Cinema e rivoluzione

Luigi Paini

Prima, durante, dopo la rivoluzione. Il cinema non si pone limiti: la sua capacità di “ri-creare” il mondo gli permette di andare oltre la storia. E così facendo ci consente, nei casi migliori, di capire avvenimenti, nessi, passaggi che i libri di storia ci possono solo accennare. Prima, durante, dopo la rivoluzione: dalla parte di chi la fa e dalla parte di chi la subisce. E non solo Rivoluzioni con la “R” maiuscola, ma anche quelle che cambiano radicalmente gli aspetti del quotidiano. In questo caso sono spesso protagoniste singole persone eccezionali, capaci di un’intuizione che rende il mondo radicalmente diverso dal passato. E quindi, per una volta, lasciamo i “film canonici”, quelli che per primi vengono alla mente quando si parla di rivoluzione. Cerchiamo di guardare al lato meno scandagliato, quella zona d’ombra che merita in ogni caso di essere visitata, perché è lì, nelle pieghe della storia, che si possono rivelare significati a prima vista sfuggenti.  

 

 

Prima della rivoluzione, Bernardo Bertolucci (Italia 1964)

Sta per arrivare una “quasi-rivoluzione”, quella del Sessantotto. Nessuno, ovviamente, può saperlo quattro anni prima. Eppure l’allora giovanissimo regista di Parma, poco più che ventenne, “sente” il soffio di un vento nuovo. “Chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”: la citazione di Talleyrand introduce il film e ne offre una fondamentale chiave di interpretazione.  Quello che Bertolucci indaga è il disagio di una generazione. Giovani di famiglie agiate, cresciuti in una città di provincia che è sempre stata molto fiera delle sue tradizioni intellettuali e della sua vivacità culturale: avrebbero tutto per sentirsi soddisfatti, eppure avvertono una straziante mancanza esistenziale, un preoccupante vuoto di futuro. Fabrizio, il protagonista, riassume in sé tutti questi malesseri. A livello individuale, è combattuto tra l’amore proibito per Gina, la sorella di sua madre, che abita a Milano, e la tranquilla accettazione delle convenzioni sociali, che lo hanno destinato a sposare la bella e ricca Clelia. Intanto se ne va in giro per la città e la campagna, incontrando personaggi intenti a seminare dubbi sul presente: l’amico Agostino, che di lì a poco morirà annegato nel Po; e il maestro Cesare, che gli fa capire la realtà della lotta di classe. Il Partito comunista organizza le Feste dell’Unità, momento fondamentale di incontro e di crescita delle masse. Fabrizio le frequenta, ma sempre senza un pieno coinvolgimento. Per lui, incapace di rinunciare agli agi e ai privilegi della classe sociale di appartenenza, la ricca borghesia, è sempre “prima” della rivoluzione. La dolcezza struggente di questo mondo sospeso è accarezzata dalla colonna sonora, con musiche e canzoni di Ennio Morricone e Gino Paoli; i nomi dei protagonisti sono gli stessi, ovviamente non in modo casuale, dei personaggi di “La Certosa di Parma” di Stendhal.

 

 

La nobildonna e il duca, Eric Rohmer (Francia 2001) 

Ed eccoci “durante” la rivoluzione. Quella francese, vista però da una prospettiva diversa dal solito. Invece che l’epica delle folle, l’esaltazione dei nuovo che sconfigge il vecchio, Rohmer sceglie il punto di vista degli sconfitti. La nobildonna del titolo, infatti, è una scozzese che si trova a Parigi proprio nei giorni e nei mesi in cui l’Ancien Régime viene ribaltato. Lei è dunque, insieme, una preziosa testimone oculare e una rappresentante della classe dei perdenti. Il suo sguardo sarà dunque necessariamente condizionato dalla sua particolare posizione; ma, insieme, ci potrà permettere una sorta di visione “stereoscopica” degli avvenimenti. Assistiamo così allo sviluppo del movimento rivoluzionario, dall’entusiasmo iniziale fino all’epilogo tragico del Terrore. Teste mozzate, folle inferocite, l’angoscia di un intero mondo che sente la sua fine avvicinarsi sempre più inesorabilmente. Grace, la giovane dama, è stata l’amante del Duca d’Orléans, potentissimo nobiluomo che si è schierato con i rivoluzionari (Philippe “Egalité”). I due sono ancora amici, e dunque la donna dovrebbe essere al sicuro. Ma gli avvenimenti precipitano, il r e la regina vengono ghigliottinati, Robespierre e i suoi mandano a morte tutti gli oppositori, veri o presunti. E la stessa nobildonna, alla fine rinchiusa in prigione, vede approssimarsi il patibolo. Il film, di estrema eleganza come tutta l’opera di Rohmer, scommette sull’uso “creativo” del digitale. La Parigi di quegli anni è ricostruita con fondali dipinti che si animano, creando l’atmosfera preziosa di una stampa antica. Una stampa che racchiude però in sé, dietro la patina della bellezza formale, un tragico tornante della Storia.

