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Quando gli scrittori non sono liberi

Re, imperatori, papi e dittatori hanno sempre perseguitato e perfino torturato e ucciso quegli scrittori che non hanno voluto piegarsi al loro volere. Il concetto di libertà in letteratura viene affrontato da Andrea Tarabbia raccontando la storia di Osip Mandel’štam, considerato il più grande poeta russo. Le terribili vicende della sua vita sono state raccontate da sua moglie Nadežda in un libro dal titolo L’epoca e i lupi.

«Che hai da lamentarti? Solo da noi hanno rispetto per la poesia, dal momento che uccidono in suo nome». Così disse, una sera, verso la metà degli anni Trenta del Novecento, il poeta Osip Mandel’štam – da molti considerato il più grande poeta russo, e non solo, del secolo – alla moglie Nadežda. La loro storia è terribile, e Nadežda l’ha raccontata in uno dei libri di memorie più straordinari e tragici che siano mai stati scritti, e che in italiano è tradotto come L’epoca e i lupi: contrari al regime staliniano e invisi al regime, i Mandel’štam vissero per alcuni anni, a Mosca, sotto una sorveglianza discreta; le poesie che Osip scriveva venivano vagliate dalla censura, come accadeva a ogni opera letteraria che all’epoca veniva composta, ma raramente venivano censurate: erano, da un lato, troppo raffinate e colte perché un semplice funzionario ne potesse cogliere appieno il senso e, soprattutto, non parlavano di politica.

Ma, una sera del 1933, Osip recitò a casa di amici una poesia, scritta per rabbia ma forse anche un po’ per gioco, dedicata al compagno Stalin. Eccola:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi,
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semi-uomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola,
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri di cavallo egli forgia un ukaz[1] dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte, a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna,
​largo petto da Osseta.​

Esiste una variante di questo componimento: i versi 3-4, in una versione precedente, recitano: «Si sente soltanto il montanaro del Cremlino/l’assassino, lo sbaragliamugicchi». Tra le persone che ascoltarono Mandel’štam recitare questi versi in cui si insulta apertamente il dittatore c’era qualcuno che lavorava per il Partito e che denunciò il poeta come “nemico del popolo”. Poco tempo dopo, Mandel’štam fu arrestato. Durante l’istruttoria gli venne letta la poesia contro Stalin e lui, sbalordito, l’ascoltò, forse chiedendosi chi, tra quelli che considerava amici, l’avesse tradito. Pare addirittura che scrisse su un foglietto i versi dell’altra variante quando gli venne chiesto se ne esistevano altre versioni. Da quella sera, i Mandel’štam furono mandati in esilio nel sud dell’Unione sovietica, ma non bastò: nel 1938, Osip venne deportato in Siberia, dove morì in un campo di transito in circostanze che, ancora oggi, non sono chiare. Aveva 47 anni.

Molte poesie di Mandel’štam – da un certo punto in poi quasi tutte – non sono mai state scritte. Nadežda racconta nel suo libro come lei e Osip, nell’esilio di Voronež, usassero ripetersi fino allo sfinimento i versi di Osip, in modo da mandarli a memoria: in questo modo, potevano conservare le poesie (molte delle quali, morto Osip, vennero pubblicate grazie alla prodigiosa memoria di Nadežda) senza rischiare che venissero intercettate da qualcuno che poteva denunciarli.

I Marlene Kuntz hanno dedicato una canzone all’amore tra Osip e Nadežda, si chiama “Osja amore mio” (Osja è un diminutivo di Osip): https://www.youtube.com/watch?v=JUs8cYFGjxo

Nel 1981, Iosif Brodskij, un altro poeta russo esiliato (questa volta a New York), compose un fenomenale ritratto di Nadežda in occasione della sua morte. Questo canto funebre è in prosa, e ha un inizio memorabile:

«Degli ottantuno anni della sua esistenza, Nadežda Mandel’štam ne ha vissuti diciannove come moglie e quarantadue come vedova del più grande poeta russo di questo secolo, Osip Mandel’štam. Il resto fu infanzia e adolescenza».

Ma memorabile è anche ciò che segue, perché Brodskij, ricordando l’amica perduta, arriva a spiegare come, nel mondo dei perseguitati, molti la considerassero tutto sommato fortunata: a partire dagli anni Sessanta, infatti, il mondo cominciò a riconoscere Osip Mandel’štam e a giudicarlo un gigante, cosa che non migliorò le condizioni economiche e di salute di Nadežda, ma che la risarcì almeno in parte degli orrori e delle perdite che aveva subito. Molti altri perseguitati, invece, sono destinati, se rimangono in vita, a vivere nell’oblio e nello strazio di non veder mai riconosciuto il loro dolore e il loro lavoro.

Di questa paura dell’oblio, soffriva anche Brodskij. Nel 1965, a soli 25 anni, viene arrestato con l’accusa di “parassitismo”: poiché scriveva poesie che non erano lodi al regime e viveva di lavori saltuari, era considerato inutile all’edificazione del socialismo, dunque un parassita. Viene cacciato da Leningrado, dove era nato e viveva, e mandato in esilio al nord. Tornato a casa, vive ancora alcuni anni in Unione sovietica, controllato a vista dal KGB che, tra le altre cose, registra il fatto che i suoi lavori sono sempre più conosciuti e apprezzati nel mondo occidentale. Così, nel 1972, il governo lo mette di fronte a un bivio: continuare a vivere in Urss, ma sempre più controllato e con il rischio di essere arrestato e perseguitato, o abbandonare la madrepatria, perdendo la cittadinanza sovietica e diventando, di fatto, un apolide.

