione e altri enti. Accanto a ulteriori poteri di sorveglianza e supervisione e a svariate forme di cooperazione con i parlamenti nazionali, il PE ha ancora il diritto di eleggere o eventualmente respingere, nonché censurare e far dimettere, la Commissione europea. In base al trattato di Lisbona, infine, la scelta del presidente della Commissione deve rispecchiare il risultato delle elezioni europee. Lo stesso presidente della Commissione viene formalmente eletto dal PE.

In sintesi, dunque, sebbene non possa essere ancora assimilato a un parlamento «classico», il PE esercita poteri e prerogative ormai molto rilevanti, che tra l’altro incidono fortemente sugli Stati membri. Per questa ragione le elezioni europee sono diventate sempre più importanti, ben al di là dei meri e claustrofobici «sondaggi» nazionali che esse, in ogni caso, mettono di volta in volta a disposizione dei partiti dei singoli paesi.

 

Le regole elettorali

Le elezioni del PE costituiscono uno straordinario esercizio di «democrazia» su grande scala. Come si è già detto esse si svolgeranno contemporaneamente in 28 Stati membri (27 in caso di Brexit), la cui popolazione ammonta complessivamente a 500 milioni di uomini e donne.
I seggi in palio per le elezioni del 2019 sono complessivamente 751, distribuiti tra i 28 Stati membri in relazione alla loro popolazione, con una significativa correzione a favore degli Stati più piccoli. Si ha così una oscillazione che va dai 6 seggi spettanti a Cipro, Estonia, Lussemburgo e Malta ai 96 spettanti alla Germania. L’Italia ha diritto a 73 seggi.

L’emiciclo del Parlamento Europeo nella sede di Bruxelles (crediti: pixabay)

Secondo le regole dell’Ue, queste consultazioni devono svolgersi con il sistema proporzionale, il che – su scala nazionale, soprattutto là dove vigono sistemi di tipo maggioritario – permette ai singoli partiti di verificare in modo abbastanza preciso il consenso di cui effettivamente godono.
Entro questo quadro più generale, tuttavia, i singoli Stati, in piena autonomia, possono definire – e hanno da tempo definito – diverse importanti peculiarità dei propri sistemi elettorali. Sono differenze talora importanti, che meritano di essere rapidamente segnalate.
La soglia di sbarramento – che impedisce ai piccoli partiti di accedere al PE disperdendone di fatto i voti qualora una lista non raggiungesse il quorum – è forse l’elemento più vistoso. In questa materia, l’Ue fissa attualmente solo un tetto massimo, il 5%, a cui dovrà aggiungersi dal 2024, con infinite complicazioni, una soglia minima al 2% per le circoscrizioni plurinominali con più di 35 seggi in palio. Attualmente molti paesi non prevedono nessuna soglia. Tra questi, per citare solo i maggiori, la Germania, il Regno Unito e la Spagna. Altri Stati, invece, hanno fissato lo sbarramento al 5%: così, ad esempio la Francia e diversi paesi dell’Europa centro-orientale (tra cui la Romania e gli Stati «euroscettici» del cosiddetto «gruppo di Visegrad»: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). L’Italia, insieme all’Austria e alla Svezia, ha fissato la soglia al 4%. La Grecia al 3%.

Un altro elemento che, insieme alla complicatissima materia delle formule elettorali (metodo dei divisori e del quoziente), incide significativamente sulla proporzionalità del sistema elettorale è l’ampiezza delle circoscrizioni, vale a dire dei seggi che ognuna di esse mette in palio, con effetti disrappresentativi tanto maggiori quanto minore è appunto l’ampiezza delle circoscrizioni. In questo caso, tuttavia, la situazione è abbastanza omogenea: a parte Belgio, Irlanda e Gran Bretagna – dove vi sono significative comunità linguistiche e «nazionali» che altrimenti sarebbero di fatto penalizzate – gli Stati membri hanno istituito una circoscrizione unica nazionale oppure – ma l’effetto è sostanzialmente lo stesso – più circoscrizioni che tuttavia prevedono un’attribuzione su scala nazionale dei seggi (è il caso di Italia e Germania).

