La «romanizzazione» dell’impero, una globalizzazione ante litteram. Il punto di vista della cultura dominante

Michela Mariotti

Chi pensa alla globalizzazione come a un fenomeno squisitamente postmoderno – l’unificazione planetaria dei mercati indotta dal rapido diffondersi delle innovazioni tecnologiche, in particolare nell’ambito della telematica, con il conseguente sviluppo di modelli uniformi di consumo e di produzione e l’abbattimento delle barriere spaziali fra le nazioni – forse non considera che il più grande processo di “globalizzazione” si è già verificato nell’antichità ed è tradizionalmente noto come «romanizzazione».

 

Un processo di integrazione culturale, con effetti sulla cultura dominante

Per «romanizzazione» si intende il processo di riduzione a unità politica e omogeneità culturale di un complesso di popoli e stati, conquistati con le armi dai Romani e successivamente associati alle funzioni di governo, fino a cancellare la distinzione tra vincitori e vinti.
In realtà la romanizzazione assume caratteri diversi nelle diverse aree dell’impero: il paradosso oraziano Graecia capta ferum victorem cepit, «la Grecia conquistata con le armi a sua volta ha conquistato il rozzo vincitore» (Epistole 2, 1, 156), per esempio, ben rappresenta la potente forza d’attrazione esercitata dalla cultura ellenistica sulla società romana, che fin dalle origini, sia attraverso il contatto diretto sia attraverso la mediazione degli ellenizzati etruschi, è permeata di cultura (materiale, artistica, letteraria) greca, tanto da far apparire rovesciato il rapporto tra vinto e vincitore. Anche in generale, però, nelle province dell’impero la romanizzazione non è mai un fenomeno unilaterale di assimilazione alla cultura del vincitore, ma un processo che opera nelle due direzioni, con scambi reciproci tra substrato regionale e cultura romana dominante. Ne consegue che, in maniera più evidente nelle aree periferiche dell’impero, la romanizzazione si configura in realtà come un fenomeno di ibridismo culturale.

 

La conquista come missione di civiltà

Per i Romani, invece, la romanizzazione dell’impero è sempre un processo di civilizzazione, non importa che essa si basi sulla conquista militare e che il modello romano, per quanto ritenuto superiore, sia imposto con la forza delle armi. Per i Romani, dominare il mondo è il destino di Roma. La profezia di Anchise nel VI libro dell’Eneide si conclude con la celebrazione di questa missione storica: in opposizione ad altri popoli che eccellono nelle arti, nell’oratoria o nelle scienze, la vocazione specifica dei Romani è quella di governare e pacificare le nazioni, esercitando la clementia verso i sottomessi, ma reagendo con forza contro chi si ribella (tu regere imperio populos, Romane, memento/ (hae tibi erunt artes) pacique imponere morem,/ parcere subiectis et debellare superbos, «tu, Romano, ricorda di dominare i popoli (questa sarà la tua arte) e fissare regole alla pace, di risparmiare i sottomessi e debellare i superbi», Virgilio, Eneide VI 851-853), un’efficace sintesi del programma augusteo.

 

Agricola in Britannia, un esempio virtuoso di romanizzazione

Tacito nella biografia del suocero Agricola delinea un quadro illuminante di come il processo di civilizzazione si realizzasse concretamente. Giunto nell’isola come governatore nel 77, Agricola prima di tutto impone la sua autorità con un paio di azioni militari ben condotte, sconfiggendo la tribù ribelle degli Ordovici e costringendo alla resa l’isola di Mona (l’odierna Anglesey, a nord ovest del Galles), recentemente occupata ma subito perduta da Roma (Agr. 18). Quindi si dedica al risanamento della pubblica amministrazione con un programma di lotta serrata alla corruzione, riconoscendo nel perpetuarsi delle iniustitiae perpetrate dai vincitori sui vinti la principale causa della guerra: reprime gli abusi commessi dal seguito del governatore, toglie a servi e liberti la gestione degli affari pubblici, abolisce la diffusa pratica della cooptazione e della raccomandazione personale nella nomina di ufficiali e funzionari, alleggerisce il peso delle imposte con l’equa distribuzione degli oneri, sradicando odiosi sistemi di sfruttamento escogitati a fini di lucro (Agr. 19).

 

Esercizio delle armi e diffusione del modello culturale romano

In estate riunisce l’esercito e lo riconduce a una rigorosa disciplina senza per questo lasciare tregua al nemico, ma «dopo avere seminato sufficiente terrore, esercitando di nuovo la clemenza, mostrava le attrattive della pace», ottenendo così la resa spontanea di molte tribù fino ad allora ribelli, e presidiando i loro territori con una rete ben distribuita di fortezze e guarnigioni (Agr. 20). Infine, Agricola adotta una serie di provvedimenti affinché i Britanni, «che vivevano sparsi nel territorio, privi di civilizzazione» (homines dispersi ac rudes), e perciò inclini alla guerra, «si abituassero a vivere in pace attraverso i piaceri» (quieti et otio per voluptates adsuescerent): incoraggia, anche con pubbliche sovvenzioni, la costruzione di opere pubbliche (templi, piazze, palazzi), lodando chi si mostra attivo e biasimando chi non lo è, così da non costringere ma da suscitare una gara per ottenere il riconoscimento da parte del governatore romano (honoris aemulatio pro necessitate erat). Fa educare i figli dei capi Britanni nelle arti liberali, ne loda gli ingenia, così che quanti poco prima rifiutavano la lingua romana ora desiderano padroneggiarne l’arte dell’eloquenza. Non solo: comincia a diffondersi la moda di vestire alla romana e l’uso della toga, finché a poco a poco, non si diffondono anche «gli allettamenti dei vizi» (delineamenta vitiorum), i portici, i bagni e le raffinatezze dei banchetti (Agr. 21).

