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Immaginazioni del futuro

"Ogni uomo è un artista" è lo slogan che meglio simboleggia l'arte di Joseph Beuys, autore di un progetto artistico straordinario, le 7000 querce. Un'opera senza confini, globale, guidata da uno sguardo pionieristico sul futuro e sull'ambiente

Prologo

La prima volta che mi sono imbattuto nelle opere di Joseph Beuys è stato alla Staatsgalerie di Stoccarda. Entrai in una sala dove c’erano due Vetrine in vetro con la struttura di legno, lunghe e strette, all’interno delle quali erano allineate delle cose: pezzi di legno, cera, grasso, un coltello, barre di metallo, bronzo, lievito, zucchero, un pezzo di carta, del gesso… Rimasi freddo e perplesso di fronte a questo assemblage eterogeneo per me incomprensibile e manifestamente privo di un valore estetico in sé, anzi del tutto disinteressato ad averlo. In quel momento entrò nella sala un ragazzo con un fiore in un piccolo vaso di vetro e, dopo un breve conciliabolo con la severissima custode, lo depose sotto una delle due Vetrine, infrangendo – immaginai – svariate norme del regolamento del museo. Allontanatosi il ragazzo, mi avvicinai alla custode chiedendole cosa fosse successo e lei mi rispose, incredibilmente abbozzando un sorriso, che quel giorno era il compleanno di Beuys. Rimasi del tutto spiazzato, chi era quell’artista, perché era così amato anche, come scoprii, dopo la sua morte?  

Joseph Beuys

Nato a Kleve, in Renania Settentrionale – Vestfalia, il 12 maggio del 1921, Joseph Beuys è stato l’artista tedesco più importante del secondo dopoguerra e, insieme, il più controverso. I giudizi su di lui sono estremi, chi lo considera un genio, chi, al contrario, un ciarlatano. La stessa natura del suo agire artistico sembra favorire questa polarizzazione: le sue performance, anzi, in tedesco, le sue Aktionen, si sottraggono a ogni volontà interpretativa, cercano di bypassare i filtri razionali con cui normalmente leggiamo il mondo, per parlare al nucleo più intimo e profondo della nostra personalità, a quella zona prelogica e rituale, quasi magica che filogeneticamente sopravvive in ciascuno di noi. Di qui la definizione di “artista sciamano” con cui fin dagli inizi nei primi anni Sessanta viene designato Beuys.
Per vedere due delle più famose Azioni di Joseph Beuys, “Come si spiegano i quadri alla lepre morta” clicca qui e per “ I like Amerika and Amerika likes Me” clicca qui
In realtà il lavoro, tutto il lavoro, di Beuys è intriso della sua biografia e inscindibile da essa. Tutto comincia nell’inverno del 1943, quando venne abbattuto in Crimea il cacciabombardiere Stuka della Luftwaffe su cui Joseph Beuys e il suo compagno rientravano in Germania dopo una missione. Il compagno di Beuys morì e lui rimase gravemente ferito. Fu raccolto da un gruppo di Tartari nomadi che riuscirono a salvarlo medicandogli le ferite con il grasso animale, tenendolo al caldo con panni di feltro e nutrendolo con latte, ricotta e formaggio. Beuys non dimenticò mai questo episodio, grasso e feltro, il grasso che guarisce e il feltro che scalda, diventano due materiali fondamentali nel suo agire artistico. E Beuys porterà per tutta la vita un cappello di feltro, come icona salvifica. Insieme a essi, sono importanti ad esempio il rame che conduce l’energia, il miele che nutre, la batteria che si (ri)carica. Questo insieme di cose povere, a volte raccolte nelle sue Vetrine, diventano i segni del suo linguaggio. “Beuys, saggio nel suo ascetismo, esclude quei materiali che potrebbero avvincere lo spettatore in se stessi, per la loro bellezza” (Franz Joseph Van der Grinten). È il nesso con la sua biografia che rende questi oggetti qualcosa di diverso da loro stessi, che, utilizzando un concetto della riflessione teologica sull’eucarestia, li “transunstanzia” (Otto Mauer). Tutti concorrono nella creazione della “scultura Joseph Beuys”, fatta di Azioni, disegni, sculture, installazioni, discorsi, lezioni, parole (“la mia strada passava attraverso la parola” disse Beuys stesso in un’intervista del 1985). E fatta anche del suo impegno sociale e politico: il 20 maggio del 1964 Beuys fu contestato duramente da un gruppo di studenti di destra durante una sua Azione ad Aachen e, secondo le sue stesse parole, questo confronto aspro e pubblico innescò in lui “il processo di crescente consapevolezza della necessità di politicizzare le mie attitudini”. Nel 1961 Beuys fu nominato professore di scultura monumentale all’Accademia di Düsseldorf. Concepì fin dall’inizio il suo lavoro di docente al di là dei confini posti dall’Accademia e mise subito in atto il suo “concetto ampliato” dell’arte: questo modo di intendere il lavoro artistico avrebbe permesso di trasformare i concetti di educazione, diritto e economia, rendendo possibile quella “scultura sociale” che sola fonda la democrazia. La democrazia compiuta infatti può nascere solo dalla possibilità data a ogni cittadino di esprimere al meglio le proprie capacità e la propria creatività. “Jeder Mensch ist ein Künstler”, “ogni uomo è un artista” è uno slogan famosissimo di Beuys: ognuno di noi deve poter partecipare al meglio delle sue capacità, come artista in senso proprio ma anche come scienziato, ricercatore, politico, artigiano, professore…, alla costruzione attiva e partecipata della democrazia. In questa “missione” Beuys spese tutte le sue energie e tutto il suo carisma, riconosciuto anche da artisti molto diversi da lui: in un’intervista a Gerhard Richter del 1993, Hans Ulrich Obrist gli fa notare che Beuys è l’unico artista, insieme a Manet e a Ingres, che ha appeso nel suo studio. E Richter risponde: “Perché come persona continua ad affascinarmi più di chiunque altro; quella sua aura speciale è qualcosa nella quale non mi ero e non mi sono mai più imbattuto. Tutti gli altri sono molto più ordinari. Con Warhol e Lichtenstein mi basta un’occhiata; non hanno mai avuto la pericolosità di Beuys”. In questa visione complessa del ruolo dell’artista e della sua incidenza sociale, la consapevolezza dei problemi ambientali e la difesa della natura sono per Beuys temi centrali. Il suo lavoro in questo senso è seminale e la sua influenza carismatica fondamentale per la nascita del partito dei Verdi in Germania.  

