Giocare a dadi. Il caso come motore delle storie

Andrea Tarabbia

Lo strano caso del Caso di Joseph Conrad

Il titolo originale del romanzo più venduto di Joseph Conrad, e pubblicato in Gran Bretagna nel 1913, è Chance – che può avere molti significati: per esempio, “occasione”, “opportunità”. Quando il libro venne tradotto per la prima volta in italiano, nel 1961, lo si chiamò Destino; pochi anni fa, una nuova traduzione l’ha intitolato Il caso; in Francia, i lettori che lo vogliono leggere devono chiedere ai librai di cercare tra gli scaffali Fortune – parola che ha più o meno lo stesso significato di quella che hanno scelto gli editori spagnoli: Suerte. Insomma: fortuna, destino, caso, opportunità. Ci sono almeno quattro modi per tradurre la parola Chance che dà il titolo al libro e, cosa curiosa, nel corso del tempo sono stati usati praticamente tutti, nonostante nessuna di queste parole abbia esattamente lo stesso significato delle altre: infatti un conto è la fortuna, la sorte, un altro è il caso, che dice che le cose ci possono capitare in modo accidentale, fortuito; un conto è il destino, per cui le cose che ci capitano non sono fortuite, ma predeterminate, un altro è l’opportunità, ossia l’occasione adatta, favorevole, che ci offre una possibilità. E così via. C’è una chance che sfruttiamo perché siamo bravi e svegli (l’opportunità), una che ci capita (il caso), una che non può far altro che capitarci perché è scritta nelle stelle (il destino): sono cose molto diverse l’una dall’altra. Anzi, se ci pensate, sono, per certi versi, addirittura in contraddizione.

Ma cosa succede in Chance, un romanzo che, a questo punto, sembra poter parlare di tutto e del contrario di tutto? Succede che viene raccontata la storia della giovanissima Flora de Barral, figlia di un banchiere disonesto finito in galera: è rimasta sola, senza un soldo, ma incontra un uomo di mare, il capitano Anthony, che finirà per sposare e seguire. Tutto ciò che accade a Flora e ai personaggi principali è figlio del caso e dell’opportunità (il destino lo lascerei da parte, francamente): l’improvvisa povertà che colpisce la ragazza, l’ospitalità che inizialmente trova a casa di conoscenti, l’incontro con il capitano Anthony, la nuova vita che le si prospetta, le terribili difficoltà che dovrà affrontare.

L’idea geniale di questo libro, però, non è tanto quella di affidare al caso i destini dei personaggi (altri scrittori, come vedremo, l’hanno fatto), quanto quella di suddividere la narrazione in numerosi blocchi, ciascuno dei quali viene affidato a un narratore diverso: così, la storia di Flora, del capitano, di Powell – un ufficiale che, all’inizio del romanzo, si imbarca sulla nave di Anthony – e degli altri personaggi viene raccontata da numerosi punti di vista, e le vicende sono commentate, a distanza di pagine, da più voci a volte discordanti. Si crea in questo modo, attorno alla storia di Flora, una sorta di chiacchiericcio, una convergenza di opinioni e particolari che aumenta il grado di incertezza intorno ai fatti che vengono raccontati e finisce per far emergere l’unica cosa che davvero interessava a Conrad: tutto il potere del caso, o della fortuna.

«Sì, quella fanciulla giovanissima, poco più che una bambina: ecco cosa stava per succederle. E se mi domandi come, perché, per quale ragione, ti risponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate e sfortunate, terribili o tenere, importanti o meno; e anche le cose che non sono né l’uno né l’altro, cose per loro natura assolutamente neutrali, al punto che ti verrebbe da chiederti perché accadano se non sapessi che anch’esse, nella loro insignificanza, portano i semi di ulteriori innumerevoli casualità».

Lo scrittore Tommaso Pincio a proposito di Il caso: https://ilmanifesto.it/la-donna-mancante-di-conrad/

 

L’uomo dei dadi

Il dottor Luke Rhinehart, fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, faceva lo psicanalista a New York, aveva una moglie, dei figli e una vicina di casa attraente con cui avrebbe voluto andare oltre il semplice saluto. Una sera, trovò sulla moquette del salotto un dado, e un impulso improvviso e irrazionale glielo fece raccogliere mentre diceva a sé stesso: «Se esce un numero dal 2 al 6 riordino la casa, mi lavo i denti e mi preparo per andare a dormire. Ma se esce l’1 vado a suonare alla porta della vicina».

