I vecchi e i giovani

Andrea Ercolani

Il concetto di “giovane”: tra indeterminatezza e relativismo

La nozione di “giovane”, apparentemente semplice e intuitiva, è in realtà vaga e sfuggente e, soprattutto, si carica di volta in volta di significati differenti a seconda del contesto d’impiego.

Questa la definizione dell’aggettivo che si legge nel vocabolario Treccani (stralcio alla lettera da http://www.treccani.it/vocabolario/giovane/):

gióvane: 1. agg. a. Che è nell’età della giovinezza […] b. In senso relativo, che non ha ancora l’età richiesta, o l’esperienza necessaria a determinati fini […] c. Con sign. più ampio, in contrapp. esplicita, o più spesso implicita, a vecchio, anziano (cioè all’età senile e alle sue caratteristiche) […]; spec. con riguardo alle forze fisiche, al vigore della mente […] Con valore relativo, più g., meno g., minore o maggiore di età rispetto ad altra persona etc.”

La definizione al punto 1a. è tautologica e dice poco, quella al punto 1b. evidenzia il valore relativo del significato, quella al punto 1c. ne sottolinea l’impiego secondo una logica oppositiva, dove il senso (sempre relativo, non oggettivo) è dato da una contrapposizione. Un esempio per chiarire: un bambino di dieci anni probabilmente non chiamerebbe “giovane” un ventenne, mentre lo definirebbe tale un individuo di quaranta; viceversa un “giovane” di vent’anni non definirebbe “giovane” un uomo di quaranta, mentre un ottantenne lo chiamerebbe senz’altro così. La nozione di “giovane”, in questi ipotetici contesti d’impiego, è determinata unicamente dall’età del locutore, che rapporta e misura sulla propria età quella altrui e applica (o non applica) conseguentemente la nozione di “giovane”.

 

Le età “istituzionali”

Al relativismo della nozione soggettiva di “giovane”, “gioventù” etc. si contrappone, quasi a porvi rimedio, la definizione più o meno rigida di “classi di età” che servono a organizzare l’impalcatura sociale di un gruppo umano e a volte assumono funzione politica in senso proprio.

Nelle culture di livello etnografico (ovvero in quei gruppi umani che un tempo erano definiti “primitivi”, per intenderci) esistevano fasce o classi di età in cui la società era divisa, e specifici riti segnavano il passaggio da un’età all’altra.

Resta ancora fondamentale il saggio di Arnold Van Gennep Les rites de passage (Paris 1909; varie edd. in trad. it.: I riti di passaggio). Una prima informazione sulle varie questioni inerenti all’età socialmente intesa in http://www.treccani.it/enciclopedia/eta_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

Anche nella cultura greca e in quella romana esistevano fasce d’età e riti di passaggio che facevano transitare l’individuo da una classe all’altra, con differenziazioni non solo su base anagrafica, ma anche sessuale (ad esempio l’età per il matrimonio, diversa per i maschi e le femmine) e biologica (ad esempio la pubertà, che non coincide col dato anagrafico).

Consideriamo il caso dell’agg. lat. iuuenis. L’aggettivo normalmente si applica a un individuo di età compresa tra i venti e i quaranta anni, e si contrappone a puer da un lato (meno di venti) e senex dall’altro (più di quaranta); ma – e questo è rilevante – non coincide con la nozione di vir, che pure si contrappone a puer e indica un uomo nella stessa fascia di età individuata da iuuenis, ma con una caratteristica in più: quella di essere sposato. In questo contesto culturale, insomma, la nozione di iuuenis non ha solo valenza “anagrafica”, ma anche sociale: esprime un’età e una condizione (quella di celibe).

Un altro esempio per illustrare la nozione di “età” questa volta “politicamente” definita. Guardiamo ad Atene e consideriamo il caso dell’efebia: all’età di diciotto anni i maschi venivano coscritti e prestavano servizio militare (per uno o due anni, a seconda dei periodi), per poi essere ammessi de iure nel corpo civico come soggetti politici. Una linea di discrimine rapportabile a quella costituita dalla “maggiore età” nel nostro sistema istituzionale, con un rito di passaggio del tutto simile, l’espletamento del servizio obbligatorio di leva, in vigore in Italia fino al 2005. Solo allora l’individuo diventava adulto (la nostra nozione di “maggiorenne”). Il che però nulla dice sul suo essere (ancora) “giovane”.

È interessante notare come lo Stato mostri (giustamente e doverosamente) attenzione e sensibilità nei confronti dei “giovani”: http://www.gioventu.gov.it/. La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha un Dipartimento dedicato alla “gioventù”: http://www.gioventuserviziocivilenazionale.gov.it.

