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Iliade e libertà: presenze omeriche in Fenoglio e Meneghello

Autori contemporanei come Beppe Fenoglio e Luigi Meneghello si sono ispirati al linguaggio omerico dell’Iliade per dare una forma letteraria alla Resistenza.

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Essere come Omero: epos e Resistenza

Negli anni Sessanta vedono la luce due romanzi per molti versi agli antipodi fra loro: I piccoli maestri di Luigi Meneghello (usciti nel 1964 e sottoposti a capillare revisione, specie per via di levare, per l’edizione del 1976) e Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (la cui complicata gestazione ebbe inizio negli anni Cinquanta e che uscì postumo nel 1968). Potrebbero bastare i titoli a segnalare significative differenze: da una parte un gruppo di giovanissimi studenti definiti ironicamente “piccoli”, non adatti perciò alla realtà della guerra, dall’altra il nome di battaglia del protagonista, solitario eroe partigiano.

Fra questi testi si possono individuare al tempo stesso molteplici affinità, a partire da quelle derivanti dall’attrazione esercitata sui loro autori da lingua, letteratura e civiltà inglese. In entrambi, inoltre, è presente una serie di elementi di marca epica, e in particolare omerica: quello che più conta, tali elementi non rimangono schegge e memorie isolate ma si ricompongono suggerendo una possibilità interpretativa organica.

Una componente epica tanto pervasiva sarebbe stata impensabile in opere scritte a ridosso degli eventi narrati: era infatti necessaria una distanza temporale adeguata per poterla gestire senza correre il rischio di cadere in una vuota retorica, pericolosamente simile in superficie a quella del regime appena sconfitto. Non a caso, nel suo intervento Saremo come Omero, apparso su “Rinascita” alla fine del 1948, un Italo Calvino pressoché agli esordi sosteneva la difficoltà di dare forma letteraria all’esperienza della Resistenza componendo un epos nazionale: un assunto che sarà smentito, vent’anni dopo, dall’uscita del Partigiano Johnny.

Un segnale incipitario nel Partigiano Johnny

Fin dalle prime righe il romanzo di Fenoglio dichiara il legame con il genere epico. Il protagonista vi è presentato mentre osserva la sua città (Alba) dalla finestra della casa in collina dei genitori, dopo essere rientrato fortunosamente da una «lontana, tragica Roma, fra le settemplici maglie tedesche» (p. 5)[1]. Il riferimento è al disperdersi dell’esercito italiano a seguito dell’8 settembre del 1943 e alla necessità di nascondersi per evitare di essere catturati dai tedeschi e considerati traditori (una situazione ben illustrata fra l’altro nel film Tutti a casa di Luigi Comencini). In questo contesto, l’epiteto “settemplici” produce uno scarto stilistico che richiama la formularità omerica: “settemplice”, cioè formato da sette pelli sovrapposte, è in particolare lo scudo di Aiace per Vincenzo Monti, che così traduce l’omerico eptaboeion.

L’oppressione dell’occupazione straniera assume tramite questo dettaglio una dimensione epica che anticipa la trasformazione di Johnny in un eroe che combatte per la sua patria, simile a Ettore che difende Troia dall’invasione dei Greci.

Il modello eroico in Fenoglio

I capi partigiani descritti da Fenoglio sono chiaramente riconducibili al “tipo ideale” dell’eroe epico: perfetti e armoniosi, simili a guerrieri omerici o a divinità dell’Olimpo. È il caso del tenente Biondo «paradigmaticamente il capo sognato» (p. 94), la cui uccisione in uno scontro a fuoco sconcerta gli stessi nemici («era così lampantemente il capo che la sua fine magnetizzò i fascisti, rimasero un attimo con le armi mute», p. 136) e soprattutto del comandante Nord. La sua entrata in scena nel romanzo ha tratti dell’epifania: insiste in particolare sulla perfezione fisica («l’uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità… l’aurea proporzione del suo fisico si manifestava fin sotto la splendida uniforme… i suoi occhi erano azzurri – incredibile compimento di tutti i requisiti!», p. 160) e ne mette in rilievo l’ascendente sugli uomini, persino se nemici (al solo vederlo tre prigionieri fascisti «tutt’e tre crollarono ai piedi di Nord»).