Uscì l’1.

Da quel momento, la vita di Rhinehart cambia radicalmente: egli ha “obbedito” al dado, cioè al caso, e non può più tornare indietro. È più o meno così che comincia L’uomo dei dadi, libro che qualcuno sostiene sia l’autobiografia di Luke Rhinehart – così come si faceva chiamare George Cockcroft, individuo dalla biografia incerta che, pare, ha veramente passato gran parte della sua vita lasciando che fosse un dado a sei facce a prendere per lui le decisioni sulla vita quotidiana. Dapprima, sono piccole cose: quale film andiamo a vedere stasera? Lasciamo che sia il dado a decidere. Ma, a poco a poco, Rhinehart/Cockcroft comincia ad affidare al dado anche questioni più complesse, come le decisioni da prendere in merito all’educazione dei figli, o la condotta da tenere sul lavoro. La sua è una sfida continua: chi l’ha detto che le regole che ci siamo imposti o che ci sono imposte dal lavoro e dalla società in cui siamo immersi siano quelle giuste? Chi l’ha detto, invece, che non sia più giusto lasciare che, a scegliere tra le varie opzioni e opportunità («chances») che la vita quotidianamente ci pone, sia il Caso? Alla fine dei miei giorni, una vita lasciata al Caso sarà stata peggiore e meno morale di una vita condotta secondo regole che mi fan vivere stretto e, a volte, mi fanno sentire un ipocrita? Sono queste le domande che si pone l’uomo dei dadi – e sono le domande che, almeno una volta nella vita, ci poniamo tutti. L’uomo dei dadi non ha una risposta: sa solo che, se vuole capirci qualcosa, deve provare a vivere nell’altro modo, affidandosi alla fortuna e lasciando che le cose, semplicemente, capitino e avvengano fuori dal suo controllo. Tutto diventa un gioco e una sfida. Lascia il lavoro (così ha detto il dado), fonda un Center for Experiments in Totally Random Environments (Centro per esperimenti in condizioni totalmente casuali) a cui si iscrive gente il cui scopo è quello di affidare la vita al caso. E così via. Non è chiaro ancora oggi se la vita di Cockcroft/Rhinehart sia stata davvero questa, anzi: è più probabile si sia trattato di un ciarlatano. Ma la filosofia di vita propugnata da L’uomo dei dadi esiste, esistono dei seguaci del Caso, gente che si affida alla fortuna, che sfida continuamente sé stessa («Mi butto col paracadute? Se escono 2, 4 o 6 lo faccio. Altrimenti no. Mando a quel paese il mio capufficio? Solo se esce il 3, altrimenti faccio quel che mi dice, e lo faccio in silenzio») e che segue i dettami di questo libro strano, avventuroso e sensuale, forse pieno di bugie e fraintendimenti ma che prova a immaginare una morale diversa, radicale, fondata sulla fortuna e sul suo contrario.

Lo scrittore Emmanuel Carrère ha incontrato davvero l’uomo dei dadi e i suoi seguaci: http://www.marcosymarcos.com/wp-content/uploads/2015/08/Internazionale_Carrere-sullUomo-dei-dadi1113-1114-1115.compressed.pdf

 

Narrazioni fondate sul caso

Gli esempi, letterari e non, in cui il caso, la fortuna, giocano un ruolo fondamentale sono moltissimi: pensate soltanto a tutti quei gialli in cui chi investiga arriva alla soluzione per un’intuizione improvvisa scaturita da un incontro fortuito, o da un piccolo evento casuale che fa affiorare alla mente un particolare della scena del crimine che all’inizio non si era tenuto in considerazione.

Cinema e fortuna: clicca qui per leggere la rassegna di Luigi Paini nel suo blog “Nuovo Cinema Paini” sull’Aula di Lettere

Ma c’è di più: ci sono narrazioni che esistono proprio in virtù del fatto che esistono il caso o i colpi di fortuna – che anzi diventano il punto da cui si parte per costruire una storia. Prendete alcuni dei più famosi film di Alfred Hitchcock: L’uomo che sapeva troppo e Intrigo internazionale, per esempio. Mettono in scena degli uomini comuni che, loro malgrado, sono coinvolti in intrighi di cui a poco a poco diventano il perno fondamentale: gran parte del film è la storia di come questi personaggi, capitati per caso dentro fatti più grandi di loro, riescono infine a liberarsene e a tornare alla vita di sempre.

