Un sogno impossibile: la valutazione oggettiva

Claudio Fiocchi

Il filosofo e scienziato francese Henri Poincaré (1854-1912) diceva che l’esame di baccalaureato (il titolo di scuola media superiore) era immorale: mesi di studio e sforzi che potevano essere gettati al vento da un colpo di sfortuna.

A pensarla come lui dovevano essere in molti e infatti proprio in quei decenni nacque la docimologia, la scienza della valutazione esatta, il cui scopo era sostituire all’arbitrio della valutazione personale un metro oggettivo.

Alla ricerca di un metro di misura oggettivo

La valutazione ha una lunga storia scientifica alle spalle e i processi di valutazione, i tipi di esercizi, i criteri, le terminologie non nascono dal caso o dalla sola esperienza personale del docente, ma sono il frutto di un lungo e tortuoso percorso, fatto di tentativi, studi psicologici, riforme scolastiche, difficile da ricostruire nelle sue fasi. Così il progressivo orientamento verso forme di valutazione quantitative in atto in questi decenni risponde a un’esigenza di chiarezza e precisione ispirata alle scienze esatte. Con un parallelismo, potremmo dire che come per aiutare un corridore a migliorare le sue prestazioni, occorre misurare i tempi della sua corsa, scomporre i movimenti del suo corpo, allenare i muscoli, trovare gli esercizi adatti, allo stesso modo per migliorare le prestazioni degli studenti il processo cognitivo va scomposto nelle sue componenti, misurato e allenato.

Che cosa valutare?

Una prospettiva di questo genere ha animato Benjamin Bloom, uno dei padri della didattica attuale. Egli riteneva che insegnare a padroneggiare la materie (il cosiddetto mastery learning) fosse fondamentale per il successo scolastico (e per la vita). Le strade da percorrere possono essere diverse da studente a studente, spiega Bloom (in Mastery learning (1968), in Mastery learning, a cura di J.H. Block, Loescher Torino 1983): perciò è importante offrire una varietà di strumenti di apprendimento (come per esempio lo studio in piccoli gruppi).

Bloom fu uno dei primi autori a stabilire che cosa si dovesse misurare: la conoscenza dei termini, la conoscenza dei fatti, la conoscenza di regole e principi, la capacità di effettuare trasformazioni e adattamenti e la capacità di compiere applicazioni.

Queste valutazioni non riguardano solo comportamenti ma anche processi mentali: i primi tre riguardano il pensiero convergente e riproduttivo, i secondi quello divergente e creativo. In altre parole, nota Gaetano Domenici (Manuale della valutazione scolastica, Laterza, luglio 1993), i primi riguardano le nozioni, le secondo il loro uso.

La valutazione cerca quindi di “isolare” una capacità dalle altre per poterla misurare, attraverso un uso apposito di test che si soffermano su un aspetto, per esempio la conoscenza dei termini, piuttosto che un altro, per esempio la capacità di compiere inferenze.

Come si può essere oggettivi?

Essere oggettivi è la grande ambizione di ogni processo di valutazione. La docimologia, oltre a selezionare la capacità o la conoscenza da misurare stabilisce le condizioni di validità della misurazione. A questo scopo le domande devono prevedere una risposta univoca e le domande, i tempi e i modi di risposta devono essere uguali per tutti gli esaminati.

Esiste un metro assoluto?

La valutazione non è però un metro assoluto, stabilito una volta per tutte, ma è piuttosto uno strumento di misura che cambia con le circostanze. In un documento dell’Invalsi a proposito del quadro di riferimento si legge “il Quadro di Riferimento è un work in progress, che accompagna lo sviluppo del sistema di valutazione e che in parte precede, in parte segue la progettazione e la messa a punto degli strumenti di cui esso si avvale”. Come dire che è sul campo che gli strumenti di valutazione e i principi a cui devono fare riferimento si forgiano.

