La traduzione e le origini della letteratura latina: una palestra di poesia

Michela Mariotti

Il pregiudizio romantico: l’originalità come espressione spontanea

«La letteratura romana in un certo senso nacque morta»: in questi termini il grande storico tedesco B.G. Niebhur (1776-1831) riassumeva il pregiudizio romantico che condannava la letteratura latina in quanto “derivata” da quella greca. Una cultura orientata alla ricerca delle origini di ogni nazione, affascinata da tutto ciò che appare primitivo, e incline a considerare la poesia come l’espressione spontanea dello spirito autentico di un popolo, non poteva che inchiodare la letteratura di Roma al suo “peccato originale”: il debito con il mondo greco.

 

Una traduzione e uno spettacolo teatrale alle origini della letteratura romana

In effetti le origini della letteratura latina non sono segnate dalla comparsa di un grande epos nazionale come quello di Omero, il sommo poeta celebrato dagli antichi come il padre di tutti i generi, tragedia e commedia comprese. Alle origini della letteratura latina troviamo soltanto una data e una traduzione. La data è il 240 a.C. (ben 513 anni dopo la fondazione della città), anno in cui Livio Andronico, uno schiavo liberato proveniente da Taranto, fece rappresentare per la prima volta un testo teatrale in lingua latina. La traduzione, anch’essa dovuta alle cure del medesimo autore, è quella dell’Odissea. La scelta di tradurre il poema omerico in latino e in metro italico (il misterioso saturnio, il verso in cui, secondo Ennio, cantavano un tempo fauni e vati) ebbe un’importanza storica fondamentale, riconosciuta dai grandi classici romani (Cicerone, Orazio), che consacrarono Livio Andronico come l’iniziatore della letteratura latina.

 

Livio Andronico e la traduzione artistica

L’importanza della traduzione di Andronico si misurava non tanto sul piano dell’impatto culturale (l’Odusia rendeva disponibile al pubblico romano un testo cardine della cultura greca, ma in realtà gran parte dei Romani colti, bilingue, leggeva già Omero in originale), quanto piuttosto per la sua portata storico-letteraria. Tradurre per Livio è un’operazione artistica, la costruzione di un testo capace di competere con l’originale, leggibile come opera autonoma, e al tempo stesso in grado di conservare, insieme al contenuto (la trama delle peregrinazioni di Odisseo), la qualità artistica del testo omerico (registri stilistici, impasto lessicale, impianto retorico).

La letteratura latina nasce con una traduzione e, come Atena, la vergine guerriera balzata fuori dalla testa di Zeus splendidamente armata, nasce già adulta. Perché ogni traduzione artistica presuppone un elevato grado di consapevolezza letteraria nel traduttore e nel suo pubblico; è frutto di una matura sensibilità per il sistema dei generi letterari e per le differenze culturali; significa avere individuato, meditato e risolto problemi di transcodificazione dal mezzo linguistico di partenza a quello d’arrivo. I trentasei frammenti dell’Odusia giunti fino a noi bastano ad assicurarci che la traduzione di Livio Andronico aveva già raggiunto questi obiettivi.

 

Nel laboratorio poetico di Andronico

La sfida era tutt’altro che facile. Si trattava, prima di tutto, di dare alla lingua latina, priva ancora di qualsiasi tradizione letteraria, l’elevatezza e la solennità dell’artificiale lingua omerica.

Prendiamo il primo verso del poema: Virum mihi, Camena, insece versutum, «Narrami, o Camena, l’uomo dal versatile ingegno». Andronico sceglie di rendere fedelmente l’epiteto di Odisseo con versutum, calco parziale del secondo elemento del composto greco poly-tropon (il latino non ama i composti), e di conservare l’imperativo «narrami», insece, dalla stessa radice verbale dell’omerico ènnepe. Il verbo insece era già arcaico per l’arcaico Andronico: ecco un modo per conferire solennità alla lingua, attirando l’attenzione del lettore sulla sua qualità attraverso l’effetto straniante di una parola rara e antica. Ma Andronico fa di più: sostituisce la generica Musa dell’originale, la greca figlia di Mnemòsine, la Memoria, con un’antichissima divinità italica protettrice delle fonti, che però porta nel nome, secondo l’etimologia antica (Camena da Casmena / Carmena), il suo legame con carmen, la «poesia».

Ancora. Il frammento 16 Morel, Igitur demum Ulixi cor frixit prae pavore, «fu allora che a Ulisse il cuore si gelò per la paura», è la traduzione di un verso formulare: «e allora a Odisseo si sciolsero le ginocchia e il cuore» (Odissea 5,297). Andronico qui sostituisce la metafora delle ginocchia che si sciolgono per indicare la paura, estranea alla cultura latina, con la descrizione di un sintomo concreto: la paura è la causa (prae pavore) del freddo che paralizza il cuore. Inoltre, stabilisce un legame fonico tra le parole attraverso allitterazione e assonanze di suoni aspri e sgradevoli (Ulixi …  frixit prae pavore).

