Lo specchio delle brame. Il collezionismo nella vita di Isabella d’Este e di Cristina di Svezia

Valentina Casarotto

L’attitudine primordiale dell’uomo alla raccolta, intesa come espressione del senso del possesso, si è tradotta, attraverso i secoli, nella tendenza istintiva alla tesaurizzazione di oggetti rappresentativi del valore e del potere del detentore, dando luogo alla pratica del collezionismo. È in età moderna che possiamo rilevare gli esempi più documentati e più singolari dell’arte di raccogliere.

L’Umanesimo con la ricerca filologica delle fonti permette la riscoperta dell’antico in un processo di riconoscimento del valore storico intrinseco degli oggetti, intesi come portatori di moniti educativi, morali e civili. Si verifica così un’accelerazione della pratica del collezionismo, focalizzato sull’acquisizione di opere d’arte antica, pratica che soddisfa il desiderio di prestigio e potere esercitato dalla classe aristocratica e dominante.

Durante il Rinascimento, il nobile si ritaglia nei sontuosi palazzi uno spazio privato più intimo per soddisfare i propri ozi intellettuali, e realizza il proprio studiolo, il cui prototipo era quello di Francesco Petrarca. Lo studiolo del collezionista – una sorta di biblioteca e museo – contiguo alla camera da letto del possessore, conservava gli oggetti d’arte negli armadi intarsiati, e spesso prevedeva una decorazione pittorica delle pareti, ispirata alle auspicate virtù del proprietario e all’esaltazione delle arti liberali. Un esempio fulgido in proposito è rappresentato da Isabella d’Este (1474-1539).

 

Isabella d’Este o dell’“inesausta brama di possesso”

Donna straordinaria per cultura e gusto, Isabella d’Este è unanimemente considerata la protagonista della vita culturale italiana del Rinascimento. Esercitò il suo fascino su contemporanei influenti, come il cardinale Pietro Bembo o il perfetto cortigiano Baldassarre Castiglione, e non cessa tutt’ora di affascinare gli studiosi contemporanei. In ambito narrativo, il suo spirito è rievocato efficacemente nel romanzo di Maria Bellonci, Rinascimento privato.

Figlia di Ercole d’Este, per obblighi dinastici a soli sedici anni, nel 1490, sposa Francesco Gonzaga e si insedia a Mantova, convogliando tutte le sue energie di giovane carismatica per render la città padana una perfetta e ideale corte rinascimentale.

L’abbondante corrispondenza che fortunatamente si è conservata nell’archivio Gonzaga permette di far luce sulla sua inesausta brama di possesso e documenta chiaramente i costanti sforzi della Marchesa di rendere Mantova –  all’epoca una piccola città ai margini rispetto ai grandi centri del rinascimento come Firenze, Roma, Venezia, e fondamentalmente priva di una propria tradizione artistica – un centro d’arte e di cultura di livello europeo.

La lettura dei documenti illumina i suoi tormentati rapporti con gli artisti e le meschinità attuate pur di aggiudicarsi un pezzo importante. E in modo involontariamente indiscreto mette in luce il suo lato umano, nascosto ai più: il rapporto burrascoso con il consorte Francesco, l’amore per il primogenito Federico, le sue aspirazioni e le fragilità femminili.

La brama per le antichità era un logico esito della raffinata educazione umanistica ricevuta alla corte ferrarese d’origine. Nell’occasione dei suoi due viaggi a Roma, uno dei quali particolarmente infausto nel 1526-27 in cui patì anch’ella il Sacco della capitale, la Marchesa perseguì con ferma determinazione l’acquisizione di opere d’arte antiche proprio nel luogo che all’epoca aveva assunto l’aspetto di un immenso scavo archeologico.

