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La banalità all'origine del male

Uno dei testi fondamentali di Hannah Arendt, "La banalità del male", nasce dalle riflessioni dell'autrice sul processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista responsabile dell'organizzazione del sistema delle deportazioni
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Il processo Eichmann Al processo di Norimberga, che coinvolse alcuni dei maggiori criminali nazisti, erano sfuggiti vari pesci piccoli, personaggi implicati nelle attività del nazismo, ma meno noti dei grandi gerarchi. Alcuni di loro non sfuggirono però al Mossad, il servizio segreto israeliano, intenzionato a mettere le mani sui responsabili del genocidio del popolo ebraico. Fu così che a 15 anni dalla fine della guerra un anonimo tedesco fu catturato in Argentina (a causa delle incaute confidenze fatte dal figlio a una ragazza ebrea): era Adolf Eichmann, uno degli organizzatori materiali del sistema delle deportazioni. Eichmann fu processato in Israele nel 1961. Si trattò di un processo pubblico, che attirò l'attenzione dei media di tutto il mondo. La domanda di Hannah Arendt Tra i molti osservatori del processo c'era la filosofa Hannah Arendt (1906-1975). Di origine ebraica, riparata negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo, legata per qualche anno a Martin Heidegger (i cui rapporti con il nazismo appaiono sempre più complessi), la Arendt intendeva capire perché un uomo avesse potuto partecipare attivamente al genocidio degli ebrei. Eichmann aveva costretto migliaia di ebrei a fuggire dai paesi occupati, privandoli dei loro beni e aveva organizzato i convogli che trasportavano gli ebrei verso i campi di concentramento. Era stato un “assassino a tavolino”, che aveva impiegato il proprio ingegno e la propria capacità organizzativa per mandare a morte migliaia di persone. Dalla testimonianza resa da Eichmann al processo, però, non emerse il profilo di un uomo crudele e sanguinario. Eichmann non mostrava odio verso gli ebrei, anzi sembrava persino aver provato simpatia per il sionismo. Alla fine, agli occhi di Hannah Arendt, Eichmann si rivelò solo un mediocre burocrate, che nella questione ebraica aveva visto un'occasione per fare carriera e guadagnare un prestigio e una posizione sociale, dopo vari fallimenti nella vita. Se il Führer prende il posto della legge morale Per giustificare l'impegno che egli stesso e altri nazisti avevano profuso nello sterminio ebraico, Eichmann tentò la strada di una giustificazione filosofica: essi avevano compiuto il loro dovere, obbedendo a un imperativo superiore, disse, seguendo una versione della filosofia di Immanuel Kant “per la povera gente”. Il problema era che, al posto della ragione, Eichmann aveva scelto il Führer come fonte suprema dell'imperativo etico e gli esiti di questa scelta erano stati tragici. Giudicato alla luce delle sue stesse parole, Eichmann incarnava l'esempio di un cittadino comune, che faceva dell'obbedienza la sua virtù fondamentale ed era pronto a seguire il nuovo regime il cui imporsi sembrava un verdetto della storia. Non ci si può stupire che la Arendt abbia intitolato il proprio resoconto del processo La banalità del male.
Al minuto 12 di questo film Eichmann sembra presentarsi come un simpatizzante del sionismo, deluso dalle scelte dei superiori, ma pronto ad obbedire in puro spirito militare
La memoria dell'imputato e la memoria delle vittime Quali siano i meccanismi psicologici e sociali che spingono gli uomini a compiere violenze, è oggetto di studio da decenni e il caso dei carnefici degli ebrei è sempre all'ordine del giorno. Alcuni studiosi mettono in luce come l'antisemitismo fosse una “struttura cognitiva” della società tedesca e che la collaborazione all'olocausto ne fosse una naturale conseguenza (D.J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori, Milano 1997). Altri evidenziano invece i casi in cui i soldati tedeschi si rifiutarono di commettere violenze nei confronti di ebrei disarmati, donne e bambini; su questa base, sottolineano che la responsabilità individuale è ineliminabile (C.R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino 1995). Il filosofo francese Jean-François Lyotard (1924-1998), riprendendo le riflessioni della Arendt, argomenta che nella società totalitaria, come quella nazista, manca il tempo della riflessione e della scelta, perché il ritmo incalzante dell'urgenza impedisce di distinguere tra bene e male (anzi, elimina la stessa possibilità di maturare un punto di vista proprio su che cosa è bene e che cosa è male). E Eichmann si sentiva colpevole? Egli non accettava di essere considerato colpevole “nel senso indicato dall'accusa”, perché non aveva mai materialmente ucciso nessuno e perché non aveva agito spinto dall'odio o da fanatismo. Era stato un cittadino ligio agli ordini: un uomo molto “normale” nella Germania nazista, dove però norma ed eccezione avevano finito per prendere l'una il posto dell'altra. Che cosa resta oggi del processo Eichmann Per quanto sia stato insoddisfacente sul piano psicologico ed emotivo, il processo Eichmann, conclusosi con una condanna a morte, è stato un momento fondamentale per la comprensione del nazismo e del genocidio del popolo ebraico. L'imputato era condannato a priori, la sua difesa era una piatta argomentazione basata sull'obbedienza a ordini superiori, le sue dichiarazioni erano quelle di un burocrate ancora ossessionato dai dettagli tecnici. La sua coscienza sembrava ben poco permeabile al dramma del quale era stato un ingranaggio consapevole e collaborativo. Secondo la Arendt, proprio questa scarsa capacità di elaborazione e l'appiattimento sui valori e gli atteggiamenti della massa e del gruppo dominante aprono un scenario inquietante sulla fragilità delle convinzioni etiche e sulla facilità con cui i grandi delitti collettivi possono essere portati a compimento nella società di massa.
Qui puoi leggere un articolo sul boia di Eichmann Qui puoi leggere un articolo su come il processo Eichmann ha modificato la percezione delle cause dell'olocausto
Immagine per il box: Hannah Arendt, via Wikimedia Commons Immagine di apertura: foto dell'udienza di prolungamento dell'arresto di Adolf Eichmann, dall'archivio dell'Israel National Photo Collection (via Wikimedia Commons)  
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