L’altra metà della follia. Come la ragione occidentale ha costruito uno stigma di genere

Beatrice Collina

La follia rappresenta il contraltare della (pretesa) razionalità del pensiero occidentale. Nel corso dei secoli, è stato definito un folle non solo chi presentava una specifica patologia, ma anche chi assumeva comportamenti non consoni alle aspettative sociali della propria epoca. Non sorprende che, seppur con alcune varianti, il marchio della follia sia stato utilizzato per stigmatizzare soprattutto precise tipologie di donne.

 

Forme di follia nella Grecia antica tra misticismo e sovvertimento dei ruoli

Nel dialogo Fedro, Platone sostiene, per bocca di Socrate, che «i beni più grandi vengono a noi attraverso la follia» (244a). Si tratta di una follia di carattere divino, di cui il filosofo distingue tre tipi di manifestazione: la follia profetica, attraverso cui le sacerdotesse di Apollo riescono a vaticinare il futuro; la follia dionisiaca, che ha una funzione iniziatica e catartica; infine, la follia poetica, tipica degli artisti e ispirata dalle Muse. Questo particolare stato di eccitazione, durante il quale i soggetti sono come “invasi dal dio”, fa da contraltare all’ideale di razionalità, estetica e di pensiero, che si è soliti attribuire al mondo classico. Tuttavia, il modo in cui Platone delinea la follia non deve ingannare: è solo all’interno di una precisa ritualità, spazialità e periodicità che essa è libera di esprimersi. Le donne sono spesso le protagoniste di questi momenti. Emblematico ed enigmatico è il caso delle Baccanti, o Menadi, le fedeli di Dioniso che nelle celebrazioni dedicate alla divinità presentano atteggiamenti psichicamente alterati. Mito e tradizione restituiscono un’immagine selvaggia della Baccante che, dotata di una straordinaria forza fisica al culmine della pazzia iniziatica, riuscirebbe a scalare montagne, uccidere belve a mani nude e nutrirsi della carne cruda delle vittime. Al di là di questi eccessi leggendari, resta l’elemento di euforica pazzia che contraddistingue certi riti religiosi così come restano le domande sul significato di una follia al femminile istituzionalizzata, permessa e tollerata in situazioni ben distinte da una rigida quotidianità.

Se la follia divina trova i suoi tempi e i suoi spazi, la follia umana non può che essere fonte di sdegno e biasimo. Suscita un certo scalpore la tragedia Medea portata sulle scene dal drammaturgo Euripide nel 431 a.C. Archetipo femminile del mondo occidentale, Medea è la donna che si spinge fino all’uccisione dei propri figli pur di punire il marito Giasone per i suoi torti. Medea è una maga, una guaritrice, una figura femminile che destabilizza e inquieta, una donna che prende decisioni, incapace di accettare il destino e il ruolo che la sua società le impone. Il suo atto estremo è vendetta e ribellione allo stesso tempo. L’analisi psicologica che Euripide propone è inedita per l’epoca: costruisce un personaggio complesso che oscilla tra il ruolo della vittima e quello del carnefice. Forse non a caso, Medea sprofonda nella più angosciosa e lucida follia proprio nel momento in cui sceglie di evadere dai confini che le sono stati imposti.

Sono molti gli autori che nel tempo si sono cimentati con la vicenda di Medea, da Seneca a Pasolini, fino alla scrittrice tedesca Christa Wolf. La seguente trasmissione ripercorre le principali interpretazioni psicologiche e artistiche della follia di questo paradigmatico personaggio femminile: https://www.youtube.com/watch?v=5zXxWp2EnDU

 

Caccia alle streghe. La follia come manifestazione del demonio

In Europa, il fenomeno della caccia alle streghe raggiunge il suo apice tra il XIV e il XVII secolo, snodandosi sorprendentemente tra la fioritura culturale di Umanesimo e Rinascimento, la nascita della scienza moderna e l’instabilità politica dovuta alle guerre di religione. È in questo periodo che si diffondono manuali con precise indicazioni su come riconoscere e combattere la stregoneria; tra questi, il più celebre diventa il Malleus Maleficarum (tradotto in genere come “Martello delle streghe”), pubblicato nel 1487 dai frati domenicani tedeschi Heinrich Krämer (Institoris) e Jacob Sprenger. Contributi simili giungono però anche dal mondo laico, come nel caso del filosofo e giurista francese Jean Bodin (1529-1596), teorico della sovranità assoluta, che nel 1580 scrive Demonomania de gli stregoni.

