Dire una cosa. E ancora e ancora. La tautologia e la diafora

Andrea Tarabbia

Rosa è una rosa è una rosa è una rosa.
(Gertrude Stein, Sacred Emily, 1913)

A volte abbiamo bisogno di dare o ricevere conferme e, per questo, ripetiamo le parole che contengono i concetti chiave dei nostri discorsi. Lo fanno anche i poeti, anzi: in letteratura la ripetizione ha un peso specifico molto più importante che nella lingua quotidiana. Pensate a quando Leopardi scrive, nei Pensieri, “quell’arte che sola fa parer uomini gli uomini”, o a Manzoni, che nei Promessi sposi scrive “La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo”. È chiaro che don Rodrigo si risvegli don Rodrigo: e chi se no? Eppure questa ripetizione, che è una tautologia, rafforza la frase e ci costringe a fermarci e a riflettere: in che senso don Rodrigo si risveglia don Rodrigo? A quale caratteristica del suo personaggio allude Manzoni? Che cosa non è cambiato in lui nonostante il sonno?

Facciamo tautologie di continuo: “Io non sono più io”, diciamo, “quel poeta scrive poesie” e così via.

 

I significati della rosa

Eppure c’è un caso particolare di tautologia, la diafora, che non si limita a ripetere un concetto, ma lo amplia. Prendete l’esempio, celeberrimo, di Gertrude Stein: dice semplicemente “Rosa è una rosa è una rosa è una rosa”, e sembra compia uno sforzo inutile. Certo che una rosa è una rosa e, all’apparenza, la ripetizione ossessiva del termine sembra avere soltanto una funzione estetica (ripetetevi nella mente il verso come se fosse un mantra: è ipnotico e bellissimo). Invece succede che, a ogni nuova “rosa”, ci viene l’idea che il senso del discorso si faccia via via più grande, più misterioso e carico di significati che la semplice parola “rosa” non contiene. Che cosa succede? Lo spiega Umberto Eco in un saggio, La struttura assente, in cui individua addirittura cinque cose che succedono grazie a quella frase apparentemente semplice:

  1. c’è un eccesso di ridondanza, e la ridondanza genera tensione: la Stein ci vuole dire qualcosa;
  2. il principio di identità (“una rosa è una rosa”) è così marcato e ripetuto che diventa ambiguo: è davvero una rosa, quella di cui parla Stein? La terza volta che nomina la rosa intende la stessa rosa della prima volta?
  3. Perché Stein ci dice questa cosa in questo modo? Che cosa vuole dire davvero?
  4. Forse ripete ossessivamente la parola “rosa” perché vuole alludere ai suoi significati simbolici: ci sta parlando dell’amore senza nominarlo? Vuole solo suggerirlo? Dunque sì: la prima rosa è una rosa, la seconda forse è già l’amore… e la terza? (Tenete poi conto che, nella poesia, si nomina a un certo punto un certo Jack Rose…);
  5. Che cosa capisco io di quello che mi sta dicendo Stein? Lei dice soltanto “rosa”, e mi lascia libero di riempire quella parola dei significati che più mi appartengono e sento vicini. Chiama in causa letture, sentimenti, congetture. Chiama in causa me.

Crediti immagini:

Apertura: “Books” di shutterhacks (flickr)
Link

Box: Gertrude Stein, fotografata da Carl Van Vechten nel 1935 (Wikipedia)
Link

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *