La crisi migratoria in Europa

La “crisi migratoria” in Europa (ottobre 2015)

Francesco Tuccari

Il fenomeno delle grandi migrazioni internazionali costituisce una delle più drammatiche e complesse questioni del nostro tempo. Esso disegna con molta chiarezza la mappa delle crescenti diseguaglianze che separano e al tempo stesso connettono, nell’era globale, il «Sud» e il «Nord» del mondo: da un lato, gli inferni della miseria, della disperazione e della guerra, dai quali, sempre più spesso, non si può che fuggire; dall’altro, le cittadelle dello sviluppo, del benessere e della pace, che si sentono sempre più assediate e disorientate.

Il fenomeno è ormai da diversi decenni al centro dell’atten­zio­ne e delle preoccupazioni dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri, compresa ovviamente l’Italia. Negli ultimi mesi, tuttavia, esso ha assunto i caratteri di una vera e propria emergenza con l’arrivo in Europa, soprattutto dal Medioriente e dal Nord Africa, di decine di migliaia di «migranti» e di «rifugiati» in fuga da guerre sanguinose, da dittature efferate e/o da una miseria senza speranza.

I dati sull’effettiva consistenza di questi «arrivi» più recenti sono ancora provvisori e approssimativi. Molti osservatori ritengono, però, che sia in atto una «crisi migratoria» destinata a durare per anni e ad avere conseguenze strutturali sugli equilibri demografici, economici, sociali e politici del Vecchio Continente.

Uno sguardo al passato

Per comprendere questa «crisi migratoria» e individuarne i caratteri specifici è opportuno gettare un rapido sguardo al passato.

Le migrazioni costituiscono, infatti, un dato pressoché costante della storia delle civiltà umane. L’Europa, in particolare, è stata per secoli un continente particolarmente esposto a ripetuti e consistenti flussi di immigrazione. Per diversi aspetti, anzi, essa è stata plasmata proprio da robusti (e violenti) spostamenti di uomini e di intere popolazioni. In particolar modo nel periodo delle cosiddette «invasioni bar­bariche» o, come è più corretto dire, delle Völkerwanderungen, che in tedesco significa «migrazioni di popoli», e dell’espansio­ne islamica.

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Italiani a San Paolo, Brasile (Wikimedia Commons)

A partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’A­merica, l’Europa è diventata in modo prevalente il punto di partenza di grandi (e pacifici) flussi di emigrazione soprattutto verso il Nuovo Mondo, prodotti per un verso dal tentativo di sfuggire a persecuzioni, violenze e regimi oppressivi e per l’altro dalla volontà di garantirsi migliori condizioni di vita e di lavoro. Tali flussi, accanto a consistenti spostamenti di uomini all’interno della stessa Europa, hanno conosciuto uno stra­ordina­rio incremento tra Otto e Novecento, quando le Americhe e specialmente gli USA divennero terre di grandi opportunità. Ma sono andati poi lentamente esaurendosi tra le due guerre mondiali, in parte per le perdite demografiche provocate dai due conflitti e in parte per le politiche restrittive che i paesi di destinazione hanno poco per volta opposto all’arrivo di nuovi migranti. Un solo dato, relativo al nostro Paese, può dare la misura della consistenza di questi flussi. Si calcola infatti che tra il 1876 e il 1915 circa 7,5 milioni di italiani siano emigrati nelle Americhe, dapprima specialmente in Argentina e in Brasile e poi soprattutto negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese tra il 1896 e il 1905 entrarono in media 130.000 italiani all’anno, che divennero 300.000 nel 1905 e 376.000 nel 1913. E come accade oggi nel Mediterraneo, anche allora i viaggi transoceanici dei migranti si svolsero in condizioni disperate: con la mediazione di spregiudicati avventurieri, su imbarcazioni quasi sempre inadeguate – «i vascelli della morte» – stipate oltre misura di uomini, donne e bambini, spesso ricettacoli di gravissime epidemie e talora destinate a drammatici naufragi.

Negli ultimi decenni del XX secolo le principali direttrici dei flussi migratori si sono nuovamente invertite. E l’Europa – in un quadro di prepotente accelerazione del movimento di merci, denaro e persone che è caratteristico della «globalizzazione» – è tornata ad essere principalmente un continente di immigrazione. Essa è diventata al tempo stesso più debole sul piano demografico e più forte sul piano economico, trasformandosi in tal modo in un irresistibile polo di attrazione per quelle regioni – Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente – che sono invece in esuberante crescita demografica (soprattutto nella fascia più giovane della popolazione) e contemporaneamente in condizioni di pesante arretratezza economica, spesso aggravate dalla presenza di regimi dittatoriali e dalle devastazioni prodotte da conflitti e guerre civili di ogni sorta. Il risultato è stato una crescita assai significativa dei flussi di migranti in arrivo in Europa – più di 5 milioni negli anni Ottanta, quasi 10 milioni negli anni Novanta, circa 19 milioni nel primo decennio del XXI secolo – che ha suscitato disorientamento e forti pulsioni xenofobe. Da qui la fortuna di molti partiti e movimenti anti-im­migra­zione e l’implementa­zione di politiche di accoglienza sempre più restrittive.

