Dal “tutto qui” all’“eccetera”. Elenchi, liste, cataloghi in letteratura

Andrea Tarabbia

C’è un modo attraverso cui, in letteratura, si fa collezionismo. Immaginate: nel XVIII canto dell’Iliade, Efesto costruisce un nuovo scudo per Achille. È uno scudo enorme, diviso in cinque sezioni dove compaiono la Terra, il sole, il mare, il cielo, la Luna, le costellazioni; e poi vi compaiono, incise, due città, con le loro piazze, i fori, i cortei, gli abitanti, i castelli, i fiumi, i campi coltivati che le circondano, le mandrie al pascolo e molte altre cose ancora. Omero dedica una parte del XVIII canto alla descrizione di questo prodigioso scudo, che esaurisce il mondo, e questa descrizione è un elenco.

Restiamo dentro l’Iliade. Nel secondo canto del poema, Omero vuole dare ai lettori l’idea dell’immensità dell’esercito greco – la sua flotta, il numero dei suoi uomini e dei capitani. Ci prova con una similitudine (la massa degli uomini, le cui armi luccicano al sole, fa pensare a un fuoco che divampa nella foresta), ma presto capisce che metafore, immagini e paragoni non sono in grado di rendere l’idea dell’enormità di quanto vuole descrivere. Allora si mette a elencare i capitani e le loro navi. Li nomina tutti: per 350 versi, l’Iliade è una lunga, interminabile lista di uomini e cose. Eccone l’inizio:

 

Sol dunque i duci, e sol le navi io canto.
Erano de’ Beozi i capitani
Arcesilao, Leìto e Penelèo
e Protenore e Clonio, e traean seco
d’Iria i coloni e d’Aulide petrosa,
con quei di Scheno e Scolo, e quei dell’erta
Eteono e di Tespia, e quei che manda
la spazïosa Micalesso e Grea;
e quei che d’Arma la contrada edùca,
ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone
e Peteone ed Ila ed Ocalèa.
Seguono i prodi della ben costrutta
Medeone e di Cope, e gli abitanti
d’Eutresi e Tisbe di colombe altrice.
Di Coronèa vien dopo e dell’erbosa
Alïarto e di Glissa e di Platèa
e d’Ipotebe dalle salde mura
una gran torma: ed altri abbandonaro
le sacrate a Nettunno inclite selve
d’Onchesto, e d’Arne i pampinosi colli;
altri il pian di Midèa; altri di Nisa
gli almi boschetti, e gli ultimi confini
d’Antèdone.

 

E così via, tutti in fila: ci si perde, ci si smarrisce dentro gli elenchi omerici.
È proprio qui, nell’Iliade, che nasce un modo di descrivere che farà scuola nel Medioevo e che è vivo ancora ai giorni nostri: quello di compilare liste. La letteratura si diverte, a volte, a compilare dei cataloghi. Si tratta, da una parte, di una forma di collezionismo: la pagina diventa una teca in cui, per amor di completezza o per divertimento, per cantabilità o per semplice gusto dell’enumerazione, vengono esposte cose, oggetti, persone, a volte sentimenti. Dall’altra, invece, l’elenco è il modo attraverso cui si tenta di dire l’indicibile: come faccio a far capire al lettore che si trova di fronte a qualcosa di enorme, variegato, incommensurabile? Lo elenco, stordendo chi mi legge con un catalogo particolareggiato: dentro questo mare, egli si perderà come è giusto che sia di fronte al tanto, al troppo che io voglio mettere in scena.

Prendete le due liste di cui abbiamo parlato, lo scudo di Achille e l’esercito greco: sono simili, nel senso che sono entrambe degli interminabili elenchi, eppure niente potrebbe essere più diverso. Lo scudo di Achille, per quanto particolareggiatissimo, è un mondo finito: Omero descrive le incisioni, le rappresentazioni che si trovano sulla superficie dell’arma e sa che, per quanto lunga possa essere la sua descrizione, prima o poi finirà: la superficie dello scudo delimita il mondo rappresentabile. L’esercito e la flotta greci, invece, sono virtualmente infiniti, perché per quanti particolari Omero possa offrire egli sa che ogni nave contiene un numero indefinito di uomini e di armi che egli non potrà mai contare: dunque il suo elenco è destinato a rimanere impreciso, indefinito o, se volete, aperto. È per questo che è indicibile, perché l’autore e il lettore non sapranno mai effettivamente quanti uomini sono impiegati nell’esercito. Alla fine dei 350 versi che occupa il catalogo omerico c’è dunque un eccetera, qualcosa che allude all’infinito.