Una dimensione autenticamente eroica attinge anche Johnny nel momento preciso in cui, presa la decisione di unirsi alla lotta partigiana, sale in collina: «piegava erculeo il cielo e la terra» (così si chiude il cap. 4, p. 52). Nello stesso segmento narrativo Johnny sente «com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana»: un’importante indicazione che ci consente di intendere i riferimenti a un eroismo di marca classica ed epica come segnale della portata più generale del romanzo, che rappresenta tratti ricorrenti insiti nella condizione umana al di là dello specifico cronotopo in cui si situa la vicenda narrata.

Un’epopea della sconfitta

Una direttrice narrativa del romanzo è quella del progressivo isolamento di Johnny, la cui solitudine “eroica” risulta sempre più marcata (i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, o almeno così lui crede) fino alla scena finale in cui rimasto solo va consapevolmente incontro a una morte gloriosa quanto inutile. Una morte “annunciata” almeno fin dalle pagine finali del capitolo 31: «Pierre e Ettore sono morti… Li hanno uccisi. Io sono vivo. Ma sono vivo? Sono solo, solo, solo e tutto è finito» (p. 389) e «Avrebbe ricevuto ancora quella sera stessa la notizia dell'uccisione di Pierre ed Ettore... E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull'ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l'importante: che ne restasse sempre uno» (p. 392).

Esemplare è la cerimonia funebre per Tito, il primo caso di morte di un partigiano amico nel romanzo: guardando il suo cadavere, trasportato al paese su un camion, «scoperto fino alla cintola… ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti» (p. 109). Il Biondo pronuncia un discorso funebre che esorta ad andare a vedere il morto e le sue ferite: «Avvicinatevi, venite a vederlo il nostro Tito, vedere come l’hanno ammazzato» (p. 110) con un gesto altamente patetico che può ricordare le parole di Cassandra, quando vede il cadavere di Ettore steso sul feretro e portato dal carro del vecchio Priamo: «Venite a vedere Ettore, Troiani e Troiane» (Iliade 24, 704).

In questa scena, come in tutto il romanzo, gli elementi epici e i riferimenti al mondo del mito e alla Grecia sottolineano il valore universale della narrazione, che non deve essere confusa con una sorta di diario o di cronaca della Resistenza nella zona di Alba.

Epos omerico e mondo dell’infanzia nella narrativa di Meneghello

Lontanissima dalla caratura eroica ed epica di Fenoglio appare la narrazione, volutamente in sordina e permeata di ironia, dei Piccoli maestri di Luigi Meneghello. Diversamente da Johnny, il protagonista dei Piccoli maestri arriva vivo alla fine della guerra. Essere sopravvissuto è qualcosa di cui sente di doversi giustificare: «ora è finita, mi dicevo. Infondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi… non siamo stati all’altezza» (p. 344) [2].

Nelle opere dell’autore veneto, gli elementi omerici sono presenti come memoria scolastica (al cosidetto “ginnasietto”, corrispondente alla nostra scuola media inferiore, si leggevano in traduzione l’Eneide e i poemi omerici) e di giochi infantili. Le gare e gli scontri dei ragazzini del paese, e più in generale il loro sguardo sul mondo, subiscono infatti la suggestione soprattutto dell’Iliade che genera in loro un concetto di eroismo del tutto distaccato dalla realtà: è un elemento ricorrente soprattutto nei cosidetti “libri di Malo” (il paese d’origine di Meneghello), che rielaborano ricordi dell’infanzia e adolescenza. Così, una semplice caduta durante il gioco attiva per contrasto modalità epiche: «Feci il lungo tuffo a pesce, armonioso, andai a picchiare con la fronte sullo spigolo ben profilato dello scalino dell’ultima porta verso la strada, a sinistra. ... lo spigolo vivo, armonioso (era tutto così armonioso), ci entrò agevolmente» (p. 628, da Pomo Pero, 1974); mentre la solitudine eroica è reazione a una presa in giro da parte dei compagni di gioco: «Solo, mi dicevo, solo!... Io me ne andai con gli atti di un eroe offeso» (p. 96, dal romanzo Libera nos a Malo, 1963). Questo ingenuo ideale, trattato con sorridente ironia dal narratore, è destinato a infrangersi a contatto con la realtà della guerra.

