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La geografia utile alla storia (e viceversa)

Il mosaico di Madaba in Giordania, del VI secolo, con i nomi di località e la raffigurazione di fattorie, spazi desertici, boschi, palmeti e fiumi, ci avvicina alla sensibilità geografica degli antichi. Ma come possono la storia antica e la geografia dialogare in maniera efficace?
La geografia è l’occhio della storia. Questo motto, che risale almeno al geografo alessandrino Tolomeo (II secolo), è ripreso molti secoli dopo nel proemio del primo atlante moderno, il Theatrum Orbis Terrarum (1570) del cartografo olandese Abraham Ortelius. Secondo gli umanisti la geografia serve per conoscere e memorizzare la storia, per collocare nello spazio le imprese degli antichi. È ciò che facciamo consultando l’atlante storico e l’atlante geografico mentre studiamo storia. Ma quanto è diffusa, realmente, questa consuetudine?
Frontespizio del Parergon, l’appendice che contiene il primo atlante storico del mondo antico.Vi compare il motto: Historiae oculus Geographia.
Nello stesso XVI secolo di Ortelius comincia però ad affermarsi, in contrapposizione allo sguardo rivolto al passato, l’idea che la storia che conta davvero sia quella contemporanea e che dunque la geografia sia non tanto uno strumento della storia, quanto piuttosto della politica. Anche questa un’idea era presente nel mondo antico, esposta con chiarezza in apertura (I, 1, 16) della Geografia di Strabone (64 a.C. – 23 d.C.). Secondo il geografo, che aderisce all’ideologia imperiale di Augusto, la conoscenza geografica è funzionale al consolidamento dell’egemonia, che per un grande impero come quello romano assume dimensioni mondiali. La geopolitica, evidentemente, esisteva molto prima di essere battezzata e teorizzata nel XX secolo. D’altra parte già Dario I di Persia – re dei re – riteneva che la conquista fosse necessaria conseguenza dell’esplorazione geografica.  Un ultimo esempio fra ieri e oggi Recentemente, in un articolo su un quotidiano dedicato all’incapacità della politica italiana di affrontare in maniera efficace il degrado del territorio, si faceva riferimento – per dire che siamo alle solite… – a una seduta del senato romano di cui abbiamo il resoconto in Tacito (Annali I, 79). Si doveva decidere se, per mettere Roma al riparo dalle piene del Tevere, fosse opportuno deviare alcuni affluenti a monte. Le comunità interessate si opposero, portando come motivazione i danni economici che avrebbero subito e seri scrupoli religiosi, in quanto si sarebbero danneggiati boschi e fiumi dedicati alle divinità. Alla fine il senato decise di non far nulla. Il resoconto di Tacito ci informa su un problema ambientale nel contesto antico e illustra l’atteggiamento mentale che si manifestò nell’affrontarlo.  Dunque la storia non può essere separata dalla geografia: ogni paesaggio, confine, struttura politica, aspetto culturale è il risultato di un divenire, che va raccontato nel suo sviluppo storico per capire la realtà di ieri e di oggi. Tutto questo è concordemente ammesso. Ma come far dialogare in maniera efficace le due discipline nella realtà scolastica, traendo vantaggio dalla loro integrazione? I recenti programmi che nel biennio dei licei affiancano e uniscono storia antica e geografia del mondo d’oggi permettono esperienze interessanti e invitano a una nuova progettualità. Innanzitutto, va dato finalmente il giusto spazio alla geografia storica.
Per un approfondimento sulla geografia storica, puoi leggere questa scheda.
Gli insediamenti, i modi di vita, le culture, lo sviluppo delle civiltà, le forme di aggregazione politica vanno spiegati nella loro relazione con l’ambiente geografico, la morfologia del territorio, i cambiamenti climatici. L’ecostoria e lo studio del paesaggio storico aprono finestre interessanti su fenomeni molto marcati nell’età moderna e contemporanea, ma pienamente in atto anche nel mondo antico: le modifiche dell’ambiente dalle civiltà dei fiumi alle bonifiche e alle strade romane, lo sviluppo della città, lo sfruttamento delle foreste e il degrado dei suoli. Sono tutti temi di sicura presa sugli studenti. Ma si può fare di più.
Guarda a questo link la rete di strade e città dell’impero romano nella Tabula Peutingeriana: geografia, tecnica e organizzazione del territorio, un tassello della ricostruzione di un paesaggio della storia.
È possibile sperimentare unità di apprendimento di carattere geostorico nelle quali la storia antica e la geografia sono chiamate a collaborare per approfondire i problemi globali di ieri e di oggi. È un passaggio fra epoche storiche e luoghi che aumenta l’efficacia dello studio e apre punti di vista non scontati. Fra l’altro, aiuta a capire che lo studio del mondo antico risponde anche alle domande che ci vengono poste dalla contemporaneità. Un esempio. Lo studio della preistoria umana e del primo popolamento della Terra trova naturale complemento nella demografia che, attraverso il meccanismo della “transizione demografica” spiega la crescita della popolazione nel mondo moderno e contemporaneo e le tendenze per il futuro. Ancora. Le civiltà dei fiumi e le più antiche forme di organizzazione statale sono l’occasione per un lavoro dedicato a “Territorio e potere”. Le società organizzate, fin dall’antichità, modificano l’ambiente naturale per sfruttare risorse, aumentare gli spazi agricoli, costruire vie di comunicazione e città. La trasformazione dell’ambiente naturale accelera con lo sviluppo tecnico dell’età moderna e l’urbanizzazione si dimostra un modello vincente. Il rapporto fra potere e territorio può essere utilmente affrontato dal mondo antico a oggi, dagli inizi del paesaggio urbano all’urbanizzazione diffusa del nostro tempo.
Il mondo all'epoca della morte dell'imperatore Costantino (337 d.C.), da un atlante storico del 1828. L'autore, Edward Quin, con l'espediente della nuvola che si apre, mostra carta dopo carta il progressivo ampliarsi della conoscenza del mondo in Occidente.
Gli esempi di sinergia storia-geografia potrebbero continuare: la globalizzazione con l’impero del II secolo, disuguaglianze e crisi sociali insieme allo studio del tardo impero che si reggeva appunto sul massimo di disuguaglianza. E, per riprendere un cenno precedente: il difficile discorso sulle tendenze della geopolitica si collega utilmente all’espansione romana nel Mediterraneo e alla formazione dell’idea imperiale del mare nostrum. Quale geografia: solo problemi globali? No, perché alcuni temi di geografia regionale permettono uno sguardo geostorico che spiega il passato e apre sul presente. La geografia del Mediterraneo e del Mar Nero è necessaria allo studio del mondo greco, la conoscenza dell’Asia centrale appoggia lo studio dell’età ellenistica, la geostoria dell’Europa è in stretta sinergia con lo studio dei regni barbarici, dell’impero carolingio e dell’alto Medioevo. La sequenza dei temi non sarà fatta in base a un rigido metodo geografico, ma sarà ancorata, con profitto, ai tempi e alle cronologie della storia. Tutto questo può far temere che la geografia sia relegata in una funzione ancillare. Non credo che sia così. Anche se l’ordine dei temi affrontati trae spunto dalla cronologia, la geografia mantiene intatta la sua capacità di spiegare il presente e la sua autonomia metodologica. Infine, una programmazione integrata di geo-storia permette anche di affrontare con una certa naturalezza temi di “storia mondiale”, confronti fra civiltà frutto di sviluppi storici indipendenti, ma coeve fra loro. Un punto di vista sempre più necessario anche se problematico. Ma questo richiede una riflessione a parte. 
paergon
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