Senofane, Parmenide e gli antichi poeti-scienziati

Roberta Ioli

Quando penso a un autore che, più di altri in età moderna, ha saputo rappresentare la perfetta sintesi tra cultura umanistica e scientifica, penso a Galileo, astronomo, fisico, sperimentatore instancabile e, insieme, autore di capolavori letterari come il Saggiatore e il Sidereus Nuncius. Questa figura di sapiente dedito alla scienza, ma sensibile anche al valore e al gusto della letteratura, è diventata nel tempo sempre più inattuale. Eppure il modello di scienziato-letterato che Galileo incarna trova anticipatori remoti all’alba della filosofia greca, quando era possibile essere poeti e physikoì (cioè studiosi della natura, physis), in un’armonica conciliazione dei saperi. Il poeta arcaico è una sorta di artigiano della parola, abile soprattutto nella memorizzazione di un patrimonio mitico condiviso; quando però la poesia passa dall’oralità alla scrittura, egli si incontra con un’esigenza teoretica e scientifica che diventerà via via sempre più consapevole.

Nel primo libro della Metafisica, Aristotele riconosce l’importanza di quei pensatori a cui va fatta risalire l’origine della filosofia. La physiologia, o “discorso sulla natura”, inaugura cioè la nascita del pensiero filosofico, ed è per Aristotele nettamente distinta dalla theologia, o “discorso sugli dèi”, pronunciato da poeti come Omero ed Esiodo. Se i primi poeti-cosmologi giustificavano la regolarità dei fenomeni celesti e terrestri con l’idea di un ordine divino del mondo, con i fisiologi, a partire dai cosiddetti pensatori di Mileto (Talete, Anassimandro, Anassimene), ci si muove all’interno di una riflessione critica che ricerca una spiegazione razionale del cosmo e del suo funzionamento. I pensatori della physis sono accomunati, pur nella diversità delle soluzioni proposte, dalla ricerca di una arché, cioè di un principio fisico che possa rappresentare l’origine di tutta la realtà.

L’uomo antico, osservatore del cielo e della terra, si interroga sul comportamento dei pianeti, sulla posizione del sole e della luna, sulle eclissi e, soprattutto, sul mistero dell’alternarsi delle stagioni per prevederne il ritmo, cercando di costruire un calendario stabile a cui rapportarsi per il proprio ciclo produttivo. E in questo composito scenario si impone per la sua curiosità e sapienza Senofane di Colofone, poeta, rapsodo e filosofo del VI secolo a.C., probabile maestro di Parmenide. A lui si deve la scelta dell’esametro dattilico della tradizione epica per esprimere non più miti e genealogie di dei, ma un sapere tecnico-scientifico, a riprova della nuova dignità del poeta vate. Il metro dell’epos viene infatti piegato a un intento più complesso: della sua produzione poetica sopravvivono pochi frammenti, da cui si possono comunque ricostruire la specifica riflessione naturalistica e un’accesa critica verso la teologia antropomorfica di Omero ed Esiodo.

Lo sguardo rivoluzionario di Senofane si esprime soprattutto nel tentativo di spiegare i fenomeni della physis sottraendoli alla tradizione mitica. Così, per esempio, gli astri non devono essere considerati divinità inaccessibili, ma piuttosto nubi infuocate, e quelle luci notturne che gli antichi chiamavano Dioscuri, per lui sono invece “nuvole che lampeggiano secondo un movimento proprio” (21A39 DK). Ancora, il mistero dell’arcobaleno, che la tradizione epica associava alla divina Iris, per Senofane trova una spiegazione verosimile nell’esistenza di una nuvola che, alla vista, appare di colore viola, rosso e giallo. Si tratta, dunque, di un sapere nuovo, razionale, fondato sull’osservazione delle stelle e dei fenomeni atmosferici, sulla raccolta e sullo studio dei fossili, ma distillato in una ricercata poesia esametrica.

Anche Parmenide di Elea fu poeta e filosofo. Platone nel Teeteto (183e-184a) così ci racconta l’incontro tra un giovanissimo Socrate e l’anziano Parmenide: “Lo incontrai quando lui era molto vecchio e io molto giovane, e mi è parso che avesse una profondità di pensiero davvero straordinaria. Io temo dunque che noi non riusciamo a capire le sue parole, e ancor più che ci sfugga il senso di ciò che egli disse”. Anche a Parmenide, “venerando e insieme terribile” (sempre secondo il ritratto platonico), viene attribuita, come a Senofane, un’opera dal titolo Sulla natura, composta in esametri dattilici e con toni così solenni da essere assimilata agli antichi poemi della tradizione. L’esametro era il metro non solo della poesia epica, ma anche degli oracoli in cui gli dèi esprimevano la propria voce, e l’incipit del poema parmenideo presenta infatti un diffuso misticismo, assimilabile agli scritti della tradizione orfica e pitagorica, più che agli antichi miti.

Il sophos è una sorta di iniziato, guidato dalla dea che sovrintende al mistero più profondo delle cose, una dea senza nome che lo attende al confine tra il giorno e la notte per guidarlo alla verità e alla conoscenza: si tratta di un sapere nuovo e altissimo, in grado di spiegare il fondamento della realtà al di là della molteplicità caotica dei fenomeni. Parmenide è dunque un poeta rivestito di uno splendore solenne, ma insieme è un rigoroso indagatore della natura, alla ricerca di una legge che ne costituisca il fondamento ontologico.

In una delle sue elegie, Senofane sostiene che “migliore della forza di uomini e cavalli è la nostra sapienza (sophiē)” (21B2 DK). La nobile sophiē cantata dal poeta è un bene prezioso, da preferire alla forza fisico-ginnica degli agoni sportivi e al successo delle vittorie militari; non è in gioco solo l’eccellenza del sapere, ma anche e soprattutto una virtù morale e politica che di quel sapere è figlia e che va a beneficio della città tutta. Coltivare la sapienza come unione di poesia, filosofia e scienza è pertanto una delle vie maestre per esaltare la dignità dell’uomo e per perseguire il bene della comunità.

 

Crediti immagini
Apertura: Senofane (Wikimedia Commons)
Box: Parmenide ne “La Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio (Wikimedia Commons)

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