Un Diomede partigiano

Il più esibito ricordo omerico all’interno dei Piccoli maestri compare nella prima parte del romanzo, in relazione al Finco, un capo partigiano: “Era sul magro, col viso di cera… Aveva una voce delicata, e modi quieti. Appena lo vidi mi dissi: è lui. Era l’uomo più temibile dell’Altipiano. … Aveva in mano una ciotolina smaltata e si sbatteva un ovetto con lo zucchero …  Col cucchiaio di stagno si mise a mangiarsi l’ovetto sbattuto … Ha il pallore degli eroi, ricorda Diomede. Mi sono sempre figurato che Diomede fosse così; pallido, smilzo, pensieroso” (p. 418). I tratti umani del Finco sono ben espressi dalle scelte lessicali del narratore (ciotolina; ovetto), ma agli occhi del protagonista il primo vero capo che incontra non può che incarnare un guerriero dell’Iliade. Lo spunto verrà ripreso poco dopo, quando si organizza una spedizione punitiva contro un certo Vaca, che ha ferito un partigiano: «Due di noi sarebbero andati avanti a domandare acqua, con le rivoltelle in tasca. “Va bene” – dissi io – “Chi va?” “Io” – disse il Finco – “e un altro”. “Vengo io” – dissi prontamente. Poca scelta. Mi sentivo come uno che deve andare in pattuglia con Diomede.» (p. 440). Il finale interrompe l’illusione epica: il Finco e il suo inesperto compagno (agli antipodi della coppia epica formata da Diomede e Odisseo) vengono accolti a schioppettate e se la danno a gambe. Il protagonista ha imparato la lezione: «… ecco com’è l’empirismo, pensavo. L’eroismo è più bello, ma ha un difetto, che non è veramente una forma della vita» (p. 443). Nel seguito del romanzo, nessun capo partigiano verrà ritratto con riferimenti omerici e in generale Omero uscirà dagli intertesti principali, insieme alle illusioni giovanili.

Meneghello e la nostalgia dell’eroismo

La scelta di una cifra narrativa e stilistica definita da Meneghello “antiretorica” contiene in sé anche una sorta di nostalgia per una declinazione autentica, non pomposa e di facciata, dell’eroismo e della sua possibilità di espressione letteraria.

Questa posizione viene illustrata dallo stesso Meneghello nella conferenza “Quanto sale?” (1986): l’antiretorica consentiva di non costruire una nuova retorica al posto della vecchia, fatalmente falsando l’accaduto, e di calare nel testo zone della realtà altrimenti inaccessibili (pp. 1125 e 1128). Dietro questa scelta si cela però un rimpianto per un eroismo non delle pose ma della mente (p. 1133). Un eroismo riconosciuto «nel libro postumo di un partigiano che era eroico nel modo che dico io, succhiava forza eroica dalle cose… era un piemontese, un coetaneo mio» (p. 1133), parole che costituiscono un chiaro omaggio a Fenoglio.

Il rifiuto della retorica e di una scrittura vuota e patetica in nome di una verità espressiva ben ardua da raggiungere è un comun denominatore dei due autori. La presenza omerica nelle sue diverse declinazioni testimonia la ricerca di una libertà prima di tutto formale e stilistica, capace di plasmare, a partire dalla tradizione dell’epica classica, modalità di narrazione non condizionate dal recente passato. Fenoglio e Meneghello, con modi diversissimi, vincono entrambi la battaglia di emancipazione dalla retorica di regime arrivando al superamento di una prima, più cronachistica fase della narrazione della resistenza.


[1] Cito dall’edizione critica curata da Dante Isella per Einaudi, Torino 1978 (varie ristampe).

[2] I testi di Meneghello sono citati da Luigi Meneghello, Opere scelte, I Meridiani (Mondadori), Milano 2006.

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