Sempre per assecondare la sua passione per l’antichità, commissionò a Jacopo Alari Bonacolsi una serie di statuette tratte da originali antichi, riuscite in modo così egregio che valsero al Bonacolsi l’appellativo de “L’Antico”. Coerentemente con questa sua predilezione antiquaria, Isabella scelse per le proprie commissioni gli artisti moderni che nella propria produzione si allineavano più di altri all’estetica dei modelli classici. In questo versante si colloca l’episodio dell’acquisizione del Cupido dormiente realizzato alla foggia antica da Michelangelo, e vendutole come originale antico; una statua che la Marchesa, dopo attento esame, non solo riconobbe come opera moderna del Buonarroti, ma giudicò di pregio “senza pari” e che fece collocare accanto a un Cupido rinvenuto in uno scavo a Roma e attribuito a Prassitele. Accanto a queste opere, vi era il busto antico dell’imperatrice Faustina, opera a lungo desiderata, e infine acquistata da Mantegna, che malato e in difficoltà finanziare, si era visto costretto a cedere il bene a metà del suo valore.

 

Leonardo da Vinci, Ritratto di Isabella d’Este, 1500 circa, carboncino, sanguigna e pastello giallo su carta,Musée du Louvre, Parigi

 

Istintivamente e tenacemente Isabella perseguiva l’acquisizione di oggetti di provenienza illustre, che avrebbero riflesso sulla Marchesa la fama e il prestigio del precedente proprietario. È questo il caso che mosse l’acquisizione, attraverso il suo intermediario a Firenze, dei vasi in pietre dure appartenuti a Lorenzo il Magnifico. Ogni azione nel campo del collezionismo era premeditata e calcolata per trarre il maggior profitto dalle trattative sui vari oggetti.

Non perdendo occasione per stringere i rapporti con un artista che resisteva alle sue lusinghe, Isabella fece periziare quegli stessi vasi da Leonardo, pittore che stava corteggiando per farsi fare un ritratto che superasse in bellezza quello ammirato da tutta Milano di Cecilia Gallerani. Come molte altre tenzoni con gli artisti di cui ci dà conto l’epistolario, anche questo duello con Leonardo non avrà un lieto fine: l’artista non le cederà alcuna opera, e al posto del ritratto vanamente promesso e mai compiuto, la Marchesa dovrà accontentarsi del cartone preparatorio, oggi conservato al Louvre.

A dir poco infallibile è il giudizio che Isabella esercitò incessantemente per vagliare il pregio degli oggetti, la perizia tecnica con cui erano eseguiti, la loro bellezza, e lo stato di conservazione. Il suo gusto e la sua conoscenza dell’arte operarono come setacci finissimi prima di far entrare un pezzo nelle raccolte.

Frustrata da un appannaggio finanziario mai allineato ai suoi gusti principeschi, si servì di una folta schiera di “agenti” (ruolo rivestito da intermediari, artisti e letterati) che tramite un’interminabile sequenza di lettere le proponevano opere degne del suo gusto o ricevevano perentori ordini di acquisto, intessendo logoranti trattative sul filo della blandizie e della contrattazione.

Dalla fine degli anni ’90 Isabella si dedicò, attraverso una serie di precise committenze, alla realizzazione del suo luogo delle Muse, dove raccogliere, ammirare e sentirsi permeata dalla bellezza e dalla virtù che andava fieramente praticando: creò così il suo Studiolo, la stanza che l’ha resa immortale.

Il tema dell’arredo pittorico dello Studiolo fu certamente stilato dagli eruditi di corte, ed era pensato per esaltare i miti della Bellezza, dell’Amore e delle virtù in chiave neoplatonica, di cui Isabella si sentiva portatrice. La rigidità delle prescrizioni fornite dalla Marchesa ai pittori coinvolti – prima a Mantegna, poi a Pietro Perugino e infine a Lorenzo Costa – diedero vita a estenuanti trattative tra Isabella e i suoi agenti da un lato e gli artisti dall’altro. Un duello generato dalla nuova coscienza degli artisti di essersi affrancati dal ruolo di artigiani, e in virtù di una libertà compositiva e espressiva che andavano praticando con orgoglio, come esito conclusivo dell’acquisizione di coscienza del proprio valore.

Ricostruzione virtuale dello studiolo di Isabella d’Este

https://www.youtube.com/watch?v=ySdE1mJNWHo

Lo studiolo di Isabella, disperso in epoche successive, ma ricostruito parzialmente attraverso la documentazione storica, rimane il luogo che più di ogni altro riflette, come uno specchio, la sua anima di collezionista.