Assai più diversificata è la situazione per ciò che concerne la tipologia delle liste, che può fortemente condizionare le scelte dell’elettore. In diversi importanti paesi, infatti, le liste sono «bloccate» e i candidati risultano eletti, a seconda dei voti totalizzati dalla lista stessa, nell’ordine in cui sono presentati dai partiti (così, ad esempio, in Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo e Spagna). In altri paesi, invece, è prevista la possibilità per l’elettore di esprimere una o più preferenze (in Italia si possono dare fino a tre preferenze, rispettando però l’alternanza di genere se si dà più di una preferenza). Malta e Irlanda, infine prevedono il cosiddetto «voto singolo trasferibile», e cioè la possibilità per l’elettore di indicare più preferenze numerando in ordine di gradimento i candidati sulla scheda, il che permette di non disperdere i voti attribuiti come seconda scelta.

Per quanto riguarda il voto all’estero, tutti i cittadini Ue che vivono in un altro paese dell’Unione hanno il diritto di votare per i candidati dello Stato nel quale risiedono. Sia pure con alcune eccezioni e restrizioni, essi possono decidere di rinunciare a questa opzione – il doppio voto è ovviamente vietato – e votare invece (per posta, con il voto elettronico o presso le sedi consolari) per i candidati del proprio paese d’origine. Insieme ad altri Stati, l’Italia limita questa seconda opzione a coloro che risiedono all’interno di un altro paese europeo.
Differenti, infine, sono gli stessi requisiti per l’elettorato attivo e passivo. Nella stragrande maggioranza degli Stati membri possono votare i cittadini che abbiano compiuto i 18 anni di età. In Austria e in Grecia possono però votare rispettivamente – secondo la legislazione nazionale vigente – anche i sedicenni e i diciassettenni. L’età minima per i candidati (l’elettorato passivo) varia invece tra i 18 anni (15 paesi, tra cui Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna), i 21 (10 paesi, tra cui il Belgio, la Bulgaria, la Repubblica ceca, l’Irlanda, la Polonia), i 23 (la Romania) e i 25 (l’Italia e la Grecia).

 

I partiti e i gruppi politici europei

Sono oltre 100 i partiti «nazionali» che hanno partecipato alle elezioni europee del 2014 e che parteciperanno alle prossime consultazioni elettorali. Molti di essi fanno parte di più ampi «partiti europei», formalmente riconosciuti e finanziati come tali dall’Ue. Tra questi, per citarne solo alcuni, il Partito popolare europeo, il Partito dei socialisti europei, il Partito della sinistra europea, il Partito verde europeo.

Sessione di lavoro del Parlamento Europeo (crediti: Parlamento Europeo)

Il lavoro del PE è tuttavia strutturato per «gruppi politici». Una volta eletti, infatti, gli europarlamentari devono entrare a far parte di un «gruppo politico» già esistente, oppure formarne uno ex novo, il quale, oltre a costituirsi in piena autonomia sulla base di significative e condivise affinità politiche, deve essere composto da un minimo di 25 deputati che siano stati eletti in almeno 7 Stati membri. Senza questa misura di semplificazione, che rende però assai complicata la collocazione di partiti di nuovo conio o di incerto orientamento e anche di singoli parlamentari, il PE sarebbe semplicemente una Babele ingovernabile di eurodeputati allo sbaraglio. È peraltro prevista la possibilità che i parlamentari europei non appartengano ad alcun «gruppo» e risultino dunque «non iscritti» (nel PE si trovano attualmente in questa situazione 20 parlamentari).

Nel PE eletto nel 2014 e tuttora in carica sono presenti 8 «gruppi politici». I due più consistenti sono il Gruppo del Partito popolare europeo (PPE), con 216 seggi, e il Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), con 185 seggi. Essi rappresentano rispettivamente, sia pure in senso molto lato, le due grandi e tradizionali famiglie dei cristiano-sociali e dei liberal-conservatori da un lato e dei socialdemocratici e dei democratici progressisti dall’altro. Insieme, i due gruppi hanno la maggioranza nell’attuale PE, anche se con qualche significativa disomogeneità interna testimoniata, ad esempio, dalla presenza tra le file del gruppo PPE di una agguerrita schiera di 12 deputati del partito nazionalista ed euroscettico ungherese Fidesz di Viktor Orbán.

