Gli antropologi e lo zio: discorsi sulla famiglia

Susanna Ripamonti

Si dice che gli psicologi si occupino dell’io, i filosofi di Dio e gli antropologi dello zio e c’è qualcosa di vero in questa affermazione. L’antropologia si interessa con una certa ostinazione della famiglia e questo non sempre è uno degli aspetti più affascinanti della disciplina. L’approccio è classificatorio, un po’ come in un manuale di biologia: faticosi grafici indicano gli intrecci della parentela; la discendenza, la scelta del luogo in cui vivere, le strategie matrimoniali creano complicate reti di relazioni che possono sembrarci strane e inconsuete.

I rapporti di parentela tra la popolazione dell’Alto Egitto dei Nuer vennero studiati dall’antropologo inglese Evans Pritchard. Cliccando qui puoi vedere un interessante documentario biografico sulla sua ricerca

Così pure le diverse concezioni riguardanti la nascita e il concepimento possono mettere in discussione una delle nostre poche certezze, l’attribuzione di maternità. Ci sono ad esempio società nepalesi in cui si ritiene che il bambino non prenda forma nell’utero materno, ma nel cervello paterno e che la crescita nel ventre della madre sia solo il completamento della gestazione. Insomma, una sorta di fecondazione in vitro, in cui la “provetta” è il cervello del padre e il ventre materno è solo il destinatario di un ovulo etero-prodotto. L’idea è poetica e sembra quasi una metafora di pratiche comuni in occidente, come la fecondazione assistita eterologa.

Da Malinowski a Paperino: se lo zio è il papà

Queste forme di partenogenesi maschile, hanno naturalmente anche il loro opposto: nelle Trobriand il mitico arcipelago della Melanesia studiato da Bronislaw Malinowski, il ruolo del padre nella fecondazione è considerato del tutto pleonastico e non si individua un nesso tra sessualità e gravidanza. I figli di una donna sono considerati reincarnazioni dei defunti della discendenza materna e al marito non viene riconosciuto nessun contributo biologico.

Questa espropriazione del ruolo paterno non provoca distacco: al contrario i rapporti tra padre e figli sono quelli che tutti vorremmo. Scrive Malinowsky: “Il padre è il più intimo e affettuoso amico dei suoi figli. In infiniti casi ho potuto osservare che quando un bambino, un giovane o una ragazza si trovano in difficoltà, quando sorge il problema di qualcuno che si occupi del bene della prole, è sempre il padre che si preoccupa e sopporta tutte le prove”. Questo padre ideale è del tutto deresponsabilizzato, dal punto di vista biologico e anche dal punto di vista giuridico e sociale. La società delle Trobriand e di vaste aree della Melanesia è avuncolocale, termine sconosciuto ai profani, che deriva da avunculus, lo zio materno degli antichi romani. Osservando dal suo accampamento la società locale, Malinowsky notò le strane gerarchizzazioni all’interno della famiglia. Una coppia appena sposata andava a vivere nelle vicinanze della casa dell’avunculus, il quale era tenuto a provvedere al mantenimento dei nipoti, che erano anche i suoi eredi designati. Ruolo a cui assolveva a malincuore, chiedendo in cambio lavoro sulle sue proprietà, ma al quale era costretto dalle regole sociali.

La famiglia, come tutta l’organizzazione sociale delle Trobriand si basa sul concetto di reciprocità connesso al Kula, una forma specifica di scambio. Cliccando qui potete trovare un approfondimento sulla ricerca condotta da Malinowski

Può sembrare una stranezza, molto lontana dalla nostra cultura, eppure questo tipo di relazioni parentali sono nell’immaginario di qualunque occidentale praticamente dall’infanzia, anche se in forma di favola e di fumetto. Pensate alla pedagogia di Topolino e al tipo di società e di legami parentali che ci ha proposto Walt Disney, quasi nella culla. Nella variopinta parata disneyana c’è un solo papà, Ezechiele Lupo, che è la tipizzazione del debosciato e del poco di buono. Tolto suo figlio, tutti gli altri marmocchi hanno solo zii e zie come adulti di riferimento, anzi, generazioni di zii o al massimo una nonna, Papera.

Famiglia vuol dire reciprocità

Questo per arrivare al nocciolo del problema: gli antropologi si sono accapigliati per parecchio tempo per cercare di studiare e definire le varie forme di organizzazione della parentela ed è grazie a Marshall Sahlins che la disciplina è uscita dal vicolo cieco delle classificazioni, per giungere al punto: i parenti sono tali non tanto perché sono consanguinei ma perché condividono affettivamente e simbolicamente le vicende della vita e della morte. Dunque non è la procreazione e neppure il legame di sangue a definire un vincolo parentale, ma il rapporto di reciprocità che caratterizza una comune esperienza esistenziale. La sostanza biologica (la carne, il sangue, il seme, il latte) che unisce due persone è rilevante, non tanto come dato fisiologico, ma come costruzione simbolica del concetto di appartenenza. In altre parole, ciò che viene trasmesso con la procreazione non è una sostanza fisica, ma uno status sociale e questo conferimento di status, questo senso di appartenenza, non è un dato biologico ma culturale.

