Il volo della ragione. Un unico sapere, tra ricerca scientifica e studi umanistici

Michela Mariotti

Nell’antichità la scienza non parla soltanto il linguaggio oggettivo e asettico della ragione, ma anche il linguaggio soggettivo ed evocativo della passione. Al livello denotativo della comunicazione scientifica, che definisce i fenomeni naturali spiegandoli nella loro concatenazione di causa ed effetto, si affianca il livello connotativo della comunicazione letteraria, che utilizza un linguaggio ad alta densità significativa, capace di interpellare il lettore, di scuotere la coscienza e suscitare emozioni.

 

La vittoria della fisica atomistica sulla superstizione

All’inizio del suo poema De rerum natura (1, 62-79), Lucrezio celebra la fisica atomistica professata da Epicuro, la teoria che fornendo una spiegazione razionale dei fenomeni naturali è capace di liberare l’umanità da vane paure e perniciose superstizioni. Con potente immaginazione visionaria Lucrezio attribuisce alla ricerca di Epicuro i tratti del combattimento eroico contro un mostro, la religio, che incombe dall’alto del cielo su un’umanità miseramente prostrata a terra, vittima dell’ignoranza e della paura che dell’ignoranza si nutre. Ma la paura delle minacce naturali e le false credenze religiose che ne derivano non fecero arretrare Epicuro (sebbene fosse solo un Graius homo mortalis). Al contrario, errore e oscurantismo stimolarono l’acuto vigore della sua anima (acrem /… animi virtutem, v. 69-70), tanto che egli desiderò infrangere le porte sbarrate della natura (arta/ naturae … portarum claustra, v. 71) per penetrarne i segreti. E ci riuscì (Lucrezio lo sottolinea con una vistosa paronomasia: vivida vis animi pervicit, «il saldo vigore dell’animo ottenne la vittoria»): Epicuro avanzò molto al di là dei flammantia moenia mundi, l’involucro etereo simile a fuoco, che secondo la cosmologia epicurea cinge il nostro mondo, e perlustrò con l’intelletto e con la forza morale l’universo nella sua immensità (omne immensum peragravit mente animoque). Da questo viaggio oltre le «mura del mondo», come da una vittoriosa spedizione militare, Epicuro tornò recando all’umanità un prezioso bottino: le leggi della natura, che cosa possa esistere in natura e che cosa non possa, secondo quale legge ogni elemento abbia proprietà e limiti ben determinati.

Le scoperte scientifiche di Epicuro – conclude Lucrezio – hanno ribaltato la condizione originaria dell’umanità, dapprima succube di paura e superstizione: ora la religio, messa sotto i piedi (pedibus subiecta), è a sua volta calpestata (vicissim / obteritur), mentre la vittoria innalza l’umanità fino al cielo: nos exaequat victoria caelo; non una semplice iperbole, ma la concreta possibilità per l’uomo di raggiungere la condizione di beatitudine degli dei, modello di perfetta imperturbabilità (ataraxia).

 

Scienza e sapienza, un binomio indissolubile

Conoscere la fisica atomistica, dare una spiegazione razionale della natura del mondo permette all’uomo di abitare la rocca ben fortificata della sapienza, da cui abbassare lo sguardo sull’insensato affannarsi della comune umanità. Così, nel proemio al secondo libro, Lucrezio definisce il piacere, sommo bene del sapiente epicureo: «non c’è niente di più dolce che occupare i sublimi templi sereni ben fortificati dalla dottrina dei saggi (nil dulcius est bene quam munita tenere / edita doctrina sapientum templa serena), da cui si possa volgere in basso lo sguardo sugli altri (despicere unde queas alios) e vederli vagare qua e là sperduti cercando la via della vita, gareggiare in doti naturali, competere in nobiltà, sforzarsi con grande fatica di elevarsi al sommo della ricchezza e di impadronirsi del potere» (Lucr. 2, 7-13). E di fronte alla stoltezza degli uomini si leva l’epifonema patetico del poeta: «O misere menti degli uomini, o spiriti ciechi! In quali tenebre e in quanti pericoli trascorre quel poco di vita che ci è dato!».

 

La missione della scienza

Per Lucrezio, la scienza ha un fine morale: liberando l’uomo dalla paura e dalle false credenze, la fisica atomistica produce un effetto virtuoso sull’agire umano. Animato dall’intento di diffondere la dottrina epicurea nella società romana, Lucrezio non scrive un trattato in prosa ma sceglie il poema didascalico, perché la poesia è come il miele di cui i medici cospargono gli orli della tazza per dare da bere ai bambini l’assenzio, la medicina amara ma salutare (Lucr. 4, 11-17). Così il fascino della parola poetica rende più attraente e persuasiva una dottrina che può risultare aspra e difficile a chi vi si accosti per la prima volta; una dottrina che, però, contiene in sé un messaggio di salvezza valido per tutta l’umanità – di qui l’entusiasmo “missionario” del poeta filosofo.