 

 

Il dottor Zivago, David Lean (Usa-Gran Bretagna-Italia 1965)

La Rivoluzione bolscevica del 1917, certo, e poi la tragica, interminabile guerra civile. Boris Pasternak, nel celebre romanzo omonimo da cui è tratto il film, si sofferma a lungo sugli sconvolgimenti storici che portarono alla fine della Russia zarista. Sullo sfondo di quei fatti, si svolge la “piccola storia” di un uomo, il dottor Jurij Zivago, dei suoi amori, della sua fine amara. Mentre però il romanzo non dimentica mai l’ambiente storico, il film pone soprattutto l’accento sulla grande, sfortunata storia sentimentale tra il protagonista e Lara. Un amore contrastato che attraversa la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione, la guerra civile. Ne risulta forse un maggior coinvolgimento emotivo, ma si perde la profondità del disincantato sguardo di Pasternak su un periodo fondamentale della Russia contemporanea. Nessun cenno nel film, per fare un solo esempio, sulle ripetute invasioni di topi che si susseguono nelle varie case in cui si rifugiano i personaggi principali. È un indizio simbolico estremamente forte, quasi un’allusione alla “frattura dell’essere” che ha permesso a forze sotterranee di scatenarsi (come nel “Nosferatu” di Murnau). Il film, spinto da una invasiva colonna sonora destinata al successo mondiale (il “tema di Lara”) dimentica molti di questi particolari, e si spinge sempre più in là sulla strada dell’amore impossibile. Eppure, nonostante questi chiari limiti, la forza brutale della Storia non manca di farsi sentire. I destini individuali di Zivago, di sua moglie Tonja, di Lara ne sono travolti, proprio come milioni di loro connazionali. E quando i bolscevichi, finalmente, si sbarazzano dei loro nemici, di tante piccole storie individuali non resta che la cenere.

 

 

Steve Jobs, Danny Boyle (Usa 2015)

“I musicisti suonano uno strumento; io tutta l’orchestra”. Così parlò Steve Jobs (1955-2011), il genio dell’informatica che ha letteralmente rivoluzionato le nostre vite con i suoi prodotti, lanciati sul mercato a getto continuo a partire dagli anni 80 del secolo scorso. Ancora una citazione tratta dal film che ripercorre alcuni dei momenti cruciali della sua vita: “Dentro un  garage ho inventato il futuro perché gli artisti guidano e i mediocri vanno ad alzata di mano”. Un genio insofferente alle regole codificate, sempre “al di là”, sempre pronto a ribellarsi per imporre, a tutti i costi, la sua visione. Insomma, un uomo tanto insopportabile nella vita privata quanto dirompente nei suoi effetti sull’industria e sulla società non solo americana, ma di tutto il mondo. Come si costruisce una biografia non convenzionale di una persona così anticonvenzionale? Il film va dietro le quinte, e sorprende Jobs mentre sta preparando alcune delle svolte che ne segneranno l’esistenza. I momenti che precedono il lancio del primo Macintosh, le sue violente liti con i collaboratori, il rientro alla guida della società da cui era stato estromesso. Umanamente è davvero tutt’altro che un esempio da seguire, con i suoi comportamenti durissimi nei riguardi dell’ex compagna, della figlia presunta, di gran parte delle persone che gli stanno attorno (a parte l’eroica, fedelissima segretaria). Nel giudicarlo, però, queste diventano piccole ombre. Quello che conta è ciò che è nato in quel garage (diventato realmente un mito nella storia dell’informatica) e tutto quello che ne è seguito nei decenni. Il mondo del 2017 è immensamente diverso da quello del 1985. E uno dei protagonisti assoluti di questa rivoluzione è stato Steve Jobs, che diceva della sua prima creazione: “Ti ricorda un volto amico. È caldo, allegro invitante e ha voglia di dirti ciao”.

 

 

Prova d’orchestra, Federico Fellini (Italia 1979)

A proposito di direttori d’orchestra. Il regista è, nei fatti, un direttore d’orchestra. Ai suoi ordini si muove una macchina estremamente complessa, tanti singoli “musicisti” che devono agire in perfetta sincronia. Solo così il prodotto finale, il film, diventerà quella “super-realtà” in grado di coinvolgere emotivamente e intellettualmente lo spettatore. E quella del regista-direttore d’orchestra, proprio com’era nelle parole di Steve Jobs, diventa per Fellini una metafora suggestiva per descrivere l’Italia della fine degli anni 80. Un Paese che stava faticosamente emergendo dalla tragedia degli “anni di piombo”, segnati da una serie impressionante di stragi (la più terribile, quella alla stazione di Bologna, doveva peraltro ancora avvenire) e da uno stillicidio infinito di agguati terroristici e della criminalità organizzata. Un Paese in ginocchio, sul futuro del quale pareva impossibile scommettere. Ecco allora questa orchestra riottosa, che finisce per ribellarsi alle indicazioni del maestro. Prima con qualche commento poco educato, poi in maniera sempre più aggressiva, fino a dare vita a una rivolta vera e propria. Una ribellione sguaiata, non una vera rivoluzione, perché nessuno è in grado di prendere il comando degli insorti, nessuno ha un piano per il futuro. Finché un’enorme, misteriosa palla d’acciaio travolge la sala di registrazione, portando distruzione e angoscia. Dalla polvere, dalle macerie tutti escono sgomenti, e si affidano, questa volta mansueti come un gregge di pecore, al direttore di nuovo in cattedra. Ma attenzione: i suoi ordini ora sono in tedesco e risuonano come un allarmante richiamo a un passato (non troppo lontano) dittatoriale. Fellini immaginifico pessimista, con una visione terrificante del “dopo la rivoluzione”.

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