 

Cristina di Svezia, Minerva del Nord nella Roma del Seicento

Nel corso del Cinquecento e poi del Seicento, l’aristocrazia e i principi esercitarono il collezionismo per sottolineare il prestigio del potere personale e l’orgoglio dinastico. Le raccolte di oggetti invasero i palazzi allo scopo di suscitare la meraviglia dei visitatori per il lusso e la ricercatezza degli allestimenti. Uno dei personaggi più famosi del Seicento in questo campo fu senza dubbio Cristina, regina di Svezia (1626-1689)

Figlia di Gustavo II Adolfo, rimasta orfana in tenera età e nominata regina, Cristina fu una donna dotata di intelligenza e personalità non comuni. Animata da ambizione e volontà d’eccellere oltre misura, fu tra i promotori della pace di Westfalia per porre fine alla guerra dei Trent’anni. Di profonda formazione classicista, fondò l’Accademia reale e si adoperò perché la corte svedese fosse aggiornata sulle conquiste dell’arte e della scienza dell’intera Europa, trasformando Stoccolma in una “Atene del Nord”.

La conversione al cattolicesimo, il rifiuto di sposarsi e l’abdicazione a favore del cugino Carlo Augusto le fecero prendere la via dorata dell’esilio verso Roma nel 1654, dove fu accolta da una fazione della Curia romana come una potente alleata in funzione antispagnola, anche se questa sua influenza politica non fu mai esercitata.

Justus Van Egmont, Regina Cristina nelle vesti di minerva, 1654, olio su tela, Grimsholm, Statens Porträttsamling

 

Si dedicò invece a una intensa vita di corte, ospitando esibizioni di cantanti famosi, proteggendo attori e allestendo opere teatrali, promuovendo tutte le arti.

Filippo Gagliardi – Filippo Lauri, Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia, nel Carnevale del 1656, olio su tela, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

 

Questa regina senza trono, grazie alla sua corte splendida, creò per sé il mito della “Minerva del Nord”, divenendo, proprio con la pratica del collezionismo, molto più famosa di altri sovrani suoi contemporanei. Non è di secondaria importanza, per la definizione del suo mito in età contemporanea, la sua condotta spregiudicata e volitiva, sempre in bilico tra scandalo e intrigo, e la rivendicazione imperiosa della propria libertà sentimentale, per che l’hanno resa icona della moderna sensibilità. Ne sono prova il recente romanzo postumo di Dario Fo, Quasi per caso una donna.

Dalla Svezia condusse con sé una prestigiosa collezione, composta da un primo nucleo, frutto di parte dell’eredità paterna, e da un secondo nucleo, proveniente dal sacco di Praga del 1648 ai danni delle collezioni di Rodolfo II.

In Roma prese dimora in Palazzo Riario, in via della Lungara, dove abiterà sino alla morte, modificando l’edificio a seconda delle esigenze di allestimento delle raccolte in continuo accrescimento.

Ancor prima di giungere in Italia, ammirava l’opera di Gian Lorenzo Bernini, e una volta stabilitasi a Roma, introdusse stabilmente l’artista nella sua cerchia, lo investì del ruolo di consulente per i propri acquisti, e fu collezionista privilegiata dei suoi dipinti, di molte sculture e di un gran numero di disegni.

A Roma Cristina si affidò ai consigli del teorico dell’arte di tendenza classicista Giovan Pietro Bellori, che ricoprì il ruolo di suo antiquario, bibliotecario e agente per gli acquisti da effettuare sul mercato italiano.

Il suo collezionismo si divise tra l’accrescimento della quadreria e quello delle collezioni antiquarie.

L’inclinazione naturale verso l’eccellenza e il valore tributato ai capolavori del secolo precedente determinarono la sua predilezione per la pittura italiana del Cinquecento, rappresentata nella sua collezione attraverso opere di Tiziano, Veronese, Tintoretto, Raffaello, Correggio, e la presenza, in misura minore, di artisti del primo Seicento, quali Carracci, Guido Reni, Caravaggio, Spagnoletto.