7000 querce

Arrivando a Kassel, in Germania, dove ogni 5 anni ha luogo Documenta, la più importante mostra collettiva di arte contemporanea al mondo, si vedono di fronte al museo Fridericianum due querce, una leggermente più grande dell’altra. A fianco dei tronchi, due stele in basalto. La prima quercia fu piantata di Beuys il 19 giugno del 1982, il giorno dell’inaugurazione di Documenta 7. Fu il gesto iniziale delle 7000 Eichen (7000 querce), una delle Azioni ecologiche più famose e celebrate dell’artista. Nella piazza del Fridericianum c’era un’immensa montagna cuneiforme formata da 7000 stele di basalto. Il progetto di Beuys, il cui motto in quegli anni è “Rimboscare invece di amministrare”, era di piantare 7000 querce, ognuna accompagnata dalla sua stele di basalto, nella città di Kassel. Al costo di 500 marchi, inclusi i costi di trasporto e impianto, i cittadini potevano acquistare il loro pezzo della scultura sociale di Beuys, ognuno di loro poteva contribuire alla costruzione del futuro, traducendo in realtà il concetto beuysiano di “sovratemporalità”: l’artista stimava infatti che la vita di una quercia potesse arrivare fino a 800 anni. In realtà l’opera prese forma principalmente attraverso l’intervento di strutture pubbliche (molti spazi della città, da scuole a giardini d’infanzia a campi sportivi divennero oasi di verde) e di sponsor stranieri, in particolare giapponesi e americani. Beuys avrebbe voluto piantare la 7000esima quercia 5 anni dopo, il giorno dell’apertura di Documenta 8, ma la morte lo raggiunse prima, nell’aprile del 1986. Fu così suo figlio Wenzel, il 12 giugno del 1987, a piantare l’ultima quercia a fianco di quella piantata dal padre 5 anni prima. L’opera continuava a vivere, oltre il suo autore.
Per vedere sia immagine storiche del 1982 sia le querce oggi a Kassel: https://www.youtube.com/watch?v=CBgKsLgfxj8
 

Il futuro in atto

New York, West 22nd Street: qui ha sede la Dia Foundation, la fondazione americana che fu uno dei principali sponsor delle 7000 querce e che ha dato un nuovo spazio e un nuovo respiro al progetto di Beuys, che pensava l’intervento di Kassel come la prima parte di un progetto globale per rendere possibile una reale trasformazione sociale e ambientale. Nel 1988 fu piantato un primo gruppo di 5 differenti piante: gingko biloba, tiglio, pero “Chanticleer”, sicomoro e quercia. Nel 1996 Dia estese il progetto piantando 18 nuovi alberi, ognuno accompagnato dalla sua stele.  

Il futuro immaginato

Nel 1920 Paul Klee realizzò con inchiostro, gessi colorati e acquerelli un piccolo lavoro su carta (31,8 x 34,2 cm). Raffigurava un angelo, l’Angelus novus, come recitava il titolo. E certo Klee non poteva sapere che sarebbe diventata una delle immagini più famose del Novecento. Nel 1921, il saggista e critico letterario di origine ebraica Walter Benjamin vide l’angelo in una delle prime mostre dell’artista e lo acquistò. Ne diede poi una straordinaria lettura, nelle sue Tesi di filosofia della storia, l’ultimo testo completato prima del suo suicidio nel 1940 sul confine spagnolo, mentre cercava di sfuggire ai nazisti che avevano ormai occupato la Francia. Ecco l’immagine di Benjamin, nella traduzione di Sergio Solmi: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.” È una immaginazione del futuro di segno diametralmente opposto a quella di Beuys, intrisa com’è di una sconfinata e impotente tristezza. Eppure, chi lo sa, è bello pensare che fra qualche secolo, l’angelo vedrà, nella sua folle corsa, le 7000 querce nel pieno del loro rigoglio, la tempesta che lo spinge finalmente si placherà e sarà possibile per lui, per noi, avere pace, “ricomporre l’infranto”. Crediti immagini: Apertura: "Oak tree", di Udo Schröter, da flickr (Link) Box: Locandina di presentazione della tavola rotonda alla New School durante la prima visita di Joseph Beuys negli Stati Uniti, nel 1974 - Courtesy Ronald Feldman Fine Arts, New York, da Wikipedia (Link)
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