Puoi vedere una ricostruzione di questo sistema di romanizzazione delle province cliccando qui https://www.youtube.com/watch?v=o3nPUI17SbY

La romanizzazione come strumento dell’imperialismo romano

Nel racconto di Tacito, il comportamento esemplare di Agricola, celebrato come modello di virtù praticabile anche sotto principi tirannici come Domiziano, si contrappone alla realtà più diffusa dell’occupazione romana, descritta come sopraffazione e sfruttamento. La corruzione dell’amministrazione pubblica ridotta a scambio privato di favori, l’inequità del sistema fiscale e la riscossione arbitraria del tributo, fonte di arricchimento personale per centurioni e pubblicani, l’evergetismo (la pratica di affidare le opere pubbliche ai provinciali abbienti in cambio di qualche beneficio da parte di Roma) imposto per coercizione (istruttivo al riguardo P. Veyne, La vita privata nell’impero romano, Bari Laterza 20103, pp. 87 ss.); tutti questi aspetti della romanizzazione rappresentano la norma su cui l’operato di Agricola si staglia come un ideale di non facile realizzazione. Eppure anche l’opera di civilizzazione promossa da Agricola (vige infatti il pregiudizio di trattare con popoli barbari: homines dispersi ac rudes) è lucidamente vista da Tacito come uno strumento dell’imperialismo romano. Lo storico così conclude: Idque apud imperitos humanitas vocabatur cum pars servitutis esset, «tutto ciò presso gli inesperti Britanni veniva chiamato civiltà mentre era parte dell’asservimento» (Agr. 21)

L’uso partigiano del discorso di Critognato in Cesare

L’accusa di asservimento è un leitmotiv della storiografia romana nel rappresentare le ragioni dei vinti, a partire dal famoso discorso pronunciato da Critognato, capo degli Arverni, durante l’assedio di Alesia, nei Commentarii de bello Gallico di Cesare (7, 77-78). Alla turpissima servitus che Roma vuole imporre a tutte le nazioni potenti e gloriose (fama nobiles potentesque bello), Critognato contrappone l’ideale della libertas dei Galli. Ma qual è la libertas strenuamente difesa da Critognato? L’orgoglioso capo arverno esorta i suoi a resistere cibandosi dei corpi della popolazione inabile alla guerra. E trova avallo alla sua proposta nell’esempio degli avi, che praticando l’antropofagia sopravvissero all’assedio di Cimbri e Teutoni. Il discorso antiromano di Critognato, riportato da Cesare proprio per la sua singularis ac nefaria crudelitas, ha l’effetto di esaltare la vittoria del generale romano su un popolo tanto efferato: il lettore romano era indotto così a valutare positivamente l’opera di civilizzazione avviata dalla conquista romana.

 

Le ragioni dei vinti, un filone storiografico

Il discorso di Critognato inaugura nella storiografia romana il filone dei discorsi dei vinti, uno spazio che si apre nel racconto storico per ospitare le ragioni delle popolazioni sconfitte da Roma. Ne sono esempi il discorso di Giugurta a Bocco (Bellum Iugurthinum 81) e la lettera di Mitridate ad Arsace (Historia 4, fr. 69) in Sallustio, e nello stesso Tacito i discorsi di Calgaco, capo di una tribù della Caledonia (Agricola 30-32), e di Giulio Civile, nobile batavo che guida un’insurrezione di Germani (Historiae 14 e 17).
Sallustio impiega la voce dei vinti per rafforzare, estendendole al punto di vista dello straniero, le accuse di avaritia e luxus che egli stesso rivolge alla nobilitas corrotta, incapace di reprimere con decisione l’offensiva di Giugurta. Ciò che spinge Roma alla guerra, secondo la definizione di Mitridate, è una cupido profunda imperi et divitiarum. Ma il discorso del re orientale si intesse di accuse che difficilmente risultano credibili: la volontà di superare il modello di Alessandro Magno o le origini umili di Roma sono piuttosto motivo di orgoglio per il pubblico romano. In sostanza, la politica espansionistica di Roma non è affatto messa in discussione.

La necessità dell’impero e il grido di Calgaco

Per Tacito l’impero è una necessità ineluttabile, l’unico organismo politico e militare capace di garantire la pace tra i popoli. Le accuse di Giulio Civile sono demolite una dopo l’altra nel discorso del generale romano Petilio Ceriale, che a quello di Civile simmetricamente si contrappone nelle Historiae. L’avaritia e il luxus dei governanti vanno sopportati come una calamità naturale, contro cui non c’è rimedio (Hist. 4, 74, 2). Senza la protezione romana i Galli cadrebbero sotto la tirannide dei Germani; perciò Ceriale li esorta: pacem et urbem, quam victi victoresque eodem iure obtinemus, amate colite («la pace e Roma, che vinti e vincitori possediamo con parità di diritti, amatele e veneratele», Hist. 4, 74, 4).
Ma nella memoria del lettore, antico e moderno, non cessa di risuonare il grido di Calgaco,«il più eminente per valore e nobiltà» tra i capi caledoni: «Rapinatori del mondo (raptores orbis), i Romani, dopo aver tutto devastato, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio, se è povero; tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, sono gli unici che bramano con pari veemenza di possedere tutto, e ricchezze e miseria. Rubare, massacrare, rapinare, questo con falso nome chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d’aver portato la pace (Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant)» (Tacito Agr. 30, 6-7; trad. B. Ceva)

 

Crediti immagini
Apertura: Terme romane di Bath (Wikimedia Commons)
Box: Disegno del XIX secolo che rappresenta il discorso di Calgaco ai Caledoni (Wikimedia Commons)

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