“Se divisi siam canaglia”. Il sogno di una sinistra unita nell’apostolato di Andrea Costa

Ludovico Testa

Il rivoluzionario

L’arretratezza economica e culturale dell’Italia post unitaria rappresentò un serio ostacolo alla diffusione e alla comprensione del “socialismo scientifico” teorizzato dalla dottrina marxista. Maggiore fortuna ebbe invece, specie nel centro-sud, la penetrazione del più accessibile pensiero insurrezionalista anarchico, che aveva in Michail Bakunin il suo principale esponente. Attorno all’esule russo, giunto in Italia nel 1866, si formò una giovane leva di anarchici italiani tra i quali Carlo Cafiero, Errico Malatesta, Andrea Costa, mentre un po’ dappertutto proliferarono i Fasci operai, organizzazioni ispirate alla neonata Associazione Internazionale dei Lavoratori. Il 4 agosto 1872 le sezioni anarchiche sparse nella penisola convocarono a Rimini una conferenza nazionale allo scopo di dare vita a una federazione anarchica italiana. Tale data è considerata l’atto ufficiale di fondazione dell’anarchismo in Italia. Presidente della conferenza venne nominato Carlo Cafiero, la carica di segretario fu invece affidata ad Andrea Costa.

Per approfondire la figura di Andrea Costa, guarda questo documentario

https://www.assemblea.emr.it/biblioteca/videoteca/storia/storia/andrea-costa

I fondamenti del pensiero anarchico vedevano nella rivoluzione sociale e nella distruzione di ogni potere politico i presupposti indispensabili per il raggiungimento della fraternità universale. A tal fine gli anarchici italiani organizzarono moti insurrezionali, il primo dei quali ebbe luogo nell’agosto 1874 e vide Andrea Costa in prima fila nella preparazione di una rivolta su vasta scala, che avrebbe dovuto avere come epicentro la città Bologna. Privo di sostegno da parte della popolazione e male organizzato, il moto fu soffocato sul nascere dalle forze dell’ordine e si concluse con l’arresto di gran parte degli organizzatori. Ancora più fallimentare fu l’esito del tentativo insurrezionale guidato nell’aprile del 1877 da Carlo Cafiero ed Errico Malatesta sulle montagne del Matese. Gli appelli alla rivolta rimasero inascoltati e lo sparuto gruppo di anarchici, 26 in tutto, fu rapidamente catturato da migliaia di soldati fatti affluire dalle provincie limitrofe

 

Il riformista

Il fallimento dei moti insurrezionali e la dura repressione governativa che ne seguì gettarono il movimento anarchico in una crisi profonda. Da tale crisi Andrea Costa trasse lo spunto per un’ampia riflessione, che trovò espressione in una lettera aperta indirizzata Ai miei amici di Romagna. In quella lettera Costa attribuiva ai metodi cospirativi fino ad allora utilizzati e al settarismo organizzativo la responsabilità di avere allontanato il movimento dalle masse. Se la rivoluzione rimaneva il fine ultimo cui tendere, continuava Costa, la sua realizzazione doveva avvenire per tappe successive, ponendosi obiettivi di riforma intermedi e conducendo un paziente lavoro di radicamento nelle campagne come nelle città. Si rendeva quindi necessaria una vasta opera di rinnovamento, che avrebbe dovuto passare attraverso la costruzione di un moderno partito di massa, capace di unire tutte le forze disposte a lottare per una radicale trasformazione della società. Su queste basi, dopo un intenso lavoro preparatorio, nel 1881 Costa teneva a battesimo il “Partito socialista rivoluzionario di Romagna”

Se vuoi leggere la Lettera ai miei amici di Romagna, apri questo link

http://www.bibliotecaginobianco.it/?p=144&t=Ai-miei-amici-di-romagna

Pur presentandosi come frutto di riflessioni in larga parte autonome, nella svolta di Andrea Costa è possibile avvertire anche gli echi del dibattito in corso tra le varie correnti del socialismo europeo. La sua collaborazione tra il 1879-80 alla rivista Sozialdemokrat, espressione dell’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca, testimonia una certa attenzione al confronto interno ai socialisti tedeschi tra legalitari e rivoluzionari, mentre i frequenti contatti da lui intrattenuti con i principali leader del socialismo francese offrirono spunti di riflessione sulle modalità per conciliare obbiettivi immediati e prospettiva rivoluzionaria. Assai proficua fu infine la relazione con Anna Kuliscioff, portatrice di quegli ideali di “andata verso il popolo” tipici del populismo russo. A differenza però dei principali partiti socialisti europei, lacerati da aspre diatribe dottrinali, la svolta promossa da Costa mirava al contrario a valorizzare la concezione di un partito pragmatico e aperto, capace di comporre le differenze all’interno di un’ampia visione unitaria.

