La bellezza tra filosofia, arte e moda

Anna Rosignolo

La filosofia estetica

Quando si affronta il tema della bellezza come concetto, cioè seguendo un ragionamento filosofico, si entra nel campo della disciplina estetica. Seppure la bellezza sia stata affrontata e ricercata dall’uomo sin dall’antichità, l’estetica è stata fondata solo nel XVIII secolo. Si attribuisce al filosofo tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762) con il testo Estetica (1750) la nascita di una disciplina autonoma della filosofia che studia la scienza della conoscenza sensibile. Egli per primo analizza un campo gnoseologico (cioè proprio della conoscenza) che si fonda sulla aisthesis (in greco sensazione, sentimento, sensibilità). L’estetica è dunque la scienza del sentire, intesa sia come conoscenza sensibile che come facoltà legata alle emozioni.

Baumgarten chiarisce che l’estetica è l’arte e la scienza filosofica del “bel pensare”, la quale si esplica nella teoria delle arti liberali. Nell’analisi del filosofo, la bellezza rappresenta dunque la perfezione della conoscenza sensibile che gli uomini, attraverso la creazione di manufatti artistici, sono in grado di generare.

 

La bellezza classica

Nonostante l’estetica sia nata solo nella metà del XVIII secolo, il tema del bello è stato fin dall’antichità un argomento di grande importanza a partire dall’età classica.

Per i greci il kosmos (cioè l’ordinamento del cielo e della natura) costituisce la più vera manifestazione sensibile del bello ed è proprio grazie al bello che l’uomo è in grado di riconoscere il mondo.

Nella Grecia antica la bellezza non aveva uno statuto autonomo, ma veniva quasi sempre associata ad altre qualità, come la bontà, la misura o la convenienza. Celebre è il motto greco della kalokagathia (traducibile come ”bello e buono”) che risale ad alcuni versi della poetessa Saffo (VII-VI a.C.) e rappresenta l’ideale di bellezza classica capace di connettere le qualità delle forme esteriori (percettibili ai sensi) con quelle proprie dell’anima e del carattere.

“ (…) Chi è bello, lo è finché è sotto gli occhi, chi è anche buono lo è ora e lo sarà poi.”

Saffo, Liriche, VII-VI sec. a.C.

Il tema della bellezza viene dapprima elaborato da Socrate che ne distingue tre diversi tipi: ideale (quella che rappresenta la natura), spirituale (quella che esprime l’anima attraverso lo sguardo) e infine utile (quella che risponde ad una funzione). Discepolo di Socrate, è Platone a decretare una vera e propria autonomia della bellezza, lontana e separata sia dal corpo che dalla sfera sensibile. Egli ritiene che la bellezza sia una visione (quasi divina) che si possa studiare grazie alle facoltà dell’intelletto e alla filosofia. Il bello platonico è come una luce e uno splendore basato sull’armonia e la proporzione delle parti, questa concezione si allinea con il pensiero dei pitagorici, secondo cui il cosmo è regolato da rapporti geometrici perfetti.

A protezione di questa visione della bellezza viene raffigurato sul tempio di Delfi (risalente al IV secolo a.C.) il dio Apollo, dio del sole che presiede le arti, la medicina e la saggezza e che, secondo i greci, è il rappresentante del senso della misura e della consapevolezza del limite umano.

Nella Grecia del V secolo a.C. (durante l’età di Pericle) la letteratura, la filosofia e le arti vivranno un periodo di eccezionale sviluppo e saranno utilizzati dalla democrazia ateniese non solo come sfoggio di superiorità culturale e politica, ma anche come strumento per esprimere appieno la bellezza classica.

L’architettura, la musica e la scultura di quel periodo sono tra i più esplicativi esempi di studio del concetto di bello classico.

I rapporti che regolano le dimensioni dei templi greci (ad esempio gli intervalli tra le colonne o tra le varie parti della facciata) sono gli stessi che regolano gli intervalli musicali. Spesso si fa riferimento al modello della tetrakty s (o decade) che consiste in una progressione geometrico-numerica originata da un triangolo i cui lati sono divisi da quattro punti, così come dal rapporto definito dalla sezione aurea.

Testa del Diadumeno (Wikimedia Commons)

Lo stesso utilizzo di rapporti armonici, della simmetria e delle proporzioni viene utilizzato nello studio del corpo umano e nella statuaria greca: Policleto nel IV secolo a.C., con la realizzazione del Doriforo (450a.C.) e del Diadumeno (430 a.C.), si farà portavoce del Canone, una specie di summa di regole che definiscono la giusta proporzione tra le parti del corpo umano.