Qualche notizia su L’uomo che sapeva troppo: https://www.mymovies.it/film/1956/luomochesapevatroppo/

e su Intrigo Internazionale: https://www.mymovies.it/film/1959/intrigo-internazionale/

Ecco, quello che usa Hitchcock è un meccanismo narrativo fondamentale, basato sulla casualità: prendere qualcuno che non c’entra nulla con un ambiente, con dei fatti, e che non è a conoscenza di questioni importanti, persone e strategie, e immergerlo in quell’ambiente, porgli quelle questioni importanti, fargli incontrare quelle persone e costringerlo ad applicare delle strategie che non sapeva di dover decifrare. Pensate a un altro grande classico hitchcockiano, La finestra sul cortile (1954): racconta la storia di un fotoreporter costretto in casa sulla sedia a rotelle per via di una frattura alla gamba. Per passare il tempo, sta tutto il giorno affacciato alla finestra della sua sala e osserva la vita dei vicini. All’improvviso, scopre alcuni movimenti sospetti in un appartamento di fronte al suo, e si convince che vi è appena accaduto un uxoricidio. Rimanendo nel suo appartamento, ma sfruttando qualche incursione nel palazzo di fronte e in cortile da parte della sua fidanzata e dell’infermiera che lo accudisce, il reporter si improvvisa detective e riesce a convincere la polizia della colpevolezza del vicino di casa.

Quel che a noi interessa, comunque, non è tanto lo sviluppo della trama, quanto il punto da cui parte: Hitchcock prende un uomo non proprio qualsiasi (fa il fotografo: vuol dire che è un osservatore) e lo mette in una situazione statica: deve guardare fuori da una finestra. Per un caso, una sera gli sembra di notare qualcosa di sospetto, dunque comincia a osservare più attentamente che cosa succede nell’appartamento di fronte. Pian piano, la sua funzione e il suo personaggio si trasformano: da osservatore diventa testimone, da fotografo diventa investigatore. Il caso ha modificato la vita del protagonista che, suo malgrado, si trova ora a dover fare qualcosa per il quale non è preparato: risolvere un omicidio e convincere la polizia della bontà delle proprie congetture.

Si potrebbe dire così: in un’opera, letteraria o cinematografica che sia, il caso non capita mai per caso. Non succede mai che, poniamo, due persone che non si vedono da dieci anni, ma che sono state sposate, si incrocino sulla metropolitana senza che questo non modifichi la loro vita sensibilmente, mandando all’aria le nuove famiglie che hanno nel frattempo costruito e portandole a un nuovo matrimonio. Nelle opere ci si incontra, o più in generale si subiscono i capricci del caso, perché questi incontri e questi capricci sono portatori di una storia, di una modifica nei rapporti o nelle psicologie dei personaggi. Nella vita reale, può capitare di incrociare per strada un’ex fidanzata o un ex fidanzato e che questo incontro non abbia conseguenze se non, magari, quello di farci provare un pizzico di nostalgia; in un’opera, questo incontro avviene se e solo se si trasforma nel propulsore di una nuova storia. Dunque il caso, gli avvenimenti fortuiti, non sono mai casuali dentro una narrazione: accadono perché portano i protagonisti a imparare qualcosa di nuovo, confrontandosi con qualcosa di ignoto, mettendosi alla prova. Quindi fate attenzione: se vi sembrerà, leggendo un libro, che alcune cose stiano capitando un po’ per caso, aspettatevi che prima o poi contribuiscano a cambiare in modo significativo l’andamento della narrazione.

Un incontro casuale, al parco, che fa nascere una storia: https://www.youtube.com/watch?v=8fpC-cgjW98 (ma forse così casuale questo incontro non è…)

 

Crediti immagini
Apertura:
Locandina del film “La finestra sul cortile” (Wikimedia Commons)
Box: 
Luke Rhinehart (Wikimedia Commons)

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