Un ultimo esempio. In Omero il porcaro Eumeo parla con Odisseo che gli fa visita sotto mentite spoglie, e gli confida la nostalgia per il re assente da Itaca: «mi prende il rimpianto di Odisseo che non c’è più» (Odissea 14,144). Il verso è carico di ironia tragica, perché Odisseo è lì presente ma non può ancora rivelarsi. Nella versione di Andronico, Eumeo apostrofa Odisseo direttamente alla seconda persona: neque tamen te oblitus sum, Laertie noster, «ma io non ti ho dimenticato, mio caro figlio di Laerte» (fr. 38 Morel). Preso dal rimpianto, il porcaro si rivolge al re lontano come se fosse presente, ma in realtà il re è proprio lì davanti a lui: l’apostrofe carica di pathos l’ironia tragica dell’originale.

 

Palestra di poesia per una cultura letteraria matura

Proviamo a trarre un primo bilancio pur da un campione tanto parziale e ridotto. Le soluzioni adottate da Andronico inaugurano tendenze di lunga durata nella storia della letteratura latina. L’uso straniante dell’arcaismo, l’allitterazione e l’espressionismo stilistico sono caratteristiche della lingua poetica latina arcaica e non solo. Andronico dimostra una straordinaria competenza lessicale, stilistica e retorica del testo omerico e mette a frutto le risorse della lingua nativa per elaborare un linguaggio capace di riprodurre la qualità della dizione omerica. Ma non è tutto. Andronico si prende la libertà di modificare, in piena autonomia rispetto all’originale, ciò che gli appare intraducibile per limiti del mezzo linguistico, per differenze di cultura e perfino per gusto personale. L’uso dell’apostrofe patetica infatti è un tratto tipico del moderno epos alessandrino, e Andronico, cronologicamente più vicino a Callimaco che a Omero, dimostra di conoscere e apprezzare le nuove tendenze del gusto letterario. La traduzione è, con Andronico, un banco di prova in cui sperimentare le potenzialità della lingua latina, riflettere su questioni di poetica, promuovere le nuove tendenze letterarie.

Per un’utile ricapitolazione sulla figura di Livio Andronico, clicca qui

 

Anche il teatro è un prodotto d’importazione

La notizia della prima rappresentazione di un testo scenico in lingua latina ci richiama allo straordinario successo che ebbe il teatro nella Roma repubblicana. Anche i generi teatrali più importanti, la tragedia e la commedia di argomento greco, rispettivamente dette cothurnata (dal nome degli alti calzari indossati dagli attori tragici greci) e palliata (dal tipico mantello greco), nascono come traduzione di originali greci. Plauto parla di vortere barbare («tradurre dal greco in una lingua diversa»), ma il rapporto del grande comico romano con i modelli greci è di piena autonomia artistica, e certo non solo per le differenze strutturali, come l’introduzione di parti cantate assenti negli originali greci, che imposero una forte rielaborazione dei modelli.

Nel prologo dell’Andria Terenzio rivendica la legittimità del procedimento della contaminatio, l’inserimento all’interno di una commedia modellata su un certo originale greco (in questo caso l’Andria di Menandro) di elementi tratti da un modello diverso (nel caso dell’Andria, da un’altra commedia menandrea, la Perìnthia), e lo fa appellandosi all’autorità dei suoi predecessori, Nevio, Plauto ed Ennio, dei quali egli vuole emulare appunto la neglegentia, la «disinvoltura» nel trattamento dei modelli. Altrove, nel prologo degli Adelphoe, il poeta comico si difende dall’accusa di plagio (furtum) rivendicando il proprio diritto di attingere liberamente a una commedia di Difilo già sfruttata da Plauto.

 

Traduzione e letteratura

La traduzione artistica, il vertere dei poeti scenici latini mettono in gioco competenze già evolute del fare letterario, una smaliziata perizia di cui la letteratura latina saprà far tesoro. Perché un testo letterario non è mai un ircocervo uguale soltanto a se stesso, ma si inserisce in un sistema di testi in relazione reciproca, e l’originalità non è qualcosa che non somiglia a nient’altro, ma ciò che oltrepassa le somiglianze e che è da esse garantito e autorizzato.

La traduzione è, in tutti i secoli e in tutte le culture, una sfida impegnativa: puoi seguire le riflessioni di Umberto Eco, cliccando qui

Crediti immagini:

Apertura: particolare del volto di Ulisse nel complesso scultoreo della villa tiberiana a Sperlonga (Wikipedia) Link

Box: Mosaico romano del I secolo a.C. raffigurante le maschere tragiche e comiche. Roma, Musei Capitolini. (Wikipedia) Link

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