Aula di Lettere

Aula di Lettere

Percorsi nel mondo umanistico

Sezioni
Accad(d)e che
Come te lo spiego
Interventi d'autore
Il passato ci parla
Sentieri di parole
Nuovo Cinema Paini
Storia di oggi
Le figure retoriche
Gli antichi e noi
Idee didattiche digitali
Le parole dei media
Come si parla
Dall'archivio
Tutti i temi del mese
Materie
Italiano
Lettere classiche
Storia e Geografia
Filosofia
Storia dell'arte
Scienze umane
Chi siamo
Cerca

Viaggiare fuori dall'ordinario: exempla selecta

Che cos'era il viaggio per gli antichi? Prima di tutto rito, percorso iniziatico, esperienza mistica. Da quello di Odisseo ai confini del mondo a quello di Orfeo nel regno dei morti, i viaggi più famosi del mondo classico.
Viaggiare per incontrare i morti Nell'antichità classica il viaggiatore per antonomasia è Odisseo, l'eroe dotato di metis, ovvero di quell'intelligenza pratica in grado di trovare soluzione ai problemi concreti dell'esistenza e delle sue vicende. Ma questa intelligenza non è puramente e semplicemente innata: è anche il frutto dell'esperienza, e tra le esperienze che più hanno insegnato a Odisseo si contano i viaggi. Giova richiamare Odissea I 1-3: «cantami, Musa, l'uomo versatile che davvero molto / viaggiò, poi che la sacra rocca di Troia distrusse, / e di molti uomini vide le città e la mente conobbe». In questi versi si condensano le caratteristiche (in fondo ontologiche) di Odisseo, riconducibili a poche parole chiave: viaggio, esperienza, conoscenza. Tra i viaggi di Odisseo, tutti fuori dall'ordinario, uno è più straordinario degli altri: quello che lo porta ai confini del mondo, presso la terra dei Cimmeri, dove regna una notte perenne, per incontrare le anime dei defunti. L'episodio (Od. XI) è comunemente definito nékyia, evocazione dei morti. Si tratta della trasposizione narrativa di una reale pratica necromantica, ossia di consultazione oracolare dei defunti (secondo modalità ben precise, analoghe a quelle compiute da Odisseo stesso).  Questo rito era variamente diffuso nel mondo antico e in area greca, dove è anche archeologicamente documentato. L'incontro con le anime dei defunti porta a Odisseo nuova conoscenza: perfetta, vera, assoluta. E se a lui serve, concretamente, solo quanto ha da dirgli Tiresia in merito alle sue future sorti, Odisseo non manca di ampliare i suoi orizzonti, arrivando, nei fatti, a conoscere la risposta al dubbio umano di sempre: la condizione esistenziale dell'individuo post mortem. Condizione per il vero assai misera: una parvenza di esistenza, tanto meschina da far dire ad Achille (Od. XI 489-491): «vorrei, pur di esser vivo in terra, andare a servizio da un altro, / da un uomo senza possedimenti, che non abbia abbondanza di mezzi, / più che esser signore di tutti i morti uccisi».
Qui trovi  foto e ubicazione del presunto luogo dell'evocazione dei morti da parte di Odisseo.
Variazioni sul tema: la discesa nell'Ade Nel caso di Odisseo è l'Ade che si muove a incontrarlo. Normalmente è vero il contrario: è l'uomo che va a incontrare Ade. Così sempre per i comuni mortali al termine dell'esistenza. Più raramente, in via eccezionale, capita che alcuni individui (eroi o semidei) da vivi discendano tra i morti. Così è per Orfeo, il cantore e il musico per eccellenza, la cui lira ha potere su esseri animati e inanimati: ancor vivo scende nel regno dei morti per tentare di sottrarre alla signoria degli dèi inferi l'amata Euridice (il racconto di Ovidio, nel libro X delle Metamorfosi, ne offre una versione toccante).
Aleksandr Golovin, "Orfeo ed Euridice", 1910 (immagine: Wikipedia)
E così è per Eracle: al di là, e forse meglio che l'impresa di Cerbero, il caso semiserio raccontato nell'Alcesti di Euripide è l'esempio più significativo. Se poi dal regno delle ombre valga la pena tornare, è altra questione.
Per una sinossi dei mitemi, con indicazione delle fonti, su Orfeo e Eracle, vedi rispettivamente qui e qui. Per approfondimenti e per il Nachleben del mito di Orfeo e Euridice: M. Di Simone, "Amore e morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo ed Euridice tra passato e presente", Firenze 2003.