Questa crescita strutturale dei flussi migratori ha conosciuto una relativa contrazione a cavallo tra il primo e il secondo decennio del nuovo millennio, per effetto della pesante crisi economica e finanziaria che ha investito l’Europa, rendendola in qualche misura meno «attrattiva». Ma è ripresa con nuovo vigore negli ultimissimi anni, ulteriormente alimentata da situazioni di grave crisi internazionale che rendono ormai difficilmente distinguibili i tradizionali «migranti economici», che fuggono dalla miseria, e i «rifugiati», i «profughi», che fuggono in primo luogo dalla guerra e dal­l’oppressione.

Uno sguardo altrove

Prima di concentrare l’attenzione sulle ragioni e i caratteri dell’attuale «crisi migratoria», è ancora necessario sottolineare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa.

Per quanto i dati siano approssimativi e spesso non del tutto confrontabili, si deve innanzitutto osservare che il numero complessivo dei «migranti internazionali», di coloro cioè che vivono in un paese diverso da quello di origine, a prescindere dal luogo di partenza e da quello di destinazione, è andato quasi triplicandosi tra il 1960 e il 2013, con una bru­sca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella che definiamo ormai abitualmente come global era. Da quanto risulta dai dati rielaborati in mappe e grafici interattivi dal Migration Policy Institute (www.migrationpolicy.org), essi erano poco meno di 80 milioni nel 1960, circa 85 nel 1970, oltre i 100 nel 1980, quasi 155 nel 1990, 175 nel 2000, 220 nel 2010 e oltre 230 nel 2013. Contati assieme, essi costituirebbero la quinta popolazione più numerosa del mondo dopo quelle della Cina, (1 miliardo e 400 milioni), dell’India (1 miliardo e 250 milioni), degli Stati Uniti (320 milioni) e dell’Indonesia (250 milioni).

In cifre assolute i due paesi che nel corso del cinquantennio 1960-2013 hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa.

I primi ne ospitavano 11 milioni nel 1960, quasi 12 nel 1970, oltre 16 nel 1990, 23 nel 1990, circa 35 nel 2000, oltre 44 nel 2010 e quasi 46 nel 2013 (il 14,3% della popolazione totale del paese). La seconda ne ospitava 11,5 milioni al principio degli anni Novanta e, con una relativa flessione, poco più di 11 milioni nel 2013 (il 7,7% della popolazione totale). Nella classifica dei 25 Stati del mondo che ospitano il più alto numero di «migranti internazionali» (il dato è aggiornato sempre al 2013) i paesi extraeuropei sopravanzano di gran lunga quelli europei. Dopo gli USA e la Federazione russa, infatti, troviamo al quarto posto l’Arabia Saudita (9 milioni), al quinto gli Emirati Arabi Uniti (7,8 milioni), all’ottavo il Canada (7,2 milioni), al nono l’Australia (6,5 milioni), al dodicesimo l’India (5,3 milioni), al tredicesimo l’Ucraina (5,1 milioni), al quattordicesimo il Pakistan (4,1 milioni), al quindicesimo la Thailandia (3,7 milioni), al sedicesimo il Kazakistan (3,4 milioni), al diciassettesimo la Giordania (2,9 milioni), al diciannovesimo l’Iran (2,6 milioni), al ventesimo la Malaysia (2,4 milioni), al ventunesimo la Costa d’Avorio (2,4 milioni), al ventiduesimo il Giappone (2,4 milioni) e al ventitreesimo il Sudafrica (2,3 milioni). Casi a sé sono quelli di Hong Kong e di Singapore, che nel 2013 ospitavano rispettivamente 2,8 e 2,3 milioni di «migranti internazionali». Queste cifre assolute, già di per sé molto significative, assumono un rilievo ben diverso se rapportate al totale della popolazione dei paesi ospitanti. In alcuni casi, infatti, queste percentuali sono davvero impressionanti. Così, per fare solo alcuni esempi, negli Emirati Arabi Uniti, dove i migranti internazionali costituiscono l’83,7% della popolazione totale, in Giordania (40,2%), in Arabia Saudita (31,4%), in Australia (27,7%), in Kazakistan (21,1%) e in Canada (20,7%). Ancora una volta, Hong Kong (38,9%) e Singapore (42,9%) costituiscono casi a sé.

