Da sterco del diavolo a strumento del bene comune: il denaro nel medioevo

Claudio Fiocchi

È difficile immaginare un mondo senza denaro, ma la storia ci spiega che cosa è successo quando il denaro è diventato parte integrante della vita economica europea, dando vita a una vicenda che non ha ancora avuto fine.

 

Il denaro nelle mani di un ricco uomo del XII secolo

Racconta lo storico Jacques Le Goff (in Lo sterco del diavolo. Il denaro nel medioevo, Laterza, Roma-Bari 2010) che il margravio Ottone di Meissen, soprannominato non a caso “il ricco”, fece vari usi delle sue ingenti ricchezze: acquistò terre, sovvenzionò la costruzione delle mura di alcune città ed elargì una considerevole somma al monastero di Zella. In poche parole, da bravo uomo del XII secolo, pensava al guadagno acquistando terre, alla difesa cingendo di mura le città, e alla salvezza dell’anima con pie donazioni.

Ottone, cosa di cui era probabilmente ben consapevole, viveva in un’epoca in cui il denaro riiniziava a circolare copiosamente. Sovrani e Stati grandi e piccoli cercavano miniere di argento, perfezionavano tecniche di estrazione e battevano moneta con cui finanziavano le proprie attività. A differenza di quanto avviene ai nostri giorni, quando la moneta è una banconota di carta o di metallo non prezioso, nel medioevo la moneta aveva un valore che dipendeva dal suo contenuto di metallo prezioso. L’argento (e più raramente l’oro), quindi, era la materia con cui si fabbricavano le monete, ma anche l’elemento che dava loro valore.

Proprio per questo, in caso di necessità, un sovrano poteva decidere di diminuire il quantitativo di metallo prezioso presente nelle monete e batterne di nuove. Una forma di svalutazione tanto più odiosa quanto più le monete nuove circolavano insieme a quelle vecchie, determinando un imbarazzante situazione nella quale monete teoricamente dello stesso valore avevano invece valori diversi a seconda del quantitativo di metallo contenuto.

Con la diffusione del denaro nella società europea si imposero nuove figure professionali, che si occupavano del denaro per prestarlo (gli usurai e i banchieri), valutarlo e scambiarlo (i cambiavalute) e persino farne oggetto di scommesse di gioco (i barattieri): in poche parole, il denaro era di per se stesso oggetto di mestiere.

Qui trovi un articolo su Jacque Le Goff, scritto in occasione della sua morte (da Repubblica.it)

 

Il gioco d’azzardo

Prendiamo in considerazione questi ultimi. I barattieri, studiati dallo storico Gherardo Ortalli (in Barattieri. Il gioco d’azzardo fra economia ed etica. Secoli XIII-XV, Il Mulino, Bologna 2012), erano professionisti del gioco d’azzardo. Relegati ai margini della società, man mano che l’economia monetaria andava sviluppandosi e le città si animavano di commerci, anche i barattieri trovarono il loro posto e addirittura acquistarono una sorta di licenza da parte delle città. Sotto gli occhi di tutti, quindi, e magari vicino ai palazzi comunali del potere, il gioco d’azzardo era consentito, pur con tutta una serie di restrizioni che riguardavano quanto e cosa si poteva giocare.

Sotto la spinta dei predicatori Tre-Quattrocenteschi il gioco d’azzardo verrà allontanato dalla pubblica piazza, ma anche dal pubblico controllo. Il gioco d’azzardo diventerà un gioco privato, più difficile da controllare, giocato nelle osterie o in case private e palazzi nobiliari dove assumerà il valore di gioco di società.

Le giuste regole del mercato

Se la moneta si scambiava sui tavoli da gioco con il beneplacito delle autorità, questo significa che il contesto sociale era pronto ad accordare legittimità ad attività un tempo vietate.

Per il francescano Pietro di Giovanni Olivi capire come funzionano le monete e il loro rapporto con le cose nella vita quotidiana è una necessità ineluttabile in un mondo in cui non è più possibile barattare le cose o scambiarsi i favori, ma in cui i beni e i servizi devono essere misurati. Il denaro è ricchezza, ma è anche il modo in cui si rende visibile “la continua oscillazione dei valori necessari per vivere a coloro, soprattutto, che non siano in grado di comprenderlo intellettualmente”, come chiarisce Giacomo Todeschini in Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato (Il Mulino, Bologna 2004).

Lungo questa strada anche la figura del mercante è legittimata come il soggetto capace di stabilire il giusto prezzo delle cose (e che trae il suo guadagno come remunerazione per la sua perizia sulle merci). Da qui deriva anche un giudizio diverso su chi presta il denaro per un interesse personale, come l’usuraio e chi come, un’istituzione pubblica, prende a prestito dai cittadini una cifra di denaro che remunera con interessi: la discriminante passa per la tesi secondo cui la produttività del denaro pubblico e il capitale del mercante sono parte di un patrimonio collettivo e contribuiscono al benessere collettivo, al contrario di quello individuale dell’usuraio che anzi lacera il tessuto della comunità. Il denaro, insomma, è tutt’altro che sterco del diavolo.

Qui trovi una sintesi del pensiero e della vita di Pietro di Giovanni Olivi (da Treccani.it)

 

Dal denaro alla finanza

Il denaro che andava diffondendosi almeno in una parte delle società modificava i rapporti sociali e i modi di pensare. Per enti considerati affidabili come le chiese, i monasteri e le città, era lecito vendere i diritti di riscossione o pagare rendite a chi aveva loro prestato denaro, perché tale atto era finalizzato al bene pubblico e promosso da enti considerati di per sé buoni, fondati sui legami di fiducia dei cittadini e dei fedeli.

Così diventava lecita anche l’attività bancaria, nella quale eccelsero i de’ Medici, che in pochi anni, alla fine del Trecento, passarono dalla condizione di malfattori a quella di banchieri e poi di capi di Firenze. Questo connubio di posizioni non deve stupire. Mercato e Stato non si sviluppano in contrasto l’uno con l’altro. Spiega lo storico Niall Ferguson, in Ascesa e declino del denaro. Una storia finanziaria del mondo (Mondadori, Milano 2009) che finanza, denaro, Stato e investitori si influenzano l’un l’altro costantemente e che forse è sciocco pensare alla morte del capitalismo, come si sostiene talvolta, soprattutto in occasione delle crisi finanziarie (come quella del 2007-2008). La finanza fa parte del nostro mondo ed è sempre in dialogo con lo Stato: sia che essa adotti comportamenti virtuosi sia che essa presenti risvolti negativi, in fondo è solo lo specchio dei comportamenti umani.

Qui trovi un articolo su Niall Freguson, utile per conoscere meglio le tesi dello storico britannico (da IlFattoQuotidiano.it)

 

Crediti immagini:

Apertura: foto di Nicki Mannix su flickr

Box: foto di Mike Beals su flickr

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