Qui puoi leggere il documento da cui è stata tratta la citazione proposta

La valutazione è neutrale?

Gli strumenti di valutazione sono anch’essi oggetto di valutazione e non solo da un punto di vista tecnico, ossia della loro efficacia.

Il 6 maggio 2014 è scoppiata una vivace polemica a proposito dei tests Ocse-Pisa, che valutano le capacità degli studenti a livello mondiale (e da anni premiano il sistema scolastico finlandese). Capofila della polemica è stato David Spiegelhalter, uno statistico di Cambridge, a cui si è unita una nutrita fila di docenti universitari, che hanno firmato una lettera pubblicata sul Guardian.

Tra le molte critiche mosse ai test Pisa, consideriamo quelle sull’impostazione, sugli effetti, sui presupposti. Per quanto riguarda gli aspetti di metodo, i critici rilevano la mancanza di considerazione del contesto: le domande del test non sono neutre, ma possono essere più o meno difficili a seconda del paese.

Per quanto riguarda gli effetti, i critici affermano che le valutazioni Ocse-Pisa generano nei governi non tanto il desiderio di realizzare obiettivi di lungo periodo (cioè un miglioramento profondo del sistema d’istruzione), ma solo quello di risalire nella classifica mondiale. In questo modo, però, non si generano effetti duraturi.

Per quanto riguarda i presupposti, i critici ampliano la prospettiva: i test misurano solo oggetti misurabili, come la capacità di risolvere problemi matematici. Ma sono questi i soli risultati attesi da un sistema educativo? O tra questi ci sono anche la crescita morale e l’educazione civica, la partecipazione democratica? L’Ocse, insomma, sembra voler incentivare solo quella doti che possono condurre ad avere un buono stipendio.

Ovviamente la risposta del Andreas Schleicher, direttore del programma Pisa, non si è fatta attendere e ha sottolineato la trasparenza del programma e il successo di alcune politiche scolastiche stimolate dagli esisti delle valutazioni Pisa-Ocse, come quelle della Germania e della Polonia.

Qui puoi leggere il testo integrale in lingua originale della lettera di Spiegelhalter

Consapevoli della relatività degli strumenti

Questa polemica fa emergere un dato importante: i test non sono neutri, anche se lo sembrano e la valutazione educativa è un “luogo di negoziazione” sui valori (secondo un’espressione di Jean Aubergny in L’évaluation des organitatios éducatives, Edition Universitaires, Paris 1898), ossia un contesto in cui si incontrano (e si scontrano) concezioni diverse dell’educazione e della società.

In altre parole, test, quiz, problemi si fondano su un punto di vista che riguarda il che cosa si deve valutare, il come si deve farlo e a quale scopo. Strumenti oggi indispensabili, ma dei cui presupposti occorre essere consapevoli.

Crediti immagini:

Apertura: “Learn”, di “GotCredit”
Link: https://www.flickr.com/photos/jakerust/16846023595

Box: “Learning”, di College Degrees 360
Link: https://www.flickr.com/photos/83633410@N07/7658284016/in/photolist-cEJH2A-fjyxkZ-4m5ojv-ihNtgp-8tnGwN-bpRSVN-gJjemL-88PM4K-9LXkW-aZhtG4-q77wF5-omuR6Y-dGNUyL-eaVyv6-9Md5QC-tFWybU-raCSPN-gStxEe-cHF3VJ-c5hdHC-c5hcwm-qJtzr1-dSfPUP-jr1bQZ-8vHsBS-egtPjA-ozhdsT-8PY75x-ecAan1-sEn8rN-ozgfPi-ssi4Tm-dJJmA9-d2NK9w-84EQLg-7FSYt1-dgcudA-fJFVeE-5nEZD8-dt3tjE-so6ix4-5Gp6oN-cRdHmU-ego1BZ-bzb3W2-so6hQn-ffm9sw-7J1gDR-5MXA8j-iujnmo

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