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Quando muoiono i padri

Il mese scorso si sono spente due icone della critica letteraria italiana, Cesare Segre ed Ezio Raimondi. Basato su una continua e costante ricerca di conoscenza, il lavoro critico di Segre e Raimondi lascia alla cultura italiana una preziosissima eredità.
L’appello di un gigante All’inizio degli anni Novanta, Cesare Segre aveva pubblicato un libro giustamente famoso che si intitolava Notizie dalla crisi: tale crisi era quella che sembrava aver afferrato il suo campo d’azione e di pensiero, la critica letteraria. Dopo decenni di dominio intellettuale – tanto che, per alcuni, il Novecento è stato prima di ogni altra cosa «il secolo della critica» - il lavoro dei critici si scopriva all’improvviso incapace di continuare a mettere in scena quel grande racconto che era e deve essere l’interpretazione dei testi. Dopo la grande stagione dei Debenedetti, dei Terracini, delle Corti, dei Fortini, per non parlare dei mostri sacri stranieri come Bloom, Auerbach, Bachtin e gli strutturalisti, già vent’anni fa la critica letteraria sembrava essere diventata un’occupazione marginale, che pur continuando a parlare di libri non sapeva più parlare del mondo. A questa marginalità registrata da Segre, il grande filologo rispondeva rimboccandosi le maniche e proponendo, subito dentro le Notizie, una serie di saggi che provavano a rinnovare la sfida: rifletteva sul metodo e sui principi dell’analisi del testo e proponeva degli interventi su Gadda, l’ermeneutica, il comico, il corpo e la grammatica. Si trattava insomma di un appello accorato lanciato da un gigante: noi critici ci siamo, diceva Segre, e sappiamo ancora raccontare il mondo. Basta fare così.
Leggi un articolo di Cesare Segre sul declino della critica e sulla perdita di prestigio della letteratura. Ascolta un’intervista a Cesare Segre. 
Quando muoiono i padri Nel marzo di quest’anno Segre, malato da tempo, si è spento nella sua casa di Milano. Due giorni dopo di lui anche un altro maestro se n’è andato: Ezio Raimondi. Avevano, rispettivamente, 86 e 90 anni, ed erano i numi tutelari del pensiero critico italiano. Una volta, parlando di Tolstoj, il grande scrittore e drammaturgo russo Anton Čechov ebbe a dire: «Finché nella letteratura c’è un Tolstoj, è facile e piacevole essere scrittore. Persino il riconoscere che non hai fatto e non fai niente non è così terribile, poiché Tolstoj ha creato per tutti». Questo erano Segre e Raimondi: due intellettuali che avevano scritto per tutti e avevano indicato più volte la via, anche quando la strada maestra sembrava persa.  Segre, philologus in aeternum Allievo di Benvenuto Terracini, Segre era nato filologo e lo sarebbe sempre rimasto, dedicando molti anni allo studio dell’Orlando furioso e dell’opera ariostesca – vera e propria passione intellettuale coltivata per tutta la vita. Ma, benché si definisse philologus in aeternum, i suoi studi l’avevano spesso condotto lontano dalla filologia: era stato tra i primi in Italia a occuparsi di critica formale, avvicinandosi allo strutturalismo e alla semiotica.
Che cosa fa la semiotica? Scoprilo in questo video…  …e in un articolo del semiologo italiano più famoso, Umberto Eco.
Raimondi, l’ultimo umanista «Il libro allora diventa una creatura che hai sempre a fianco e che porta nella tua vita i suoi affetti, le sue ragioni a interpellare i tuoi affetti, le tue ragioni» diceva Raimondi, storico della letteratura e italianista. Diceva anche che la lettura è il processo attraverso il quale si incontrano due solitudini, quella del lettore e quella dell’autore: leggere è dunque trovarsi di fronte un’altra persona, magari scomparsa, e vedersela lì, per così dire nella sua nudità, e poterla conoscere a fondo. Solo leggendo si incontra davvero l’altro e si dialoga con lui.
Leggi un articolo di Ezio Raimondi sul dialogo tra le culture.