Nel decennio 1882-1892, nonostante gli sforzi compiuti, la formazione politica creata da Costa non riuscì tuttavia ad assumere dimensioni nazionali, rimanendo ancorata alla realtà locale e rurale. Lo scarso approfondimento teorico e l’eccessiva elasticità ideologica vanificheranno i tentativi di unificazione con il nascente Partito Operaio, espressione classista del proletariato industriale del Nord, mentre la stessa struttura organizzativa fortemente decentrata si rivelerà col tempo elemento di debolezza invece che di forza. Anno dopo anno Costa vide svanire il sogno di un partito socialista aperto e unitario, punto di riferimento per un vasto fronte politico esteso dagli anarchici, ai repubblicani, ai democratici radicali. Nel 1892 un partito socialista nazionale sarebbe alla fine nato, non però tramite l’inclusione, bensì attraverso l’esclusione di tutte quelle forze restie a riconoscersi appieno nei principi del marxismo. Deluso e amareggiato, al momento della nascita del Partito socialista italiano Andrea Costa svolgerà un ruolo del tutto passivo, subendo più che guidando la confluenza dei socialisti rivoluzionari nella nuova formazione politica

 

Il politico

Con riforma elettorale del 1882 il diritto al voto si estese dal 2,2% al 6,9% della popolazione. L’ampliamento della base elettorale offrì a Costa l’occasione per spingere il partito socialista a superare le originarie posizioni astensioniste e a interpretare la competizione elettorale come preziosa occasione di propaganda. A tal fine egli incoraggiò la formazione in Romagna di comitati elettorali unitari composti da socialisti, repubblicani e radicali che elaborarono un programma elettorale comune. Candidato nei collegi di Imola e Ravenna, Costa fu eletto in quest’ultimo, diventando così il primo deputato socialista a entrare nel Parlamento nazionale.

La costante ricerca di matrici comuni attorno alle quali raccogliere le forze progressiste spinsero Costa ad aderire al gruppo parlamentare dell’Estrema sinistra e a offrire la propria disponibilità alla formazione di un “Fascio della democrazia” tra le associazioni socialiste, repubblicane e radicali. La distanze di intenti tra le forze partecipanti e i malumori crescenti tra file degli stessi sostenitori di Costa si frapporranno tuttavia allo sviluppo anche di questo tentativo unitario, fino a provocarne il fallimento

Fu sul piano locale che il sogno di una sinistra unita coltivato dal socialista imolese riuscì a trovare concreta realizzazione. L’aspirazione alla conquista delle amministrazioni comunali, come primo passo verso la costruzione di una nuova società, rimase profondamente radicata nel pensiero di Andrea Costa. Nel 1889, approfittando dell’ampliamento del diritto di voto per le consultazioni amministrative sancito da una nuova legge elettorale, l’alleanza tra i socialisti, repubblicani e i radicali, risulterà vincente in numerosi comuni.

 

L’apostolo del socialismo

Andrea Costa fu delle figure più amate del socialismo italiano. Grande era la sua capacità di penetrare il mondo contadino e di comunicare con le masse alle quali, fin da giovane e approfittando del riposo domenicale, si rivolgeva per rincuorarle e infondere loro fiducia. Più volte arrestato e incarcerato, si impose nell’immaginario collettivo con il carisma del martire, pronto ogni volta a immolarsi e a risorgere per la causa del socialismo. Fu sempre in prima fila a fianco dei braccianti di romagnoli, dei contadini emiliani, dei risaioli del bolognese, ma non solo. Quando tra il 1884 e il 1885 le regioni meridionali furono investite da un’epidemia di colera, Costa si recò a Napoli, epicentro del morbo, per recare soccorso alla popolazione. Nel 1901 la sua elezione alla presidenza del congresso istitutivo della Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra – all’interno della quale si sarebbe presto distinta la luminosa figura di Argentina Altobelli – costituì il naturale riconoscimento dell’attenzione da costantemente rivolta da Andrea Costa ai problemi delle masse rurali, nel quadro di una concezione del socialismo come movimento unitario, capace di fungere da anello di congiunzione tra città e campagna.

Negli ultimi anni di vita l’attività pubblica di Andrea Costa si venne sempre più riducendo. Rari furono i suoi interventi al Parlamento e nei pubblici comizi, in rappresentanza di un partito sempre più diviso dalla contrapposizione tra riformisti e rivoluzionari. Di fronte al fronteggiarsi delle due tendenze egli assunse una posizione di amara neutralità, giudicando oramai irrimediabilmente compromessa l’unità dei socialisti. Figura leggendaria, venerato come padre del socialismo italiano Andrea Costa si spense nel 1910 all’ospedale di Imola all’età di 58 anni, logorato nel fisico da una vita vissuta senza risparmio I funerali videro la partecipazione di una folla immensa, silenziosa, commossa, accorsa a rendere omaggio alla memoria dell’uomo e, nello stesso tempo, a suggellarne il mito.

Per vedere il filmato dei funerali di Andrea Costa apri questo link

https://www.youtube.com/watch?v=BrLbAWakOtA

(Crediti immagini: Wikipedia)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *