Cinema e denaro

Luigi Paini

First and foremost cinema is a business. Non si sfugge: il cinema, arte industriale, è stato in tutta la sua storia inscindibilmente legato all’impiego di grandi, enormi capitali. Teatri di posa, compensi (spesso faraonici) per attori, registi e sceneggiatori, eserciti di tecnici, effetti speciali… E chi investe denaro lo fa con uno scopo assolutamente legittimo e concreto: guadagnarci. Dunque soldi e celluloide intrecciano da sempre le loro fortune. Il flop, parola tabù nell’ambiente, è purtroppo costantemente in agguato. Può provocare terremoti, come nello storico caso di Cleopatra, il kolossal del 1963 che mandò in bancarotta la Fox, in rosso per quasi 50 milioni di dollari (dell’epoca). Le cose non sono cambiate, nonostante l’apparizione negli ultimi decenni di tanto “cinema d’autore”, che a volte (ma solo a volte) riesce a cavarsela con poche decine di migliaia di euro. Soldi, soldi, soldi: maledizione o benedizione, questa è il ritornello. Ed è naturale che molte, moltissime volte i film abbiano parlato e parlino di denaro, facendone uno dei “topics” più frequentati.
 

The dreams that money can buy, di Hans Richter (Usa 1947)

Un titolo, un programma. “I sogni che i soldi possono comprare”: quale migliore metafora dell’arte cinematografica? In realtà si tratta di una pellicola estremamente fuori dal comune. Un film sperimentale, prodotto da Peggy Guggenheim, concepito come una sorta di vetrina per l’opera di cinque notissimi artisti. Lo stesso Hans Richter, che guida l’operazione anche in qualità di regista, Max Ernst, Fernand Léger, Man Ray, Marcel Duchamp e Alexander Calder. Insomma, un concentrato sommo di arte del Novecento, posto al servizio di un “sogno collettivo”. Sei gli episodi, tutti di estremo fascino formale, legati da un esilissimo filo narrativo. Il primo, di Léger, ci propone un surreale “balletto di manichini”, vere e proprie sculture in movimento riprese all’interno di un grande magazzino. Il secondo, firmato da Ernst, è in realtà la visualizzazione dell’incubo di un uomo desideroso di arrivare a una donna addormentata, divisa dal mondo esterno da un’inferriata. L’episodio di Calder, il terzo, è una scultura astratta in movimento, con sfere che “danzano” su uno sfondo bianco. Si susseguono poi Richter, Duchamp e Ray, tutti accompagnati da colonne sonore scritte appositamente da alcuni dei massimi compositori del momento: fra gli altri, Edgar Varese, John Cage e Paul Bowler. Un film così, che riunisce il meglio del meglio dell’arte contemporanea, sarà sicuramente costato trilioni di dollari (viste le quotazioni raggiunte da ciascuno di loro sul mercato…). E invece, paradosso dei paradossi, il tutto è stato realizzato con soli 10mila dollari, una cifra assolutamente insignificante. Un po’ come quando, ai nostri giorni, ci capita di vedere opere di street art realizzate da artisti famosi del calibro di Banksy: quasi uno sberleffo al mercato, un atto di estrema libertà, un inno ai sogni che, rovesciando il titolo beffardo, nemmeno il denaro può comprare.

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Clicca qui per leggere una biografia di Hans Richter (da Guggenheim-Venice.it)

 

Greed – Rapacità, di Erich von Stroheim (Usa 1924)

Parola ritornata di moda, “greed”. Dalla megacrisi finanziaria del 2008, economisti ed editorialisti da una parte, scrittori, sceneggiatori e registi dall’altra non fanno che ripeterla: “greed”, “rapacità”, come essenza stessa del capitalismo più sfrenato, talmente avido da non fermarsi davanti a nulla. Erich von Stroheim li ha preceduti di un secolo. In questo film-monumento, incredibilmente manomesso dai produttori e tuttavia ancora potentissimo, ha individuato nell’inestinguibile sete di denaro, di possesso, una delle radici, se non la principale, dell’infelicità umana.

