Fra religio, morale e scienza: concezione e lessico dell’epidemia nel mondo romano

Elena Merli

I più comuni termini italiani per indicare il diffondersi di un’epidemia derivano in modo trasparente dal latino: ‘contagio’ da contagium o contagio -onis, ‘infezione’ da infectio, mentre virus è parola latina che significa ‘liquido amaro’, ‘sapore sgradevole, salmastro’ e specialmente ‘veleno’, ‘pozione’. Sotto l’apparente sovrapponibilità lessicale si celano differenze profonde, legate alla composita concezione della malattia a Roma dai primi secoli fino all’avvento del cristianesimo. Una complessità (tanto diacronica quanto sincronica) che non scompare con la fine del mondo antico continuando a caratterizzare la molteplicità delle risposte e reazioni umane al fenomeno delle epidemie.

 

La cosa: fonti arcaiche e mentalità augustea in Tito Livio

L’epoca arcaica considera l’epidemia una manifestazione del volere (e dell’ira) della divinità. La peste è una delle sette piaghe d’Egitto narrate nell’Esodo, con una pestilenza inviata da Apollo ha inizio l’Iliade, Tito Livio registra numerosi episodi di epidemie a partire dal V secolo a.C. nella sua Storia di Roma. La pestilentia vi è spesso menzionata al fianco dei prodigia (eventi eccezionali considerati segni divini), collegata al dio Apollo e alla consultazione dei libri Sibyllini, e in qualche caso viene placata tramite un curioso rituale, secondo cui il dictator piantava un chiodo magico come atto di purificazione, al fine di ‘chiudere’ con un passato di sventura (Liv. 7, 3; 9, 28). Pur attingendo a fonti antichissime (in particolare al liber annalis), talvolta Livio lascia trapelare razionalistico distacco rispetto all’interpretazione religiosa del contagio e attira l’attenzione sui suoi effetti psicologici e sociali: in particolare, osserva, l’epidemia non colpisce solo il fisico ma anche la mente, con il diffondersi incontrollato di superstizioni di origine straniera (4, 30), così che “la ricerca dei rimedi stremava le menti più di quanto la malattia indebolisse i corpi” (7, 3).

 

La cosa: una ‘svolta’ scientifica…

All’epoca di Livio si è del resto da tempo affermata la coscienza dell’epidemia in quanto dovuta a cause naturali e specialmente ambientali: una visione sorta nella Grecia del V secolo, con la medicina ippocratica, che aveva negato l’origine divina delle malattie (ad esempio, a proposito del cosidetto ‘morbo sacro’, l’epilessia, Ippocrate scriveva: “gli uomini considerano sacra la sua natura per ignoranza e superstizione” e “per incapacità di comprendere”). Le epidemie erano collegate dalla scienza medica a elementi venefici delle acque e dell’aria (i cosiddetti ‘miasmi’) e, come causa secondaria, a una predisposizione individuale a contrarre la malattia. Questa concezione è ben attestata nella Roma della metà del I secolo con alcuni spunti in Cicerone e Varrone e soprattutto col famoso finale del poema di Lucrezio, che ripropone la peste di Atene narrata da Tucidide al fine di dimostrare l’assenza dell’intervento divino dalle cose umane.

 

… molto parziale

Sarebbe tuttavia semplicistico tracciare una netta separazione fra gli ambiti della religione e della razionalità o della scienza o ricostruire una evoluzione lineare dall’uno all’altro: la tendenza a riconoscere la volontà divina dietro un fenomeno eccezionale e sconcertante non viene mai meno, e la ritroviamo in età imperiale e tardo-antica. La causa della cosidetta ‘peste antonina’ iniziata nel 165 d.C. (si trattò in realtà di un’epidemia di vaiolo) viene ricondotta a un atto sacrilego compiuto da soldati romani in un tempio di Babilonia; in tutt’altro ambito, Vegezio, vissuto fra IV e V secolo e autore di un fortunatissimo trattato di veterinaria, nota lucidamente che di solito (sicut solet) i proprietari di bestiame attribuiscono le epidemie alla volontà divina per non dover riconoscere la propria incapacità e i propri errori (neglegentia); ancora, Isidoro, vescovo di Siviglia, osserva che il contagio si realizza sì a causa dell’aria malsana, tuttavia sine arbitrio omnipotentis Dei omnino non fit, “non avviene in alcun modo senza il volere di Dio onnipotente”. Si coglie in queste parole la distinzione fra l’individuazione delle modalità del contagio, riconducibili a un principio naturale, e la ricerca di un più profondo significato per un evento drammatico, che l’approccio scientifico e razionale non è in grado di giustificare e rispetto al quale l’uomo continuerà a interrogarsi.