L’immigrazione in Europa e la crisi attuale. Migranti e rifugiati

In questa classifica dei «top 25», i paesi europei occupano un posto senza dubbio rilevante. La Germania si colloca al terzo posto, con 9,8 milioni di migranti internazionali (l’11,9% della popolazione totale), la Gran Bretagna al sesto con 7,8 milioni (12,4%), la Francia al settimo con 7,4 milioni (11,6%), la Spagna al decimo con 6,4 milioni (13,8%), l’Italia all’undicesimo con 5,7 milioni (9,4%), la Svizzera al ventiquattresimo con 2,3 milioni (29,9%).

Sono interessanti i dati relativi all’Europa nel suo complesso. Rispetto agli USA, che hanno conosciuto una crescita sostanzialmente costante dei migranti internazionali tra il 1960 e il 2013, essi ci mostrano due significativi picchi di crescita tra gli anni Ottanta e Novanta e poi di nuovo tra il 2000 e il 2013. Nel Vecchio Continente, infatti, i migranti internazionali erano 14,6 milioni (3,4% della popolazione totale) nel 1960, 19,1 (4,2%) nel 1970, 23 (4,8%) nel 1980, oltre 49 (6,8%) nel 1990, 56,2 (7,7%) nel 2000, 69,1 (9,3%) e 72,4 (9,8%) nel 2013.

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Arrivo di emigranti ad Ellis Island, 1902 (Wikipedia)

Questi dati non tengono conto dei paesi di provenienza dei migranti internazionali, ma solo della loro destinazione, e includono anche l’immigrazione «interna» europea. L’elemento che negli ultimi decenni ha reso davvero esplosiva in Europa la questione dell’immi­grazione, o quanto meno la sua percezione in ampia parte dell’opinione pubblica, è stata tuttavia proprio la provenienza extraeuropea dei migranti. Al principio degli anni Novanta è stata soprattutto la penetrazione slavo-albanese a suscitare grandi apprensioni. Dall’inizio del secolo, invece, le maggiori inquietudini provengono dall’im­mi­grazione arabo-islamica, che per molti evoca la minaccia di un imminente «scontro delle civiltà» portato all’interno del Vecchio Continente e addirittura dell’infiltrazione di terroristi di ispirazione islamista radicale, decisi a mettere a ferro e fuoco l’intera «Europa cristiana».

È in questo quadro più ampio che va letta l’attuale «crisi migratoria» in Europa. Essa, tuttavia, ha un ulteriore elemento di specificità che la contraddistingue. È infatti il frutto di un colossale incremento del numero di coloro che possono a pieno titolo essere considerati «profughi», «rifugiati», vale a dire di «migranti forzati» in fuga dalla guerra, da persecuzioni o da regimi oppressivi, che si aggiungono e spesso si mescolano ai più tradizionali «migranti economici». L’attuale crisi migratoria, infatti, è soprattutto – come spesso viene giustamente definita – una «crisi dei rifugiati».

L’ultimo rapporto Global Trends dell’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (www.unhcr.org) – registra per il 2014 una spettacolare escalation di rifugiati a livello mondiale. Erano 37,5 milioni nel 2004. Sono diventati 51,2 milioni alla fine del 2013 e 59,5 milioni alla fine del 2014. Di questi 19,5 milioni sono «rifugiati» veri e propri, persone cioè che sono costrette ad abbandonare il proprio paese d’origine; 38,2 milioni sono sfollati all’interno del proprio paese; e 1,8 milioni sono persone in attesa dell’esito delle domande d’asilo. Metà dei rifugiati a livello mondiale – segnala, tra le altre cose, il rapporto dell’UNHCR – sono bambini.

Questa gigantesca massa di profughi e sfollati è di nuovo un fenomeno di dimensioni globali. Le sue radici sono altrettanto «strutturali» di quelle che producono il migrante economico. Esse sono riconducibili a ragioni politiche o geopolitiche, e cioè al «fallimento», o quanto meno alla pronunciata «fragilità», di un significativo numero di Stati dilaniati da guerre, conflitti interni, rivoluzioni e controrivoluzioni: in Africa la Somalia, la Costa d’Avorio, la Repubblica Centrafricana, la Libia, il Mali, la Nigeria, la Repubblica Democratica del Congo, il Sud del Sudan, il Burundi; in Medio Oriente la Siria, l’Iraq e lo Yemen; in Asia il Kirghizistan, il Pakistan e l’Afghanistan; e ai margini della stessa Europa l’Ucraina. Sempre secondo le stime dell’UNHCR, i paesi che «producono» il maggior numero di migranti forzati sono, nell’ordine, la Siria (3,8 milioni), l’Afghanistan (2,6 milioni) e la Somalia (1,1 milioni). E, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, la grande maggioranza dei profughi, talora totalmente priva di mezzi, si dirige verso le nazioni meno ricche e sviluppate, che si trovano per lo più ai confini del proprio Stato. Basti pensare che il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo è la Turchia (in cui si trovano circa 1,6 milioni di rifugiati siriani).