Segue, con 77 eurodeputati, il Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), che ha un chiaro orientamento conservatore e antifederalista. Si tratta di un gruppo polverizzato dal punto di vista della composizione nazionale, con l’eccezione di due consistenti pattuglie di 19 deputati ciascuna del Partito conservatore britannico e di un paio di partiti polacchi, tra cui svetta, con 14 parlamentari, Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, un partito di destra, con venature clericali e un orientamento tipicamente euroscettico.

Il Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE), con 69 seggi, è il quarto per consistenza numerica. Esso riunisce parlamentari che in gran parte appartengono all’omonimo «partito europeo» e ha un orientamento fondamentalmente centrista, liberale e liberaldemocratico.
Seguono due gruppi, ognuno con 52 seggi, in vario modo orientati ai temi dell’ambientalismo: il Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea (Greens/EFA) e il Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE/NGL). Il primo, che ha il suo punto di riferimento in due «partiti europei» (il Partito verde europeo e l’Alleanza libera europea), riunisce movimenti ecologisti e ambientalisti e una serie di forze politiche di carattere progressista orientate in senso autonomista, regionalista e indipendentista. Il secondo, che poggia principalmente sull’europartito della Sinistra europea, ha posizioni più radicali, socialcomuniste ed ecosocialiste.

Vi sono infine, rispettivamente con 42 e 36 eurodeputati, il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta (EFDD) e il Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF). Il primo, apertamente euroscettico e per il resto molto disomogeneo, ha le sue pattuglie più consistenti nei membri dell’Ukip (ora Brexit Party) di Nigel Farage (14 deputati) e nel Movimento 5 Stelle (11 deputati). Il secondo è un gruppo nazionalista e conservatore, con forti pulsioni anti-Ue e antiglobalizzazione. Si tratta anche in questo caso di un gruppo abbastanza frammentato dal punto di vista della composizione nazionale, in cui hanno un peso almeno relativamente preponderante i membri del Rassemblement national di Marine Le Pen (15 deputati) e della Lega Nord di Matteo Salvini (6 deputati).

Può essere di qualche interesse vedere ancora brevemente come si collocano i partiti e i movimenti politici italiani all’interno degli attuali 8 gruppi politici del PE. Essi sono presenti con 73 eurodeputati all’interno di tutti gli 8 gruppi sopra citati. Il numero più consistente (31 deputati) si concentra nel Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici: si tratta in massima parte (26 deputati) di esponenti dell’attuale Partito democratico (che con Matteo Renzi, in Italia, aveva vinto di gran lunga le elezioni europee del 2014) e per il resto di qualche deputato che appartiene alla diaspora del PD degli anni immediatamente successivi (Sinistra italiana e Articolo UNO-Movimento democratico e progressista).

Il Presidente in carica del Parlamento Europeo, l’italiano Antonio Tajani (crediti: Parlamento Europeo)

A una significativa distanza si collocano gli esponenti italiani del Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta (14 deputati) che, tolti 3 indipendenti, appartengono tutti al Movimento 5 Stelle. Vengono subito dopo i membri italiani del Gruppo del Partito popolare europeo (12 deputati). Si tratta per la maggior parte di esponenti di Forza Italia (9), tra i quali l’attuale presidente del PE Antonio Tajani. Ad essi si aggiungono un membro dell’Unione di Centro, un esponente della Südtiroler Volkspartei e, come indipendente, Alessandra Mussolini. Seguono gli eurodeputati del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, che sono 6 e – come già detto – tutti della Lega Nord. Sono 5 gli eurodeputati del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei: tra essi, due esponenti del partito italiano Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto (compreso lo stesso Fitto, ex Forza Italia), una esponente di Forza Italia e due di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Sono 3, ancora, i membri italiani del Gruppo confederale della Sinistra Unitaria/Sinistra verde nordica: due di essi appartengono alla Lista Tsipras-L’Altra Europa, la terza, indipendente, è la giornalista Barbara Spinelli, figlia di Altiero Spinelli. Fa parte del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa un unico italiano, del Movimento 5 Stelle. Un solo italiano, della Federazione dei Verdi, appartiene infine al Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea.