Brodskij sceglie la seconda opzione ed emigra negli Stati Uniti, dove, come altri prima e dopo di lui, abbandonerà a poco a poco la sua lingua madre e comincerà a scrivere nella lingua del Paese che lo ha accolto e ospitato. Compone poesie, scrive meravigliosi saggi autobiografici o su temi letterari, vince il Premio Nobel. Ragiona sulla condizione di esiliato e, in un testo del 1987 (La condizione che chiamiamo esilio), scrive qualcosa che, almeno in parte, ribalta la comune concezione di esiliato e perseguitato politico:

«Esilio non significa più lasciare la civilissima Roma per la Sarmazia primitiva, o spedire un uomo dalla Bulgaria, poniamo, in Cina. No: quello che avviene, di regola, è il passaggio da un angiporto politico ed economico a una società industriale avanzata che può dire l’ultima parola in fatto di libertà individuale».

Insomma, paradossalmente, oggi chi va in esilio va a vivere in condizioni migliori. Non è più l’epoca di Ovidio spedito tra i barbari o di Dante allontanato da Firenze. In altri testi, Brodskij rimpiange la Russia della sua infanzia, o non si dà pace perché sa che non vedrà mai più i suoi anziani genitori, ma sa che vive in un mondo più facile di quello che ha lasciato, e soprattutto in un luogo dove non rischia l’arresto o l’ospedale psichiatrico. È dentro questo paradosso, forse, che va cercata la matrice della grande forza espressiva, e dell’estrema bellezza, dei suoi lavori.

Re, imperatori, papi e dittatori hanno sempre perseguitato, ridotto al silenzio e all’oblio, esiliato, imprigionato e perfino torturato e ucciso quegli scrittori che non hanno voluto piegarsi al loro volere. Oggi sono moltissimi gli scrittori e le scrittrici (e i giornalisti, e in generale coloro che lavorano con le parole) invisi ai regimi più ottusi, in Africa come in Asia o in Europa Orientale, e fare una lista sarebbe un lavoro lungo e in fondo vano, poiché domani sarebbe già vecchia. Esiste però un’organizzazione internazionale, ICORN, il cui nome è un acronimo di International Cities of Refuge Network (Rete internazionale delle città rifugio, grossomodo), che, come dice il nome, offre rifugio e protezione a tutti gli autori e gli artisti che vivono in situazioni di rischio, e lo fa in nome della libertà di espressione, dei valori democratici e della solidarietà internazionale. Sul sito di ICORN (www.icorn.org) si trovano, oltre ai luoghi che offrono ospitalità, anche centinaia di nomi e biografie di autori che godono o hanno goduto della protezione dell’organizzazione. Un’ora di navigazione su queste pagine aiuta anche a farsi un’idea della storia del mondo contemporaneo.

Ma attenzione: non sono soltanto dittature e monarchie a perseguitare i lavoratori della parola; accade anche nelle democrazie: questa è la novità che ha introdotto il Novecento e che ancora in questo XXI secolo non dà segni di cedimento. Prendo solo un caso, ma esemplare: la Turchia. È notizia di un paio di mesi fa che il premio Nobel Orhan Pamuk è indagato per “vilipendio nei confronti del Paese e della figura del presidente e fondatore della Turchia, Atatürk”. Che cosa è successo? È successo che l’ultimo romanzo di Pamuk, Le notti della peste, non ancora uscito in italiano, va a toccare uno dei temi più scottanti della storia turca: il genocidio del popolo armeno avvenuto a inizio Novecento. Secondo le accuse, nelle pagine del romanzo dedicate al massacro, lo scrittore fomenterebbe “odio interetnico e sentimenti d’inimicizia”, insomma parlerebbe male dei turchi. Già una dozzina d’anni fa, Pamuk era stato processato per aver detto e scritto che i turchi sarebbero i responsabili dell’olocausto degli armeni, e già allora lo scrittore aveva reagito invocando la libertà d’espressione.

Infine Aslı Erdoğan, scrittrice e giornalista che condivide con il premier turco soltanto il cognome, è stata arrestata nell’agosto del 2016 con l’accusa di “propaganda terroristica”: il mese prima era fallito un tentativo di colpo di Stato, che mirava a rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdoğan. Durante la campagna di repressione del governo, Aslı Erdoğan è stata arrestata insieme a una ventina di colleghi giornalisti che, come lei, da sempre fanno opposizione al governo. È rimasta in carcere fino al 29 dicembre dello stesso anno, quando le accuse contro di lei, poiché inconsistenti, sono cadute. Ma rischiava quasi dieci anni. Nel frattempo, in tutto il mondo occidentale, Italia compresa, ci si era mobilitati con iniziative pubbliche in favore suo e della libertà di parola e di pensiero.


[i] Un ukaz è un decreto.

(Crediti immagini: Wikimedia Commons e Wikimedia Commons)

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