La pressione di questa particolare ma sempre più consistente classe di migranti, ormai difficilmente distinguibile da quella dei semplici «migranti economici», è in ogni caso particolarmente forte sul continente europeo e sui paesi con esso immediatamente confinanti (le statistiche dell’UNHCR vi includono Turchia e Federazione Russa). Essa è aumentata considerevolmente (del 51%) negli ultimi anni, ben più di quanto non sia accaduto in Medio Oriente e Nord Africa (+19%), Africa subsahariana (+17%), Asia (+31%) e Americhe (+12%). E ciò in parte attraverso il Mediterraneo, solcato quasi quotidianamente da migliaia di migranti disperati provenienti dall’Africa Nera, dal Nord Africa e dall’Asia Occidentale, che si spingono verso le coste spagnole, greche e italiane. In parte via terra, attraverso la Turchia e i Balcani, lungo un corridoio che è stato recentemente attraversato soprattutto dai profughi provenienti dalla cosiddetta «Siraq»: da quello spazio di disordine, guerra civile e violenze senza fine che ha visto precipitare nel caos la Siria e l’Iraq e sorgere lo Stato islamico.

È soprattutto lungo queste due direttrici della disperazione e spesso della morte che ha preso corpo la «crisi migratoria» con cui l’Europa si sta attualmente confrontando. I grandi network televisivi del mondo la raccontano quotidianamente ormai da mesi attraverso immagini altamente drammatiche: «carrette del mare», che traghettano senza sosta – quando non fanno naufragio – migliaia di esseri umani disperati e stremati dalle coste del Nord Africa soprattutto alle coste italiane e greche; enormi fiumane di persone che tentano di raggiungere a piedi il Nord Europa attraverso la rotta dei Balcani; stazioni ferroviarie prese letteralmente d’assalto da masse impressionanti di migranti; fili spinati, muri, idranti, scontri di strada lungo i confini di quei paesi che cercano, per lo più inutilmente, di arrestarne il flusso.

Le risposte dell’Europa

Dare risposte adeguate a questa «crisi» è estremamente difficile. Non soltanto perché le opinioni su quali possano essere queste risposte sono assai differenziate e oscillano, pur con molte sfumature intermedie, tra i due estremi dell’«acco­glienza» senza riserve e del più brutale «respingimento». Ma anche perché queste risposte, per essere davvero efficaci, devono ormai essere condivise e concordate a livello europeo.

5571663680_15d6163034_z Centro di Accoglienza e Identificazione di Manduria. Foto di Paride De Carlo (flickr)

È infatti completamente irrealistico ritenere che una crisi di queste proporzioni possa essere affrontata con successo dai singoli Stati, in particolare da quelli che si trovano in prima linea nell’e­sposizione ai flussi migratori. Poiché inoltre l’Europa, dall’entrata in vigore degli accordi di Schengen (1995), non ha più confini interni e non esercita più alcun controllo sulle persone che si muovono dentro lo spazio comunitario, il cosiddetto «spazio di Schengen», la pressione dei migranti e dei rifugiati sui «confini europei» è ormai a pieno titolo un problema dell’U­nione Europea e non soltanto dei paesi che – come l’Italia, la Grecia o l’Unghe­ria – sono più esposti agli arrivi. Tanto più che la gran parte dei migranti e dei rifugiati aspira a raggiungere i paesi del Nord Europa, in primo luogo la Germania.

In questo quadro, tuttavia l’Ue, sta incontrando molteplici e talora insormontabili difficoltà ad agire in modo unitario. L’ipotesi di rivedere le clausole del trattato di Dublino, che regola le procedure del diritto d’asilo, e quella di stabilire per ogni paese dell’Unione delle quote obbligatorie di accoglienza per i migranti ha suscitato fortissime opposizioni. In particolare in Ungheria e nei paesi dell’Est, che intendono mantenere integra la propria sovranità nazionale in materia di immigrazione ed esercitarla con rigide politiche di respingimento.

Il risultato è che la «crisi migratoria» sta diventando una drammatica emergenza umanitaria e al tempo stesso, sul piano più strettamente politico, una sfida preoccupante alle ragioni più profonde e alla tenuta stessa dell’Unione Europea.