La rima al contrario: l’allitterazione

Andrea Tarabbia

[…]

se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro

[…]

Edoardo Sanguineti, L’ultima passeggiata, 1987

 

L’allitterazione è una parente stretta della rima: entrambe producono quella che si chiama omofonia, ossia una serie di suoni uguali. Solo che la rima è più facile da intercettare, sta alla fine delle parole ed è subito lì, evidente: uno sente o legge, per esempio, nel Canto beduino di Ungaretti (1932),

Una donna s’alza e canta
La segue il vento e l’incanta
E sulla terra la stende
E il sogno vero la prende

e subito s’accorge che i versi rimano a coppie (AABB).

L’allitterazione, invece, interessa l’inizio o il mezzo delle parole, è una rima, o un rimando sonoro, più nascosto (faccio notare le due piccole allitterazioni comprese in quest’ultima frase: «invece interessa l’inizio» e «rima, o un rimando»). Si può dire allora che l’allitterazione è una rima ribaltata, fatta al contrario: dove la rima si occupa di imparentare le parole per le loro fini, l’allitterazione le accoppia per come iniziano o per come assonano.

Si dice allora che la rima crea una omofonia esterna, vale a dire che fa corrispondere i versi per l’ultima sillaba delle parole; l’allitterazione crea invece un’omofonia interna, perché si occupa di tutte quelle sillabe che non stanno in fondo. Ma entrambe hanno uno scopo comune: far suonare le frasi che diciamo o scriviamo.

 

(Crediti immagini: Flickr, Edoardo Sanguineti)

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