 

L’altra faccia della bellezza classica

La concezione del bello fino ad ora descritta è stata definita classica ed è stata oggetto di analisi da parte delle culture Umanista e Rinascimentale che, proprio a partire dagli ideali greci di armonia, misura e proporzione, hanno basato la loro produzione artistica e culturale. Ma accanto ai principi di bellezza cui si fa portavoce il dio Apollo, nello stesso tempio di Delfi è raffigurata sul frontone orientale opposto, un’altra divinità. Dioniso, dio del caos, della danza e dell’impulso alla vita rappresenta la perfetta antitesi di Apollo. La compresenza di queste due divinità non è casuale e lascia intuire come, nella stessa idea del bello classico greco, esista una bellezza altra, definita solo in epoca moderna come “bellezza dionisiaca”.

Friedrich Nietzsche (1844-1900) nell’opera La nascita della tragedia (1872) svela che lo spirito greco è caratterizzato da due forme di bellezza, dialetticamente opposte ma compresenti: la “bellezza apollinea” che si esprime attraverso ordine e misura, e la “bellezza dionisiaca”, cioè una bellezza conturbante, caotica e contrapposta alla ragione. Se la prima esalta la forma, la luce e la logica, la seconda esalta la creatività, l’oscurità e l’istinto vitale. La bellezza greca secondo questa prospettiva si avvicina al pensiero del filosofo presocratico Eraclito (535 a.C.– 475 a.C.) secondo cui il mondo è il risultato di un costante conflitto (definito pòlemos, cioè guerra) tra opposti che non si escludono a vicenda, ma al contrario creano una bellissima armonia.

“Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia.”

Eraclito, Frammento 11

M. Ferraris circa il dualismo apollineo-dionisiaco: https://m.youtube.com/watch?v=hZvn_bLSrv8 

 

Dall’armonia rinascimentale al sublime romantico

Lo scontro tra le due forme di espressione estetica svelato da Nietzsche, si protrae nei secoli a seguire e può essere rintracciato nel rapporto tra la diversa natura del bello in epoca prima rinascimentale, poi barocca.

La cultura rinascimentale porta avanti la tradizione greca di legare la bellezza alla perfezione della natura attribuendole elementi di carattere morale, con la differenza che alla natura si sostituisce Dio e che la laicità del “buono greco” si carica di elementi cristiani.

Il canone del bello rinascimentale sarà impersonato dalla “donna angelo”, figura protagonista della poetica cavalleresca e stilnovista. Essa rappresenta l’immagine di una donna, spesso spiritualizzata e irraggiungibile, dai tratti simili a quelli di un angelo, dotata di un animo tanto nobile da ingentilire chi se innamora. Rappresentata e descritta come una figura dai capelli biondi, la pelle diafana e gli occhi azzurri, ma soprattutto come la metafora di una bellezza sovrasensibile.

Due sono le donne che meglio rappresentano il canone estetico e morale di questa bellezza: Beatrice Portinari che per che Dante Alighieri (1265-1321) rappresenta la musa poetica e la guida nel viaggio, affrontato nella Divina Commedia (1304-1321), dall’umano al divino e colei capace di far scoprire al poeta la bellezza e la luce dell’amore assoluto, e Laura de Noves amata e celebrata da Francesco Petrarca (1304-1374) nell’opera il Canzoniere (si noti che il laurus era l’albero sacro dedicato al dio Apollo).

È poi ancora un bello idealizzato quello raffigurato nelle veneri di Tiziano Vecellio (1488/1490-1576) e di Sandro Botticelli (1445-1510), poiché tanto la Venere di Urbino (1538) quanto l’Allegoria della Primavera (1478), altro non sono che le manifestazioni di uno stesso concetto di bello spirituale e sovrasensibile, universalmente accettato nel simbolismo divino che rappresenta.

Sandro Botticelli, Allegoria della Primavera (Wikimedia Commons)

Accanto a questi valori, la società e la cultura del tardo XVI secolo vive profonde trasformazioni che indirettamente modificano anche il concetto di bello: Galileo Galilei (1564-1642) sposta la terra dal centro dell’universo e la fa ruotare intorno al sole, Giordano Bruno (1548-1600) suggerisce l’esistenza di una pluralità di mondi e così l’essere umano, prima al centro dell’universo, si ritrova ora spaesato e consapevole della sua contingenza.