La formazione della parentela può essere legata a modelli culturali come la commensalità, la residenza condivisa, il patto di fratellanza, la condivisione di esperienze di sofferenza.

I Malays studiati da Janet Carsten acquisiscono lo stesso sangue vivendo nella stessa casa e nutrendosi dei frutti della stessa terra.

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Una famiglia Malay. (“Malay family : Family Visit” di Taqi®™ su flickr)

In Nuova Caledonia la patata dolce è “carne degli antenati” perché è prodotta nella stessa terra in cui essi sono sepolti ed è la condivisione del cibo a creare parentela. I Kaulong della Nuova Britannia sono tutti fratelli perché discendenti dallo stesso antenato e tra gli Inuit le persone nate nello stesso giorno sono parenti.

La parentela come dato culturale e non biologico è al centro dell’analisi di Margaredt Mead, che ha dedicato buona parte dei suoi studi è dedicata all’analisi dei modelli di comportamento adottati dalle varie culture per l’allevamento dei figli. La nota antropologa americana afferma: “La paternità è un’invenzione sociale. Gli uomini devono imparare a desiderare di provvedere ad altri e questo comportamento, essendo acquisito, non ha basi solide e può sparire facilmente se le condizioni sociali non continuano ad insegnarlo”.

Cliccando qui potete trovare un interessante documentario sulla vita e sulla ricerca di Margaret Mead

La manipolazione delle genealogie

Le parentele e le genealogie vengono anche manipolate se è necessario. Tra i beduini dell’Arabia il conferimento dello stato di asilin (nobile) è strettamente connesso alla collocazione genealogica in un determinato gruppo di discendenza. Stranamente una conoscenza così importante non è mai scritta, ma viene trasmessa oralmente, pur essendo la cultura araba una cultura scritturale. In effetti questa volatilità delle informazioni consente di manipolarle in funzione delle scelte politiche, delle strategie matrimoniali o delle scelte di alleanze tra i vari sottogruppi all’interno della comunità.

Cliccando qui potete vedere un video amatoriale del matrimonio di Gomaa Selim Barakat, della tribù degli Olayqat del Sinai. Pubblicato su Youtube da Gabriel Mikhail

La famiglia allargata

Questa elasticità della struttura familiare, apparentemente lontana nel tempo e nello spazio, caratterizza anche la società occidentale, da quando la famiglia tradizionale si è dissolta nella più ampia articolazione della famiglia allargata. Le nuove forme di organizzazione della parentela sono entrate a far parte dei codici comportamentali degli italiani talmente in profondità, che sono diventati cultura popolare. Una soap ambientata a Napoli (Un posto al sole) e quotidianamente trasmessa dalla Rai propone famiglie allargate, coppie di fatto, madri adottive e padri acquisiti, non con la formula americana stile Beautiful, del tradimento e della relazione extraconiugale, ma come stile di vita accettato e condiviso. Nella realtà (come nella soap) i legami di parentela derivano dalla convivenza e dalla condivisione più che dal vincolo matrimoniale o di sangue, anche se la legislazione italiana tarda a prendere atto dei mutamenti e solo in anni recenti sono state adottate norme per tutelare i minori nati al di fuori del matrimonio. In questo gap tra legami di fatto e assetto normativo consiste la specificità, tutta italiana, della famiglia del secondo millennio.

Cliccando qui poteve vedere un video con interviste raccolte a Roma, piazza Farnese, il 10 marzo 2007 durante una . manifestazione per rivendicare i diritti dei gay e delle coppie di fatto

Per saperne di più

Ariel Dorfman, Armand Mattelart, “Come leggere Paperino.Ideologia e politica nel mondo di Disney”. Milano, Feltrinelli Editore, 1972.

Bronislaw Malinowski, “Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva”. Torino, Bollati Boringhieri editore 1973.

Marshall Sahlins, “La parentela cos’è e cosa non è”. Milano, Eleuthera, 2013.

Margaret Mead, “L’adolescenza in Samoa”, Firenze, Giunti Editore, 2007.

Edward Evan Evans Pritchard Edward, “I nuer: un’anarchia ordinata”, Milano, Franco Angeli, 2004.

Ugo Fabietti, “Culture in bilico. Antropologia del Medio Oriente”, Milano, Bruno Mondadori editore, 2002.

Immagine di apertura: _MG_0903a. South Sudan, Juba, February 2014. Photo: Petterik Wiggers/Panos Pictures. (via flickr)

Immagine per il box: immagine di Bronislaw Malinowski con i nativi dell’isola di Trobriand nel 1918. (via Wikipedia)

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