Assecondando il crescente interesse verso i disegni, diede vita a una raccolta di grande qualità, accuratamente rilegata in libri, che contava, oltre agli artisti del Cinquecento (tra cui Michelangelo, Raffaello, Tiziano) anche una significativa sezione di fogli del Seicento – con opere di Pietro da Cortona, Carracci, Guercino, Guido Reni e un nucleo importante di fogli di Bernini, frutto del loro prolungato sodalizio.

Assecondando la sua indole classicista, ed entusiasta di risiedere nella città eterna, intraprese con ardore scavi in ogni parte di Roma, ovunque si sospettasse l’esistenza di antichità nel sottosuolo.

Le sculture antiche della sua collezione erano distribuite nei diversi ambienti del palazzo, esposte tra mobili moderni, e attorniate da pareti dipinte con scene boschive, che ampliavano illusoriamente lo spazio. L’ambiente più scenografico della collezione era la Sala delle Muse, ornata da colonne, che ospitava otto statue delle Muse, provenienti da uno scavo presso Villa Adriana. Volendo completare l’insieme con una statua di Apollo, e non avendo acquisito un esemplare antico, lo commissionò allo scultore Francesco Maria Nocchieri, che avrebbe dovuto adeguare l’opera al contesto, “con buona imitazione dell’antico”.

Raccolse una delle più splendide collezioni d’arte e antiquaria del secolo, degna del suo rango principesco, contando 270 dipinti e oltre 170 sculture antiche. Una collezione sorprendente, se si tiene conto che dalla Svezia non ricevette quel sostegno economico che considerava dovuto ed adeguato al suo rango, al tenore di vita e soprattutto alle sue ambizioni. Per questi motivi il suo soggiorno romano, dal 1655 al 1689, fu costantemente pervaso da difficoltà finanziare che solo alla morte rilevarono in tutta la gravità la pesantissima situazione debitoria della sovrana. Questa condizione debitoria non fu mai d’intralcio ai suoi appetiti di collezionista, anzi, proprio le sue raccolte, famose e giudicate di grande valore già dai contemporanei, costituivano una solida garanzia per tutti i numerosi creditori.

Alla sua morte, le collezioni entrarono nella disponibilità del cardinale Decio Azzolino – con cui aveva vissuto un rapporto di amicizia che diede adito a pettegolezzi di ogni sorta – il quale certamente era stato il suo punto di riferimento per la conoscenza dell’arte italiana e per le complesse dinamiche della corte romana.

I molti inventari redatti in occasione della morte della regina offrono documenti fondamentali per lo studio della dispersione delle collezioni, poiché di lì a pochi anni, venuto a mancare anche il Cardinale, le collezioni furono vendute dagli eredi, disperdendosi e poi giungendo a far parte delle collezioni dei più prestigiosi musei del mondo.

 

Per saperne di più

V. BRUGNOLI, Dal privato al pubblico. Note sul collezionismo d’arte e di antichità dall’antico al secolo XVIII, a c. di E. Borsellino, Roma 2010

DE BENEDICTIS, Per la storia del collezionismo italiano, Fonti e documenti, Firenze 2001

Cristina di Svezia. Le collezioni reali, catalogo della mostra (Fondazione Memmo, 31 ottobre 2003-15 gennaio 2004), Milano 2003

MOLFINO, A. MOTTOLA MOLFINO, Il possesso della bellezza. Dialogo sui collezionisti d’arte, TORINO 1997

MOTTOLA MOLFINO, Il libro dei Musei, Torino 2003

VON SCHLOSSER, Raccolte d’arte e di meraviglie del tardo Rinascimento, Firenze 1974

 

Crediti immagini
Apertura: Hans III Jordaens e C. de Baellieur, il gabinetto dell’arte e delle curiosità, 1630c, olio su tavola, Kunshistoriches Museum, Vienna (Wikimedia Commons)
Box: Filippo Gagliardi – Filippo Lauri, Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia, nel Carnevale del 1656, olio su tela, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali (Wikimedia Commons)

 

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