 

La vertigine di Eco

Uno degli ultimi libri pubblicati da Umberto Eco è dedicato proprio agli elenchi: si chiama Vertigine della lista, ed è del 2009. In esso, Eco esplora alcuni dei modi attraverso i quali il mondo della letteratura e quello delle arti visive hanno messo in scena gli elenchi: ovviamente, Vertigine della lista non ha pretese di esaustività – Eco sa benissimo che sono pressoché infinite le strade della catalogazione. Però ci sono alcune regole, alcune modalità che ritornano: il “tutto qui” dello scudo di Achille e l’“eccetera” del catalogo delle navi sono i due momenti fondamentali. Il punto è che la lista, secondo Eco, è in tutto e per tutto una forma letteraria, ed egli si diverte (sembra un bisticcio, ma non è così) a catalogare i modi in cui si fanno i cataloghi.

 

 

Una piccola lista di liste

Sarebbe bello che questo pezzo, che parla di liste, fosse solo un lungo elenco di opere in cui ci sono dei cataloghi di cose. Siccome non è possibile, vorrei almeno trasformarlo, da qui alla fine, in una piccola antologia – in una teca di vetro dove sono esposte alcune opere che hanno fatto degli elenchi il loro marchio.

Guardiamo per esempio Le città invisibili di Italo Calvino. Che cos’è questo libro, fin dall’indice, se non un lungo catalogo ragionato di città immaginarie? Contiene città che hanno a che fare con la memoria, i segni, il desiderio, la sottigliezza, gli scambi, gli occhi, il nome, i morti, il cielo, la continuità, l’essere nascosti. E, dentro al libro, a un certo punto si parla perfino del fatto che «Il Gran Khan possiede un atlante i  cui disegni figurano l’orbe terracqueo tutt’insieme e continente per continente, i confini dei regni più lontani, le rotte delle navi, i contorni delle coste, le mappe delle metropoli più illustri e dei porti più opulenti. Ne sfoglia le carte sotto gli occhi di Marco Polo per mettere alla prova il suo sapere. Il viaggiatore riconosce Costantinopoli nella città che incorona da tre rive un lungo stretto, un golfo sottile e un mare chiuso; […]».

 

Qui trovi tutto il passo in cui Calvino descrive l’Atlante del Gran Khan: http://www.roberto-crosio.net/1_intertestualita/calvino_citta.htm

 

«Finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere»: così inizia l’ultimo paragrafo di questo catalogo. Ecco, qui c’è, svelato, uno dei segreti degli elenchi: essi danno forma a ciò che non può averne. Accostano cose che normalmente non possono comparire vicine: per esempio qui, a un certo punto, dalla combinazione di Troia e Istanbul scaturisce San Francisco. Pensate a Controcorrente, dello scrittore francese Joris K. Huysmans: è la storia di Des Esseintes, giovane nobile e nevrotico, che decide di ritirarsi dal mondo. Va a vivere in provincia e allestisce una ricca casa che gli somiglia, rispecchiando il suo gusto vizioso e decadente: pareti piene di stoffe rare, finestre gotiche, mobili fastosi, piante rare ed esotiche, perfino una tartaruga che, però, non si adatta bene al tappeto. Ebbene, larghe parti del romanzo non sono che elenchi di cose che Des Esseintes acquista e assembla: Controcorrente pullula di quadri, stoffe, tappeti, pizzi, decorazioni, accostamenti arditi e fatti per capriccio.