 

La posta in gioco

Come molti ricorderanno e come si può peraltro evincere dalla composizione e dagli orientamenti dei gruppi politici dell’attuale PE di cui abbiamo dato un sintetico spaccato, le elezioni europee del 2014 avevano già registrato una netta avanzata delle forze – al contempo di destra e di sinistra – a vario titolo ostili all’Ue e alle sue politiche.

La cosa è ben comprensibile. Quelle elezioni furono infatti celebrate a ridosso della «Grande Recessione», la terribile crisi finanziaria e poi economica partita dagli Stati Uniti nel 2007-2008 e poi giunta virulentissima in Europa (oltre che nel resto del mondo) intorno al 2010-2011. A quella crisi l’Ue e le classi dirigenti di molti Stati nazionali europei avevano risposto in modi giudicati del tutto inadeguati da vastissimi settori sociali: attraverso farraginose e inefficaci procedure tecno-burocratiche e con politiche per lo più orientate all’austerità, alle privatizzazioni, alla precarizzazione del lavoro e al progressivo smantellamento dello Stato sociale. In molti paesi europei, soprattutto dell’Europa mediterranea e in particolare in Grecia, il disagio sociale crebbe così in modo esponenziale. Da qui lo sviluppo di vigorosi movimenti di protesta (si pensi agli Indignados), la nascita e talora la consistente affermazione di nuovi partiti decisamente orientati in senso antiglobalizzazione e anti-Ue (si pensi a Syriza in Grecia, al M5S in Italia e a Podemos in Spagna) e, ancora, il rafforzamento di movimenti e partiti di carattere nazionalista e «sovranista», a forte vocazione «populista» (si pensi al Front e poi Rassemblement national di Marine Le Pen, alla nuova Lega di Matteo Salvini e più in generale ai paesi del già citato gruppo di Visegrad, l’Ungheria, la Polonia, la Repubblica ceca e la Slovacchia).

Da quell’ultima tornata elettorale la situazione è andata aggravandosi ulteriormente. In parte per il persistere delle politiche di austerità implementate dagli Stati europei sotto il vigile e pressante controllo dell’Ue. E in parte per l’esplosione di nuove e drammatiche emergenze. Ne cito solo due: da un lato, la grande e forse insolubile questione dell’immigrazione, che è esplosa in forma particolarmente evidente durante la cosiddetta «crisi dei rifugiati» del 2015; dall’altro, la grave minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha colpito in modo efferato diversi paesi europei, in primis la Francia.

In questo quadro – come hanno certificato diverse importanti elezioni nazionali celebratesi in questi ultimi anni – hanno preso crescente vigore i partiti euroscettici. Nel 2016 è esplosa in modo spettacolare la vicenda della Brexit, che ha avuto e avrà ancora importanti ricadute sulla stessa futura composizione del PE. Anche sull’onda dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti (2016) con le sue parole d’ordine sull’«America First» e le sue politiche protezionistiche, sono andate altresì affermandosi in molti paesi forze inneggianti al primato della nazione, alla chiusura delle frontiere e a un rivolgimento delle logiche stesse dell’integrazione europea.

In una situazione del genere le elezioni del 23-26 maggio metteranno in scena uno scontro – finora senza precedenti – tra coloro che credono ancora che sia necessaria più Europa (e più democrazia) per il governo del mondo globale e coloro che invece ritengono che sia necessario smantellare se non del tutto almeno in gran parte l’Ue nella forma che ha fino ad oggi assunto. Si tratta di uno scontro dagli esiti almeno per ora imprevedibili, ma sicuramente di enorme rilievo per l’Europa e il mondo intero.

Crediti immagini: pagina flickr del Parlamento Europeo