Gli autori del periodo Barocco ricercano così l’eccesso nella forma stilistica, l’artificio grazie al largo uso di figure retoriche per sorprendere e meravigliare il lettore, ma anche per confortare gli animi difronte alla crisi spirituale e la rottura dell’unità religiosa che la Riforma Protestante aveva innescato a partire dal 1517. Tra i massimi autori e portavoci di questa sfida vi è Giovan Battista Marino (1569-1625) che nella poesia Il poeta e la meraviglia (1608) riassume in tre versi il motto dello stile Barocco:

È del poeta il fin la meraviglia

(parlo de l’eccellente e non del goffo):

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

 

La stessa volontà di emozionare e stupire viene supportata dagli artisti e dagli architetti di questo periodo.

L’equilibrio simmetrico e l’armonica proporzione tra le parti si deformano in linee sinuose che guidano l’occhio verso un ”oltre”, un punto che tende all’infinito e all’assoluto. La bellezza perde la compostezza e la grazia ieratica precedente e si rende via via più umana, incline alle emozioni e quasi drammatica. Questo cambiamento porta il concetto di bello a perdere quelle caratteristiche oggettive che fino a ora gli erano state imposte: la bellezza inizia a essere ricercata soprattutto per gli effetti che è in grado di produrre su chi la guarda, così la soggettività del giudizio di gusto iniziano a definire l’esperienza estetica.

In questo contesto (che preannuncia il periodo del Romanticismo) alla categoria del bello viene a sommarsi quella del sublime. Per la prima volta analizzato da Edmund Burke (1729-1797) il concetto di sublime indica il piacere e la fascinazione che alcuni elementi, da lui definiti terribili, sono in grado di provocare all’animo e alla psiche umana. La natura, ad esempio, nei suoi aspetti più spaventosi (le alte cime di una montagna, il mare in tempesta ecc.) produrrebbero le più forti emozioni che l’uomo sia in grado di percepire. Il sublime è contrapposto al bello che, secondo Burke, è invece portatore di serenità ed armonia.

William Turner, Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi, Wikimedia Commons

Intorno al 1790, anche Immanuel Kant (1724-1804) nella Critica del giudizio (1790) analizza il sublime, affermando che esso rappresenta la presa di coscienza che l’uomo acquisisce quando si trova a contemplare la grandiosità di certi elementi: in tali circostanze egli riconosce i limiti della sua razionalità e si apre alla possibilità di una dimensione sovrasensibile, che percepisce attraverso le sue stesse emozioni.

Un breve intervento di U. Galimberti a proposito della bellezza: https://m.youtube.com/watch?v=TxJweN8jG_E

Nuovo mondo e nuovi ideali di bellezza

Fino a questo momento l’esperienza estetica è innescata prevalentemente dal rapporto con la natura e attraverso la fruizione dell’arte. Alla fine del XIX secolo la seconda rivoluzione industriale avvia una serie di cambiamenti che vanno a modificare anche il concetto di bellezza e la sua esperienza: cambia il volto della nuova realtà urbana (la metropoli moderna), la serialità produttiva e la riproducibilità tecnica concedono a una più vasta fetta di popolazione l’esperienza dell’arte e degli oggetti estetici.

Di fronte alla pervasività del modello industriale, all’ostentazione della funzionalità sulla forma e alla minaccia politica dei nuovi ideali di socialismo e democrazia, nasce un bisogno quasi religioso di esperienza estetica che vede il dandy come protagonista. Il primo portavoce di questa corrente è il lord inglese George Brummel (1778-1840) a cui seguiranno Charles Baudelaire (1821-1867) in Francia, Oscar Wilde (1854-1900) in Inghilterra e Gabriele D’Annunzio (1863-1938) in Italia. Il dandy considera la bellezza come un valore primario, un ideale di vita e una responsabilità morale.

Questo movimento letterario e filosofico si esprime soprattutto come fenomeno di costume: la moda ricopre infatti un ruolo fondamentale per il dandy, che attraverso essa riesce a distaccarsi dalla massa e a raggiungere l’ideale di bellezza, ora artificiale e in opposizione al naturale. Anche lo stereotipo di bellezza femminile muta: alla femminilità classica si sostituisce il gusto per l’androgina, alla gentilezza d’animo la sensualità della femme fatale capace di trasformare abiti, gioielli e accessori in simboli di seduzione.

L’idea che l’uomo si forma del Bello si imprime in tutto il suo abbigliamento, sciupa o stira il suo vestito, arrotonda o irrigidisce il suo gesto e penetra anche sottilmente, a lungo andare, nei tratti del suo viso.

L’uomo finisce col rassomigliare a ciò che vorrebbe essere.

Charles Baudelaire, Il perfetto dandy (1869)

 

Cos’è oggi la bellezza?