Anche nella versione della pellicola che ci è giunta, ridotta di ben più della metà rispetto alle intenzioni originali del regista, l’idea di fondo resta chiarissima. McTeague e Marcus, i due amici per la pelle destinati a diventare implacabili nemici, e Trina, la compagna di McTeague, vedono le loro esistenze completamente devastate dal desiderio di accumulare dollari su dollari. Trina ne vince 5mila alla lotteria, tanto basta per scatenare le peggiori passioni: lei diventa un’orribile spilorcia, il marito vorrebbe a tutti i costi mettere le mani su quel gruzzolo, Marcus, un tempo fidanzato di Trina, non vuole darsi per vinto.

La fine del film, nell’immensità della Valle della Morte, è emblematica: i due, ammanettati, si sfidano in un duello senza senso, che porterà entrambi alla distruzione. Von Stroheim, genio e sregolatezza, porta sul grande schermo una visione impietosa della società a lui contemporanea. Nessuna morale, nessun ritegno, nessuna umanità. Tutto è disperante ricerca dell’avere, ogni rapporto è subordinato a questo imperativo categorico. E, quel che è peggio, la vicenda è ambientata in America, ai tempi dei pionieri. Anche il Nuovo Mondo, con le sue straordinarie promesse di libertà e felicità, mostra di essere bacato fin nelle fondamenta. Un secolo prima di The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese.

Clicca qui per leggere una biografia di Erich von Stroheim (da Treccani.it)

Clicca qui per leggere una recensione del film (in inglese) (da Filmsite.org)

 

Rapina a mano armata, di Stanley Kubrick (Usa 1956)

Cattivissimo Kubrick. Addirittura spietato con i suoi personaggi. Prima li fa gongolare con il miraggio di un “grisbì” colossale, e poi… Già, il “poi”. Ma intanto, che cosa fanno Johnny e i suoi compagni di rapina? Lui è appena uscito di prigione, ma gli anni di carcere non gli hanno messo affatto la testa a posto. Ha un obiettivo, uno solo: mettere a segno “il” colpo, quello che lo sistemerà tutta la vita. L’ha pensato e ripensato, messo minuziosamente a punto mentre languiva in cella. Si tratta di mettere le mani sulla montagna di dollari giocati dagli scommettitori all’ippodromo, in un pomeriggio in cui si disputano corse molto seguite. Il punto chiave del piano sta nel fatto che solo Johnny ne conosce tutti i particolari. Gli altri “soci”, invece, sono al corrente solo di alcune parti. Questioni di sicurezza, ovvio. Così come è ovvio che uno di loro, bocca larga, si lasci sfuggire qualcosa di troppo con la sua donna. Luce rossa, pericolo: perché ora anche lei vuole a tutti i costi quella montagna di soldi. Kubrick, al tempo solo ventottenne, usa un procedimento molto particolare, una serie di “flashback paralleli” che ci mostrano quanto avviene da diversi punti di vista. La stessa scena, ripetuta più volte, con la verità che si costruisce così a poco a poco. Fino alla beffa finale, quando la valigia piena di soldi cade dal carrello che la sta portando sull’aereo, spargendo nell’aria tutte le banconote. Eccola, la “cattiveria” di Kubrick: tutto era stato calcolato nei minimi particolari. Tutto, tranne il Caso. Che, come sempre, è il padrone assoluto delle vite umane, comprese quelle di chi ha sognato di arraffare due milioni di dollari non suoi.

Clicca qui per leggere una recensione del film (da Cinemecum)

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Non per soldi… ma per denaro, di Billy Wilder (Usa 1966)

La prima volta della “strana coppia”. Walter Matthau e Jack Lemmon danno il via con The fortune cookie (questo il titolo originale) a un sodalizio comico destinato a un successo travolgente. E anche l’inizio del film è “travolgente”, fuor di metafora! Infatti Harry (Lemmon), di professione cameraman, viene letteralmente travolto da un giocatore di football americano mentre sta riprendendo la partita. Si fa un po’ male, qualche ammaccatura, ma niente di veramente grave. Senonché ha un cognato (Matthau), di professione avvocato, al quale non pare vero di aver un pretesto per spillare quanti più soldi possibile all’assicurazione.

