I riti di passaggio

Claudio Fiocchi

Quando si diventa adulti? Un uomo di qualche popolazione “primitiva” dell’Amazzonia o della Papua Nuova Guinea non avrebbe difficoltà a indicarci uno o una serie di riti dopo i quali il giovane è divenuto un adulto. E nella nostra società quando si cessa di essere giovani?

 

Cosa è un rito di passaggio

In antropologia un rito è un atto compiuto secondo una certa procedura, in un dato momento e in un dato luogo e dotato di un profondo significato simbolico per tutta una popolazione. Una processione religiosa, per esempio, può essere un rito per un piccolo paese che vive questo momento con grande intensità, mentre è una seccatura per un automobilista di passaggio che ha fretta di tornare a casa.

Se è privo di una dimensione simbolica forte e condivisa, il gesto abituale (come bere il caffè a una certa ora del mattino) non diventa un rito, ma resta un’abitudine, per quanto significativa sul piano di una persona o di una piccola collettività.

In molte popolazioni esistono riti di passaggio, che definiscono l’accesso a un nuovo ruolo: i più tipici sono i riti con cui i giovani diventano adulti, spesso mettendo alla prova il proprio coraggio o la propria capacità di sopportare le sofferenze.  Gli antropologi hanno individuato numerosi esempi di riti di passaggio violenti presso popolazioni amazzoniche, africane o della Nuova Guinea, durante i quali i giovani vengono frustati o sottoposti ad altri trattamenti dolorosi. In questi casi, è come se, attraverso i colpi inferti con bastoni, uncini o altri mezzi, si scrivesse sul corpo del giovane la sua nuova condizione.

In altri casi i giovani non sono sottoposti a prove di resistenza al dolore, ma a prove di coraggio e devono recarsi in luoghi pericolosi, come tratti di mare infestati da squali (un rito presente in Micronesia).

Arnold Van Gennep è un antropologo che ha studiato a lungo i riti di passaggio a proposito dei quali ha pubblicato il volume “I riti di passaggio” (1909). Qui trovi una sintetica biografia di Van Gennep.

 

Riti di passaggio del secolo scorso

Nelle società contemporanee trovare dei veri e propri riti è più difficile. Ma non è sempre stato così. Immaginiamo di tornare indietro nel tempo di qualche decennio. Un giovane italiano sarebbe diventato adulto dopo aver trascorso un anno a militare ed essersi sposato.

Ciascuno di questi eventi avrebbe avuto un carattere rituale: andare a miliare significava abbandonare la casa paterna e sottoporsi a regole dettate da estranei lontano da casa; sposarsi, secondo il rito cattolico, comportava l’avvicinarsi alla futura compagna di vita con il supporto dei genitori e allontanarsene insieme al coniuge.

Forse il primo giorno di lavoro non comportava un rituale, ma dava il via a un cambiamento di condizione, soprattutto quando si abbandonava la condizione di apprendista.

 

Società senza riti di passaggio

Nella società del nuovo millennio è tutto diverso: la leva militare non è più obbligatoria, al matrimonio tradizionale si sono affiancate forme di convivenza informali o il matrimonio civile, l’ingresso nel mondo del lavoro è più fluido e parziale. Sembra quindi che manchi una netta rottura che distingue i giovani dagli adulti.

Secondo l’antropologo Marco Aime, la scomparsa dei riti di passaggio va di pari passo con la scomparsa del passaggio da giovani ad adulti. Nella società italiana la difficoltà ad accedere a un lavoro ben retribuito e alla casa, la necessità di aiuto da parte delle famiglie di origine anche quando ci si è sposati rendono difficile la conquista dell’adultità come piena autonomia (o forse fanno sospettare che essere adulti oggi non comporti una rottura profonda con la famiglia d’origine).

Marco Aime tiene un Blog su “Il fatto quotidiano” https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/maime/

In una realtà in cui genitori e figli si vestono allo stesso modo, si scambiano confidenze, condividono la stessa visione del mondo senza conflitti, scompare il limite tra giovinezza e adultità e quindi i riti che lo sanciscono, spiega Marco Aime (in Aime – Pietropolli Charmet, La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Einaudi 2014).

Qui trovi una recensione al libro di Aime e Pietropolli Charmet

Perché il rituale sia tale, deve essere collettivo e non privato, scandito secondo tempi e modalità precise. Per questo si indica spesso come unico rito sopravvissuto l’Esame di Stato con cui termina il ciclo scolastico superiore e non caso soprannominato “maturità”: esso sancisce la fine del percorso scolastico, o almeno di una sua parte, e avviene secondo modalità e tempi comuni a tutto il Paese. Dopo la maturità il giovane raramente diventa un adulto in senso pieno, ma spesso studia o svolge lavori precari, senza la possibilità materiale di raggiungere quella stabilità che dovrebbe fare tutt’uno con la condizione di adulti.
La società senza riti (o di riti “privati”) è esordita da qualche decennio, ma non è detto che la necessità di trovare nuove organizzazioni scoiali e forme di identità non spinga alla nascita di riti di passaggio inaspettati.

 

Crediti immagini
Apertura: Rito di iniziazione di un gruppo di ragazzi nel Malawi (Wikimedia Commons)
Box: Arnold Van Gennep (Wikimedia Commons)

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