Nella sua continua ricerca nei temi dell’alterità e del dialogo, Raimondi è a volte “uscito” dalla critica letteraria pura e ha accolto i metodi, per esempio, dell’antropologia culturale. Seguendo questo fecondissimo percorso ha studiato anche i complessi e affascinanti rapporti tra letteratura e scienza, a cui ha dedicato un libro, Scienza e letteratura. La letteratura del Novecento è profondamente debitrice alla scienza: da Joyce a Musil, da Broch a Durrell, molti grandi scrittori sono stati influenzati, nelle loro opere, dalle scoperte scientifiche. Ma attenzione: non si tratta semplicemente di rintracciare temi e motivi scientifici nelle opere letterarie, quanto, invece, di individuare nel discorso scientifico e in quello letterario una base comune. È infatti nel linguaggio, nel modo in cui provano a comprendere e a descrivere il mondo che la scienza e la letteratura si incontrano e si completano. Lo spiega perfettamente Umberto Eco in Opera aperta: «(…)ogni forma artistica può benissimo essere vista, se non come sostituto della conoscenza, come metafora epistemologica: vale a dire che, in ogni secolo, il modo in cui le forme dell’arte si strutturano riflette – a guisa di similitudine, di metaforizzazione, appunto, risoluzione del concetto in figura – il modo in cui la scienza o comunque la cultura dell’epoca vedono la realtà».
Leggi qui una scheda sulla storia dell’antropologia culturale
Una modernità che viene da lontano Il lavoro critico di Segre e Raimondi era incentrato su una continua e costante ricerca della conoscenza: ogni materia o campo del sapere concorreva, nella loro concezione, a costruire una visione, a dare una forma al mondo – cosa che, in ultima analisi, era l’obiettivo fondamentale della loro ricerca. In questo, i due studiosi hanno dimostrato da subito la loro modernità. La scienza, la filosofia, la psicologia, l’antropologia, le scienze umane: se è vero che i libri parlano del mondo, allora ogni sapere può e deve intervenire nel lavoro di chi li interpreta e li analizza. È sufficiente avere un metodo che sia in grado di mettere insieme tutte le tessere del mosaico: per Segre era il mai abbandonato piglio filologico, per Raimondi era la sua visione storiografica del mondo letterario. Molto prima che fosse coniato il termine, dunque, Segre e Raimondi lavoravano già nell’alveo della multidisciplinarietà. La critica era e doveva essere prima di ogni altra cosa un metodo epistemologico: attraverso il suo esercizio, attraverso la lettura e l’interpretazione dei testi, si produceva pensiero. Come la filosofia – di cui si nutre – la critica è una disciplina che spiega il mondo, e lo fa a partire dalla traccia più duratura che gli uomini possono lasciare: la scrittura. Per tutto il Novecento, essa si è fatta interprete delle tensioni politiche, dei mutamenti del pensiero e delle visioni del futuro che le società, i libri e le correnti riflettevano. A un certo punto, sul finire del XX secolo, Segre ebbe la sensazione o la paura che la critica stesse smettendo di poggiare su queste basi: i libri non erano più al centro della vita culturale e molti critici, anziché immaginare architetture epistemologiche, si limitavano a scrivere recensioni e libri privi di grandi strutture. Così, da buon padre, richiamò tutti all’ordine. E oggi? Oggi, in Italia come altrove, manca un pensiero critico forte e strutturato: sono probabilmente gli anni Sessanta e Settanta l’ultimo momento in cui la critica ha prodotto dei risultati di eccellenza. Adesso sono rari i libri di critica scritti in modo organico e che sottintendono un’idea e un modello del mondo. Il lavoro dei critici consiste sempre più spesso nel produrre articoli e recensioni, e libri che sono raccolte di questi articoli e recensioni. Come lo stesso Segre aveva suggerito, probabilmente ciò è dovuto alla progressiva perdita di importanza dei libri nella nostra società: non sono più i romanzi o i poemi a creare il nostro immaginario, ma i videogiochi, i fumetti, le serie tv. Tuttavia, pur se minoritaria, la letteratura esiste e, a suo modo, resiste: chi si occupa di lei, oggi, rileva alcuni fenomeni in ascesa, come il rinnovato interesse, dopo anni di oblio, di un tipo di narrazione che ha molto a che fare con la biografia e l’autobiografia (spesso contraffatta, e allora si parla di autofiction); o come quella nuova declinazione di realismo che porta molti romanzieri contemporanei a scrivere romanzi “ibridi”, dove si prova a restituire la realtà basandosi su storie vere o parzialmente vere e su carte d’archivio e documenti.
Leggi un estratto di L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico nell’Italia contemporane di Raffaello Palumbo Mosca, dove si parla della narrativa contemporanea e del “ritorno alla realtà”.
 
raimondi (1)
MCM20027

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