Ancora “greed”, ma questa volta declinata in chiave farsesca, con un crescendo di trucchi e trucchetti atti a far cadere in errore medici e periti. Ma perché Harry, in realtà un uomo assolutamente perbene, si presta ai traffici truffaldini del cognato? Per lui l’avidità non conta. Conta solo il desiderio di riavere la moglie (lei sì un’altra assatanata di denaro) che lo ha lasciato da tempo e che ora, con quel gruzzolo in vista, potrebbe tornare al nido. Incredibilmente, tutto sembra filare liscio. I dottori cadono nel tranello, l’assicurazione è lì lì per pagare, la mogliettina tira fuori tutte le smancerie di questo mondo. Ma Harry è proprio un “sentimentalone”. Non ce la fa a ingannare anche il giocatore che lo ha travolto, e che ora si prende cura (per amicizia, solo per disinteressata amicizia) di lui. Non c’è moglie o cognato o gruzzolo che tenga di fronte a un affetto così sincero. Per una volta c’è qualcosa di più importante, molto più importante dei soldi. Senza prediche, facendoci ridere dalla prima all’ultima sequenza, il grande Billy Wilder ci regala un’impagabile lezione di moralità.

Ps: e il titolo originale? Dentro al “biscotto della fortuna” (The fortune cookie”) che viene offerto in ospedale ad Harry c’è un bigliettino con questa frase: “Puoi ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non tutti per tutto il tempo”. Firmato Abramo Lincoln…

Clicca qui per leggere un articolo su Lemmon e Matthau (da Film4life)

 

Desconocido – Resa dei conti, di Dani de la Torre (Spagna 2015)

Inquietudine globale. È passato quasi un decennio dalla grande crisi finanziaria del 2008, eppure i suoi effetti sulle società occidentali rimangono fortissimi. Si è spezzato qualcosa, si sono frantumate certezze depositate nel profondo della collettività. La convinzione che la ricchezza possa crescere all’infinito è andata in frantumi, provocando un’ondata, appunto, di inquietudine globale. Sono molti i film che hanno affrontato questo tema, sia in America che in Europa. Uno degli ultimi, in ordine di tempo, è questo grido angoscioso che giunge dalla Spagna. Paese che ha avuto un enorme sviluppo negli ultimi decenni, dopo la fine del franchismo, ma che ancora si rivela fragile. Come il protagonista, bancario di buon livello, benestante, bella famiglia bella villa bella macchina. Insomma, a prima vista, nulla da temere dalla vita. Così, una mattina come tante altre, si avvia al lavoro con il suo Suv, portando nel frattempo i giovani figli a scuola. Solo che… solo che, questa non è una mattina come le altre. Sotto i sedili dell’auto è stata piazzata una bomba, pronta a esplodere non appena qualcuno si alzerà dal suo posto. Chi è stato? Lo scopriamo subito, grazie a una concitata telefonata ricevuta dal guidatore. Un uomo che si è sentito truffato dalla banca, disperato per aver perso tutti i suoi soldi (la moglie si è addirittura tolta la vita) ha deciso di vendicarsi in questo modo nei confronti del manager che ritiene responsabile di tutti i suoi guai. Tensione alle stelle, ovviamente, con due bambini vittime incolpevoli presi nel vortice di una situazione assurda. Greed, una volta di più, da parte delle banche che non hanno avuto scrupoli morali; angoscia sociale che si focalizza nel gesto disperato di un poveraccio spinto nel baratro della follia; senso profondissimo di vuoto, di fronte a meccanismi sociali che appaiono sempre più inceppati, incapaci di dare risposte concrete e sensate alle esigenze dei singoli.

Clicca qui per vedere il trailer del film

Crediti immagini:

Apertura: locandina in inglese del film Non per soldi ma per denaro (Movieplayer.it)

Box: immagine tratta dal film Greed (Wikipedia)

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