 

Il “volo” della ragione

Anche per Seneca, poco più di un secolo dopo, conoscere la natura dell’universo è «il bene pieno e perfetto della condizione umana», la sua massima e più autentica realizzazione; e questa esperienza intellettuale assume la forma icastica del “volo della ragione”, un viaggio ai confini del mondo niente affatto diverso da quello del lucreziano “pioniere” della scienza, Epicuro. «Il nostro pensiero si apre un varco attraverso le fortificazioni del cielo (coeli monumenta: quasi una citazione dei moenia mundi varcati da Epicuro) e non si accontenta di conoscere ciò che è visibile: – scruto, dice, ciò che si trova al di là dell’universo, se sia una profondità infinita o se anch’esso sia racchiuso in confini suoi propri…», così in De otio 5, 6. Ma è soprattutto nella prefazione al primo libro delle Naturales Quaestiones, la sua opera scientifica, che Seneca sviluppa l’immagine, arricchendola di una pervasiva memoria lucreziana: «l’anima, calpestato ogni male (calcato omni male: come la religio, pedibus subiecta in Lucr. 1, 78), si dirige verso l’alto (petit altum) e penetra nel seno più profondo della natura. Allora, mentre vaga in mezzo agli astri gioisce (iuvat: quasi il piacere provato dal saggio epicureo nei suoi templa serena, cf. nil dulcius est in Lucr. 2, 7) nel deridere i pavimenti dei ricchi e la terra con tutto il suo oro» (1, praef. 7). L’anima non può distaccarsi dai falsi beni cui l’umanità va dietro, «prima di aver fatto il giro di tutto l’universo (ante … quam totum circumeat mundum: come per primo Epicuro, che omne immensum peragravit mente animoque, Lucr. 1, 74) e di avere abbassato lo sguardo dall’alto su quella piccola cosa che è il mondo (terrarum orbem superne despiciat angustum: come il saggio epicureo dai templa serena, despicere unde queas…, Lucr. 2, 9 ss.)» (1, praef. 8).

 

Il distacco dai falsi beni e le sue paradossali conseguenze

Di fronte al cieco affannarsi dell’umanità anche Seneca leva il proprio grido d’indignazione: «Oh, che cosa spregevole è l’uomo, se non si è elevato al di sopra delle realtà umane!» (1, praef. 5). E nel sottolineare il distacco dalle occupazioni umane, dai falsi miti del potere e dell’imperialismo romano, arriva persino ad attribuire al nostro pianeta tratti propri della rappresentazione della natura matrigna: «il mondo angusto, in gran parte ricoperto dal mare, e con vaste lande desolate anche nelle terre emerse e con zone o bruciate o ghiacciate» (1, praef. 8). Uno degli argomenti, questo, impiegati da Lucrezio per dimostrare che il mondo non è stato affatto creato per il bene dell’uomo: «delle terre che l’immensa volta del cielo ricopre, una gran parte … la occupa … il mare che per ampio tratto separa le coste; inoltre, quasi due parti le strappa ai mortali il calore torrido e l’incessante caduta delle nevi» (Lucr. 5, 200-205).

Una mossa che può apparire paradossale, perché con Seneca siamo agli antipodi del materialismo lucreziano.

 

La ricerca ha risultati diversi, ma un’unica finalità: il bene dell’uomo

Nel suo viaggio oltre i confini del mondo anche il filosofo stoico arriva a conoscere la verità sulla natura dell’universo, ma non si tratta certo dei principi della fisica atomistica: «Là finalmente (l’anima) impara ciò che a lungo ha ricercato, là comincia a conoscere Dio», mens universi, «la totalità di ciò che vedi e di ciò che non vedi», la ratio che abbraccia la sua opera dall’interno e dall’esterno. L’errore più grande che l’umanità può commettere, allora, è credere che questo universo sia un prodotto del caso, soggetto al capriccio del caso (fortuitum et casu volubile), mentre «non esiste niente di più bello o meglio ordinato o più costante nel conformarsi ai fini che gli sono stati dati» (1, praef. 13). Una concezione antropocentrica e finalistica dell’universo, creato e ordinato dalla ratio divina per il bene dell’uomo.

Se giunge a conclusioni tanto distanti dal materialismo atomistico, è legittimo allora chiedersi perché Seneca intessa il suo testo di allusioni al poema lucreziano. Come ha ben chiarito P. Parroni (studioso e editore delle Naturales Quaestiones per la fondazione L. Valla, Milano 2002), lo stile di Seneca scienziato non è diverso dal «linguaggio drammatico» delle opere morali, proprio perché la scienza per Seneca ha il fine di rendere l’uomo moralmente migliore. E poiché il fine morale della scienza è il fondamento del poema di Lucrezio, le Naturales quaestiones attingono al linguaggio poetico lucreziano (fatta eccezione, si intende, per le parti più squisitamente tecniche) come a un modello imprescindibile di comunicazione. La memoria lucreziana serve a elevare il linguaggio scientifico alla sfera dell’emotività, perché la ricerca scientifica non è solo rigore d’intelletto, ma anche passione. L’allusione poetica dà risalto alla conquista scientifica, spogliandola della sua fredda enunciazione teorica per caricarla di passionalità, ma non solo. Al linguaggio referenziale, al modo della spiegazione, proprio della scienza, si unisce così il modo dell’interpretazione, l’analisi dei significati in se stessi e nella loro relazione con l’uomo, che è compito precipuo delle scienze umane.

Per il punto di vista di un matematico come Piergiorgio Odifreddi sul poema di Lucrezio, clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=sHHwyoYcIOA

 

Crediti immagini
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Commenti [2]

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  1. Paola Rubino

    Non ho parole.questo lavoro è perfetto ..nel mondo della didattica virtuale ,dell improponibile,questo confronto ricco ricchissimo tra i due e l’aggiunta di Odifreddi è davvero straordinario.grazie.Paola Rubino

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