Agli inizi del XX secolo il filosofo Walter Benjamin (1892-1940) analizzando lo stato dell’arte nell’epoca moderna e l’avvento della fotografia denuncia la perdita dell’aura: in un’epoca caratterizzata dalla mercificazione della vita e dalla riproducibilità tecnica dell’arte, anche la fruizione estetica perde quei tratti di unicità ed eternità che prima ne determinavano la bellezza. L’esperienza estetica del bello si trasforma nell’esibizione del suo valore commerciale: la nuova bellezza è riproducibile, transitoria e velocemente deperibile.

Il concetto di bello a partire dalla modernità assume le medesime caratteristiche del fenomeno della moda: ricerca ossessiva di novità e ciclica sostituzione dei prodotti in dinamiche sempre più veloci. La moda dell’epoca esprimeva appieno lo zeigeist (in tedesco “spirito del tempo”, concetto utilizzato nella filosofia idealista tedesca tra il XVIII e il XIX secolo) e dunque era capace di manifestare il clima storico-culturale dell’epoca, attraverso cui era altresì possibile vivere l’esperienza del bello.

Nella nostra epoca la moda assume ancora più rilevanza come strumento capace di generare bellezza, tanto attraverso gli abiti che produce, quanto attraverso le figure scelte per incarnare l’estetica di una collezione o di un brand, ma oggi come non mai il concetto di bello sta affrontando la sua stessa ridefinizione.

 

Verso un nuovo paradigma del bello

A partire dagli anni ‘90 il sistema della moda e l’avanzare del modello fast fashion hanno inaugurato modelli di produzione e di fruizione di  moda che rispecchiavano fedelmente i caratteri della società esistente: omologata, dedita al consumismo e lontana da interessi di natura etico-morale.

Nel panorama attuale e in seguito alla pandemia Covid-19 il paradigma del bello e della moda hanno dimostrato parecchie criticità: la velocità esasperata degli stili di vita e dei cicli produttivi, la ricerca ossessiva della novità e l’abitudine a consumi non sempre consapevoli, sono stati resi evidenti agli occhi di società e individui immersi nella nuova quotidianità che il Covid-19 aveva inaugurato.

In questo contesto, anche il tema della bellezza ha subito una rilettura della sua stessa sostanza.

Il bello oggi è imperfetto, inclusivo e autentico. Il difetto e la differenza si celebrano poiché sono elementi che rappresentano unicità e autenticità; molti sono i marchi che stanno attuando una strategia di diversity & inclusion, tra questi Alessandro Michele, il direttore creativo di Gucci che da anni promuove una moda all’insegna dell’espressione del sé e della libera creatività. All’interno dell’immaginario creativo dello stilista romano, la diversità è da celebrarsi in ogni sua manifestazione: oggi il concetto di bello non ha limiti pertanto parlare di inclusività significa esplorare e valorizzare ogni esempio di diversità umana, e dunque ogni forma di autenticità. Seguendo questo progetto, Gucci collabora con modelle e personaggi lontani dagli standard estetici del sistema moda, come Ellie Goldstein (modella con sindrome di down) e Silvia Calderoni (attrice e performer italiana dalla fisicità genderless).

Il bello attuale è un concetto ampio e fluido che non si limita a rappresentare attributi esclusivamente fisici: l’idea di bellezza viene connessa a quella del “benessere”, inteso come quello stato qualitativo di armonia che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano, tanto nella sua persona quanto nella relazione che intraprende con gli altri e con l’ambiente circostante.

 

ATTIVITÀ PER GLI STUDENTI (compito di ricerca)

Ogni gruppo di studenti ricerchi un brano (frammento, poesia o estratto di testo) in cui l’autore descrive la bellezza, si provi poi a contestualizzarlo nel periodo storico di appartenenza rispondendo a queste domande:

1. In che periodo storico ci troviamo?

2. Quali associazioni si possono fare con le diverse discipline della stessa epoca? La bellezza lì descritta è rintracciabile in altre forme artistico-culturali dell’epoca? (dipinti, sculture, opere musicali, trattati o altro?)

3. Il concetto di bellezza preso come riferimento appartiene a una determinata corrente filosofica o può essere annesso al pensiero di un filosofo che avete affrontato in classe?

4. Rispetto alla nostra epoca, l’idea di bellezza che avete rintracciato si pone in analogia o in contrasto?

Anna Rosignolo è nata a Faenza nel 1992 e si è laureata in Fashion Culture and Management presso l’Università di Bologna. Ha lavorato presso aziende di moda nel campo digital e retail, e collaborato come giornalista freelance per alcune riviste online. Attualmente lavora all’interno di un archivio di moda. Per Zanichelli ha scritto di moda ed estetica in riferimento al tema della sostenibilità.

(Crediti immagini: Wikimedia Commons, Wikimedia Commons)

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