Allucinazioni, visioni, (presunte) possessioni, farneticazioni: sono questi alcuni degli elementi che fungono da spia di un rapporto privilegiato con Satana e la sua schiera di spiriti maligni. Se è in epoca moderna che torture e roghi lasciano una lunga scia di morte, è vero che le credenze alla base di questa persecuzione affondano le proprie radici nella tarda antichità e nell’alto Medioevo. Già il pensatore cristiano Tertulliano (155-230 circa) ritiene che i «demoni corrompano le anime, precipitandole nel furore o nella follia e ispirando loro sordide passioni» (Apologetico, XXII). Inserendosi in questa tradizione, il padre della Chiesa Sant’Agostino (354-430) vede nella possessione una vera e propria malattia che colpisce i più vulnerabili: per la loro naturale debolezza e malleabilità, nonché per la propensione alla malinconia, agli atteggiamenti vanitosi e lascivi, le donne sono quindi considerate più inclini degli uomini a divenire strumenti del demonio. D’altronde, lo stesso Aristotele, punto di riferimento costante per i pensatori medievali, aveva già sostenuto la naturale inferiorità e l’imperfezione della donna in opere come la Politica.

Bisognerà aspettare l’Illuminismo e la decisa critica a ogni forma di superstizione per veder progressivamente rallentare questa pratica di sterminio. Come sosterrà un sarcastico Voltaire nel Dizionario filosofico: «In Europa sono state mandate a morte più di centomila pretese streghe. Infine la filosofia da sola ha guarito gli uomini da questa abominevole chimera […]».

 

Dalla demonologia alla psicoanalisi. La follia diventa malattia

Tra Ottocento e Novecento, con la nascita e il progressivo affermarsi della psicoanalisi, le manifestazioni della follia iniziano a essere studiate da un punto di vista medico. Nel 1895, lo psichiatra viennese Josef Breuer (1842-1925) e il più giovane collega Sigmund Freud (1856-1939) danno alle stampe la prima edizione degli Studi sull’isteria, una raccolta di resoconti clinici che hanno per protagoniste cinque donne. L’isteria è infatti considerata una variante tipicamente femminile della follia. Frutto di una difficile collaborazione professionale e personale tra i due, l’opera raccoglie diverse critiche negli ambienti scientifici dell’epoca. In effetti, nei casi presentati è ancora assente un preciso metodo terapeutico ed è discutibile se le pazienti abbiano tratto reali benefici dalle pratiche utilizzate (tra cui l’ipnosi). Tuttavia, sono già rintracciabili elementi che Freud svilupperà in seguito; in particolare, egli è convinto che l’isteria sia da ricondurre a un meccanismo di autodifesa rispetto a una situazione spiacevole e, in quanto tale, traumatica, che la paziente ha rimosso e che è compito del medico far riemergere.

La medicalizzazione della follia non scongiura però la tendenza a usare l’etichetta di pazzia non solo come marchio per persone che presentano precise patologie, ma anche per coloro il cui comportamento sfugge a rigidi canoni sociali. Questo è vero in particolare per le donne. Negli anni Sessanta e Settanta, parte della riflessione femminista si sovrappone ai tentativi di riforma della psichiatria. Nel 1972, la psicologa Phyllis Chelser pubblica un testo dal titolo significativo Le donne e la pazzia, un’indagine sul nesso tra malattie mentali e mondo femminile negli Stati Uniti. Pur presentando i dati raccolti secondo una precisa linea interpretativa, la ricerca evidenzia un aspetto oramai ampiamente riconosciuto, ovvero come il marchio della pazzia sia servito nel Novecento per internare donne lontane da un determinato ideale femminile socialmente imposto: donne troppo “mascoline”, troppo libere e indipendenti, magari refrattarie alla maternità. D’altro canto, l’isteria non sarebbe che il risultato della forzata introiezione di ruoli stereotipati.

Nel Novecento, i regimi totalitari si sono ampiamente serviti dell’istituzione dei manicomi per emarginare individui scomodi. Nel 2016, è stata allestita alla Casa della Memoria e della Storia di Roma la mostra “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista”. “Libertina”, “snaturata”, “irosa”: questi sono gli aggettivi utilizzati per giustificare l’interdizione di donne che non rispecchiavano l’ideale femminile del fascismo. In occasione della mostra, è stato dedicato un approfondimento al tema: http://www.raistoria.rai.it/articoli/donne-in-manicomio-nel-fascismo/34973/default.aspx

 

Crediti immagini
Apertura: Anselm Feuerbach, Medea e gli Argonauti, 1870 (Wikimedia Commons)
Box: Locandina della mostra “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista” (facebook.com)

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