 

Ecco, come esempio, un gruppo di capitoli di Controcorrente, pieni di elenchi: https://www.rodoni.ch/busoni/bibliotechina/controcorrente/controcorrente4.html

 

E ancora, gli elenchi di insulti, o di cibi, che popolano il Gargantua e Pantagruele di Rabelais, o le poesie-elenco di Walt Whitman (cercate, in Foglie d’erba, la poesia Partendo da Paumanok), o gli eccessi barocchi di Marino, che nel decimo canto dell’Adone scrive, elencando le arti umani in quel suo modo sempre eccessivo:

 

Mira di che bei fregi orna la testa,
come l’intreccia de’ più verdi rami;
di stromenti e di machine ancor vedi
qual e quanto si tien cumulo a’ piedi.
Mira penne e pennelli e mira quanti
v’ha scarpelli e martelli, asce ed incudi,
bolini e lime e circini e quadranti,
subbi e spole, aghi e fusi e spade e scudi. –

[…]

Mira intorno astrolabi ed almanacchi,
trappole, lime sorde e grimaldelli,
gabbie, bolge, giornee, bossoli e sacchi,
labirinti, archipendoli e livelli,
dadi, carte, pallon, tavole e scacchi
e sonagli e carrucole e succhielli,
naspi, arcolai, verticchi ed oriuoli,
lambicchi, bocce, mantici e crocciuoli,
mira pieni di vento otri e vessiche
e di gonfio sapon turgide palle,
torri di fumo, pampini d’ortiche,
fiori di zucche e piume verdi e gialle,
aragni, scarabei, grilli, formiche,
vespe, zanzare, lucciole e farfalle,
topi, gatti, bigatti e cento tali
stravaganze d’ordigni e d’animali;
tutte queste che vedi e d’altri estrani
fantasmi ancor prodigiose schiere,
sono i capricci degl’ingegni umani,
fantasie, frenesie pazze e chimere.

[…]

 

Eccetera eccetera. Chiudiamo questo catalogo incompleto con un altro maestro dell’elenco: l’americano Edgar Lee Masters e la sua Antologia di Spoon River. Questo è il testo di La collina. Ho tolto la strofa finale, perché non è un elenco:

 

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felicie?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Ma il finale di “La collina”, insieme a una rielaborazione di tutto il testo, lo potete ascoltare qui:

 

Il timore di non poter dire tutto

Certo, l’elencazione, la volontà di fare il catalogo di ogni cosa, nascondono anche il timore di non poter dire tutto, di lasciarsi qualcosa indietro: pur di non perderlo, allora, lo si mette in lista. È qualcosa di molto simile al collezionismo: colleziono, conservo per la gioia del possesso, ma anche per un’ansia di completezza. Tutto ha collezionato e elencato la letteratura: nel Profumo di Patrick Süskind c’è un elenco, abbastanza esaustivo, delle puzze; Georges Perec ha registrato, in un bizzarro libro-esperimento, tutto ciò che accade ed è visibile dal tavolino di un bar di Parigi in cui è stato fermo, taccuino alla mano, per tre giorni: il risultato è un libro-elenco che si chiama Tentativo di esaurire un luogo parigino. Il luogo è place Saint-Sulpice, il libro è un elenco di persone, macchine, autobus, animali, nuvole, cose all’apparenza insignificanti, luci, ombre, colori, foglie eccetera; Joyce, nell’Ulisse come nel Finnegans Wake, ha elencato fiumi, oggetti contenuti nel fondo delle tasche, nomi di vie; e così via.

 

L’altro archetipo, oltre a Omero

Ma forse, oltre a Omero, c’è un altro archetipo dell’elencazione: la liturgia cristiana. Pensate alle litanie: San…, prega per noi, San…, prega per noi… lista pressoché infinita come infiniti sono i santi, il cui numero è in continua crescita; ma anche alle liste dei santi, dei martiri, dei vescovi, tutti evocati dentro litanie collettive che sembrano mantra, e che quasi ipnotizzano i fedeli mentre le pronunciano, e ciò che conta effettivamente non è che nell’elenco recitato sia presente un santo piuttosto che un altro, ma la scansione ritmica dell’enumerazione, il suo potere vertiginoso di far sentire chi recita parte di una folla adorante e di un’invocazione.

Ma chiudiamo con un elenco laico, laicissimo:

L’elenco per eccellenza della canzone italiana. Enzo Jannacci, “Quelli che”.

 

Crediti immagini: Vincent Van Gogh, “Notte stellata” su Wikipedia, Wikimedia Commons

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