 

Le parole: infectio – dal lessico tecnico all’accezione morale

Il sostantivo infectio, attestato nel latino tardo, indica l’azione del tingere la lana; il verbo da cui deriva (inficio) si incontra fin da Plauto nel significato di ‘tingere’, così come infector = ‘tintore’. Dal linguaggio tecnico è breve il passo all’accezione moralistica: la lana bianca si colora con un processo che in certo senso ne corrompe l’originaria purezza, così che inficio nel significato di ‘macchiare’, ‘nascondere lo stato di natura’ si trasferisce alla sfera morale, indicando il ‘corrompere’ da parte di vizi, passioni, seduzioni. In qualche caso, la contaminazione è dovuta a una sostanza o a un agente concreto, come il sangue che sporca le mani (in senso sia proprio che metaforico) o il veleno che infetta. In particolare, in Virgilio si legge infecit pabula tabo, cioè “[il morbo] sporca i pascoli di putridume” (georg. 3, 481): è l’episodio della peste degli animali, che ha inizio per una “infezione del cielo” (morbo caeli) durante un autunno molto caldo (toto autumni aestu). Non si individua tuttavia uno specifico e largo uso medico di inficio, anche in quanto il moderno termine ‘infezione’ presuppone la conoscenza dei batteri e di ciò che oggi sappiamo su cause e modalità di trasmissione delle malattie infettive.

 

Le parole: contagium – dal tabu’ religioso alla scienza medica

Contagium e contagio derivano dal verbo contingo, ‘toccare’ e, in accezione negativa, ‘contaminare’ o ‘danneggiare’ tramite il contatto. Alcune fra le più antiche attestazioni sono presenti nel contesto del sacro e in particolare si collegano al rischio di impurità religiosa e rituale: così in Ennio (Tieste, che si è cibato del figlio, contamina chi lo avvicina) e poi in Cesare, secondo cui i Galli evitano di accostarsi a chi è escluso dalle cerimonie sacre per non essere contaminati ex contagione, “per contatto” (La guerra di Gallia 6, 13, 7). Nel lessico della medicina il termine si insedia grazie a Lucrezio: durante la peste di Atene i contagia della malattia passano ex aliis alios, “dall’uno all’altro” (6, 1236), e chi si avvicina ai malati per curarli muore a propria volta contagibus / atque labore, “per il contatto e la fatica” (6, 1246s.) – è il motivo dei medici fra le principali vittime dell’epidemia. Infine, esso è assai frequente in contesto morale e politico: la contagio sceleris, per Cicerone, è ciò che rischia l’avvocato difensore di un traditore, cioè macchiarsi in certo senso dello stesso delitto; Livio parla di contagio seditionis a proposito di una rivolta che dalla città si propaga a un accampamento; la somiglianza del diffondersi delle idee rivoluzionarie con quello, altrettanto veloce e rovinoso, di un’epidemia è posta in rilievo da Sallustio, La congiura di Catilina 10, 6, che definisce la contagio delle idee rivoltose quasi pestilentia, “come una pestilenza”. Ricordiamo che per la medicina antica chi si avvicinava agli ammalati si esponeva al contagio non tanto toccandoli quanto inspirando l’aria corrotta dal loro respiro infetto o dal loro odore, in base alla teoria ippocratea dei miasmi: al di fuori della sfera del sacro, a prevalere non è dunque il concetto di contatto ma quello (sorprendentemente attuale) di contiguità e vicinanza che porta a essere appunto contagiati e corrotti da un male nel corpo, da un’idea nella mente o da un vizio nel carattere.

Crediti immagini: Wikipedia, Wikipedia

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