Un viaggio fantastico: Luciano e le verae historiae Viaggiare con la fantasia in mondi inventati, per distrarre la mente dagli studi seri. Questo lo scopo dichiarato apertamente da Luciano di Samosata (II sec. d.C.) nel prologo del suo scritto intitolato Storie vere. Il proemio dell'opera, un capolavoro di sintesi e polemica storiografica, impone al lettore di non credere assolutamente a nulla di quanto lì scritto (I 4): «io scrivo dunque di cose che non ho visto né mi sono successe né ho appreso da altri, e per di più che in assoluto non esistono né possono venire ad essere. Chi ci si imbatte, pertanto, non deve in alcun modo prestarvi fede». E il viaggio ha inizio (I 5): oltre le Colonne d'Ercole, limite fisico sentito come invalicabile per un tempo lunghissimo (quello stesso limite da cui spicca il folle volo l'Ulisse dantesco, e che pochi, per lo più navigatori fenici, avevano superato nell'antichità). Oltre le Colonne d'Ercole, alla ricerca dei confini del mondo, mosso da curiosità e (ancora una volta come l'Ulisse di Dante) da voglia di conoscenza : «causa e obiettivo del mio viaggio furono la curiosità dell'intelletto, il desiderio di novità, e il voler conoscere (to boùlesthai mathein) quale sia il confine dell'oceano e quali popoli abitano al di là». Il viaggio di Luciano passa per avventure di ogni genere (come ogni viaggio di fantasia che si rispetti: basti ricordare che la sua nave viene sollevata da un tornado e sospinta sulla Luna, e, più avanti, tornata sulla terra, viene inghiottita da una balena); ma passa anche attraverso la letteratura, con incursioni nella polemica storico-letteraria del tempo. Emblematico l'incontro con Omero (II 2): in quella che è a tutti gli effetti un'intervista con l'autore, Luciano chiede lumi sui punti nodali della 'questione omerica' di allora: la patria e il nome di Omero, il problema dei versi atetizzati, il motivo dell'ira di Achille, quale dei due poemi avesse scritto per primo. Le risposte sono sorprendenti: non Omero, ma Tigrane di Babilonia, autore di tutti i versi noti, che aveva avviato l'Iliade dal motivo dell'ira perché così gli era venuto in mente, senza starci a riflettere, che aveva composto Iliade e Odissea in questa successione. E il colpo di scena finale: «Che non era cieco, cosa che di lui dicono, me ne ero accorto subito: lo vedevo, così che non c’era bisogno di chiedere».
 Una traduzione italiana del testo lucianeo è reperibile qui.
 Un viaggio sciamanico: la freccia di Abari Abari è uno di quei «profeti poeti e iniziati … leggendari e semi-leggendari che tradizioni di diversa età collocano agli albori della cultura greca» (L.E. Rossi). Personaggio curioso e poco noto, Abari è l’archetipo di uno sciamano: sapiente, guaritore, purificatore, sacerdote, sacrificatore, indovino e altro ancora (cfr. Giamblico, La vita di Pitagora, 19. 91-93). Proviene dall’Iperborea, regione che gli antichi storici (Erodoto in primis) collocavano in un estremo Nord dai contorni sfuggenti. Una caratteristica più di tutte stupisce: viaggia a cavallo di una freccia, spostandosi di luogo in luogo per portare guarigione, senza alcun bisogno di toccare cibo (cfr. Herodot. IV 36). Un modo di viaggiare, questo, che trova paralleli nelle tradizioni sciamaniche nordeuropee, e che richiama immediatamente i viaggi delle streghe a cavallo di una scopa, ormai parte integrante dell’immaginario collettivo. Ora anche in versione maschile: Harry Potter.
Una strega sulla scopa, in una rappresentazione polacca (immagine: Wikipedia)
Per approfondire la questione (controversa) dello sciamanesimo nella Grecia antica: E. Dodds, I Greci e l'irrazionale, Firenze 1973 (ed. or. Berkeley 1951), segnatamente il cap. V, Gli sciamani Greci e le origini del puritanesimo, pp. 159-209.
Orpheus_and_Euridice_by_A._Golovin_03
Orpheus_and_Euridice_by_A._Golovin_03
800px-PL_Gorzow_Czarownica
embarkation-of-ulysses-1646.jpg!HalfHD

Devi completare il CAPTCHA per poter pubblicare il tuo commento