Scrivere i suoni. L’onomatopea

Andrea Tarabbia

Aleksandr Blok, I dodici, 1918 (trad. di A. Tarabbia)

[…]

«Fa lo stesso, ti prenderò,
ma è meglio se ti arrendi da vivo!»
«Ehi, compagno, sarà peggio,
Esci, o cominciamo a sparare!»

Trach-tach-tach! E solo l’eco
Risponde tra le case…
La bufera con una lunga risata
Si fa strada nella neve…

Trach-tach-tach!
Trach-tach-tach

[…]

Ho trovato in uno splendido libro, Voci di Maurizio Bettini (Einaudi, 2008), il racconto, tratto dal folklore siciliano, della nascita di Cristo. A parlare sono gli animali:

«Gallo: Cristo nascì!
Bue: Unni? Unni?
Pecora: Bettaleeeeeeeemmi!
Asino: Jàammucci! Jàammucci!»

Traduco in italiano:

«Gallo: Cristo è nato!
Bue: Dove? Dove?
Pecora: A Betlemme!
Asino: Andiamoci! Andiamoci!»

Adesso traduco nel linguaggio degli animali:

«Gallo: Chicchiricchì!
Bue: Uuhm! Uuhm!
Pecora: Mmeeeeeeeh!
Asino: Ji-a! Ji-a!»

Che cosa è successo? È successo che gli animali, con il loro verso, hanno detto delle parole, espresso dei concetti: questo perché il suono che emettono assomiglia a dei vocaboli della lingua italiana (o, in questo caso, del dialetto siciliano).

Provate a pensarci su: il verbo con cui l’italiano definisce il verso del gatto è miagolare. E il gatto, in Italia, fa miao; la rana gracida, perché fa gra gra; il topo squittisce, perché fa squit. E così via. Nella maggior parte dei casi, le voci degli animali sono onomatopeiche.

Che cos’è l’onomatopea? È quella figura attraverso cui imitiamo i suoi naturali, ovvero: creiamo parole che sono la trascrizione di suoni che esistono in natura. Abbiamo freddo, e diciamo Brrrr, mimando con la voce il brivido che ci increspa la pelle (e, scommetto, uno che legge Brrrrr dentro a un libro prova istintivamente un po’ di freddo); un bimbo cade e gli diciamo che ha fatto patapùm!; l’orologio fa tic-tac. Insomma possiamo scrivere i suoni, anzi: a volte non abbiamo, per descrivere un suono, parole che non siano onomatopee – è il caso del verso del gatto, per esempio. Perché esiste l’onomatopea? Perché viene spontaneo, quando non c’è una parola adatta per descrivere un suono, usare quel suono per formare il vocabolo. In questo modo, i rumori entrano nella lingua sotto forma di parole bellissime che contengono il suono del mondo e lo rievocano ogni volta che vengono pronunciate o scritte.

Chiudo con due esempi, che fanno vedere come con le onomatopee si possa anche giocare. Guardate cosa fa Pascoli, forse il poeta italiano che più si è divertito con le onomatopee, nella poesia Valentino:

 

[…]

e le galline cantavano, Un cocco!
Ecco ecco un cocco un cocco per te!

[…]

O cosa fa Aristofane ne Gli uccelli con il verso dell’upupa:

«Epopopòi popòi popopopòi popòi, iò, iò, quì, quì, quì, quì, qui vieni, chiunque tu sia, simile a me nelle piume!»

 

Crediti immagini: Christine und Hagen Graf, flickr e Christopher, flickr

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