 

La “gioventù” come valore

Acquisito il dato che la gioventù è una nozione relativa e soggettiva e che occorre tenerla distinta dai suoi succedanei sociali e istituzionali (classi d’età et sim., che sono altra cosa), ebbene, esiste comunque una nozione positiva di “gioventù”, diffusa nelle culture d’ogni tempo e luogo, in cui al termine si associa vigore fisico, capacità intellettuale, possibilità di godere i piaceri della vita, le gioie dell’amore (più correttamente: del sesso), prospettive luminose e via a seguire.

Un bell’esempio di questa nozione in versione poetica è offerto, per via di negazione, da Mimnermo di Colofone, un poeta elegiaco vissuto a cavallo tra VII e VI sec. a.C. (questa, come le successive traduzioni in corpo minore, sono di E. Mandruzzato):

C’è vita, c’è gioia senza Afrodite d’oro?
E che io muoia prima che non m’importi
d’un amore nascosto, dei suoi dolci doni, del letto:
fiori di giovinezza da strappare,
uomini e donne. Avanza l’amara vecchiaia
che rende insieme orribili e malvagi,
consuma la mente fra cupi pensieri perenni,
fa smarrire la gioia del sole e della luce,
rende odiosi ai ragazzi e indifferenti alle donne.
Così un Dio fece orrenda la vecchiaia

Qui è la deprecazione della vecchiaia a far risaltare, per converso, la positività della giovinezza, ed è precisamente l’esperienza amorosa la chiave di volta della transitoria condizione giovanile: gli amplessi amorosi, che sono “fiori di giovinezza da strappare”, da cogliere al volo (ἥβης ἄνθεα γίγνεται ἁρπαλέα). Insomma: Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia!” (Lorenzo de’ Medici, Canzona di Bacco).

 

La vecchiaia come disvalore

Nella cultura letteraria greca alla giovinezza felice si contrappone l’orrenda vecchiaia. La vecchiaia, come già illustrato dal testo sopra riportato, è un disvalore, è una condizione esecranda, un male (“Così un Dio fece orrenda la vecchiaia”: οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός), caratterizzato da decadimento fisico e intellettuale.

Lo illustra molto bene ancora una volta Mimnermo:

Zeus ha dato a Titono un male infinito,
la vecchiaia, agghiacciante più della morte.

Eos aveva chiesto a Zeus di concedere a Titono l’immortalità, ma si era scordata di chiedere per lui anche l’eterna giovinezza, condannando così l’amante a un invecchiamento senza fine, orrendo più della morte. Il mito narra ancora che sempre su richiesta di Eos l’ormai decrepito Titono fu tramutato in cicala, che notoriamente canta per un’estate sola: un canto effimero e fugace, come la giovinezza.

Louis Jean François Lagrenée (Wikimedia Commons)

La concezione negativa della vecchiaia, almeno nella sua dimensione poetica (i fatti sembrano dichiarare altro: il paradigmatico attaccamento alla vita del pur vecchio Admeto nell’Alcesti di Euripide docet), emerge in tutta la sua crudezza e di nuovo per antifrasi in un verso di Menandro, passato in proverbio: ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν ἀποθνῄσκει νέος, “muore giovane colui che gli dèi amano”.

 

L’eccezione alla regola: Solone

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: la vecchiaia come condizione non solo tollerabile, ma con una fisionomia tutta sua che, se compresa, la rende una fase della vita come le altre, con il suo bello e il suo brutto. Una vecchiaia che non si contrappone alla giovinezza, ma che ne è il semplice, naturale superamento. Uno scambio a distanza, con un bell’esempio di metapoiesi simposiale, illustra la questione.

Al distico di Mimnermo

Potessi senza morbi e senza dolenti pensieri
incontrare il destino di morte a sessant’anni
(ἑξηκονταέτη μοῖρα κίχοι θανάτου)

così replica Solone

Io ti darei ragione, ma togli una cosa
(accetta che ti parli in confidenza),
fammi un ritocco, canoro Ligirtiade, e scrivi (ὧδε δ’ ἄειδε):
“incontrare il destino di morte a ottant’anni”
(ὀγδωκονταέτη μοῖρα κίχοι θανάτου)

E sempre Solone afferma: γηράσκω δ’ αἰεὶ πολλὰ διδασκόμενος, “invecchio sempre molto imparando”.

Insomma: una rivalutazione della vecchiaia che troverà il suo paradigma teorico nel trattato filosofico di Cicerone Cato Maior vel de senectute. La serenità con cui Catone vive la sua senectus è presentata nel dialogo ciceroniano come esempio positivo. La confutazione sistematica dei luoghi comuni intorno ai mali della vecchiaia (decadimento fisico, ottundimento dell’intelletto, impossibilità a godere dei piaceri fisici, bizzarria del carattere) porta a una conclusione di portata generale: solo gli stolti non hanno una buona vecchiaia.

Resta vero, come recita un icastico detto romano, che “A vent’anni devi dà ffòco a le fontane”.

Crediti immagine: Scena con Admeto e Alcesti, dal Sarcofago di C. Junius Euphodus e Metilla Acte (Wikimedia Commons)

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