Elettri…città

Luigi Paini

Elettri…città. È un incontro felice, un sodalizio perenne quello fra il cinematografo e la metropoli. Il grande schermo riflette fin dalla sua nascita la frenesia delle strade, dei mezzi di trasporto, dei luoghi di divertimento; la macchina da presa si scapicolla sulle ripide pareti dei grattacieli, si intrufola nei sotterranei, si abbevera alle luci al neon che illuminano la notte. L’arte elettrica sposa quella parte di mondo che dall’elettricità trae la forza della sua vita, esattamente negli stessi anni. E allora ecco le tante “Sinfonie delle città” che nella gloriosa epoca del muto omaggiano Parigi, New York, Berlino, Vienna, Mosca. Il reale e il suo specchio, ora riprodotto fedelmente, ora deformato nelle immagini dei generi. Il noir, primo fra tutti, che privilegia le ombre, i tagli radenti dei riflettori, le apparizioni improvvise. Ma anche il comico, che trova nei ritmi frenetici del traffico uno dei suoi luoghi deputati: Harold Lloyd, Buster Keaton, Charlie Chaplin e tutti gli altri. Eroi metropolitani, cavalieri della risata, creatori del mito del cinema.

 

Wall-E, di Andrew Stanton (Usa 2008)

Per una volta partiamo dalla fine. La fine del mondo, per essere precisi. In un futuro imprecisato, la Terra è completamente sommersa dai rifiuti. Non c’è più traccia di vita, né animale né vegetale. L’umanità si è rifugiata da tempo su una gigantesca astronave, lasciando dietro di sé solo un immenso cumulo di spazzatura. Ma qualcosa, laggiù fra i detriti, si muove ancora. È un robot-spazzino, che continua imperterrito la sua opera, impilando ogni giorno montagne di rottami. Quando le batterie sono quasi scariche si mette per un po’ al sole, e la routine ricomincia. Fra i ricordi della civiltà che fu, gli è rimasto un vecchio nastro Vhs, ossessivamente riprodotto ogni sera prima di dormire, a mo’ di ninnananna: è un brano di un vecchio musical con Gene Kelly, “Hello, Dolly!”, il frammento di un’epoca felice, senza apparenti problemi. La città in cui opera Wall-E è agghiacciante: grattacieli abbandonati, autostrade deserte, e ovunque i resti di una civiltà che, secoli prima, si è autodistrutta. È una lunga, coinvolgente parte iniziale, capace di comunicarci in tutta la sua urgenza la dimensione del pericolo che incombe sulle nostre città, sempre più grandi, sempre più trafficate, e molte volte sempre più inquinate. Il film prosegue poi indicando una poetica via di fuga, con un robot-femmina (Eve, il nome non è certo un caso) in arrivo sulla Terra per scoprire se qualche forma di vita è riuscita a svilupparsi di nuovo. Intanto, lassù nell’astronave sospesa nello spazio, gli umani si sono inventati una nuova forma di schiavitù: la pigrizia, che li ha portati a uno stato di inedia apparentemente senza rimedio. Un’altra città, troppo perfetta e troppo programmata, un altro incubo distopico che solo l’animazione, forse, può rendere con tanta forza espressiva.

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Metropolis, di Fritz Lang (Germania 1927) 

I ricchi e potenti in alto, sugli svettanti grattacieli, inondati di luce; i poveri sotto terra, immersi nelle tenebre. La città del futuro immaginata nel lontano 1927 da Fritz Lang è quanto di più angosciante si possa immaginare. La divisione delle classi sociali è insanabile, il divario non solo tra i modi di vita, ma anche tra i luoghi stessi in cui si trascorre il proprio tempo, non può essere colmato. Eppure sono proprio quelle larve umane confinate nel sottosuolo a far andare avanti tutto con il loro lavoro che non conosce soste. Non ne sono coscienti, ma senza le infinite ore da loro trascorse schiavi delle macchine, ogni attività dei ricchi sarebbe bloccata. La visione della metropoli immaginata da Lang (che colloca il suo film nel 2026…) prende spunto dalle immagini di New York, ai suoi tempi la città più moderna e avanzata del mondo. Ai grattacieli che già allora la rendevano “futuribile”, il regista aggiunge autostrade sopraelevate percorse da un’infinità di veicoli, mentre attorno si spargono immensi fasci di luce. Abbacinante, affascinante, ma anche inquietante. E, soprattutto, capace di nascondere quella che è la sua intima realtà: quell’umanità dolente e invisibile, che si consuma giorno dopo giorno nel sottosuolo in un lavoro bestiale. Il film, considerato uno dei massimi capolavori dell’Espressionismo, trova in questa descrizione la sua forza visionaria più duratura. Ed è uno dei non molti titoli del periodo del muto che continua a essere riproposto (anche grazie alla scoperta recenti di ampie parti di pellicola considerate perdute). Fra le riedizioni più celebri va ricordata quella del 1984, con la coinvolgente colonna sonora scritta da Giorgio Moroder.

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Clicca qui per ascoltare un brano della colonna sonora del film, firmata dall’italiano Giorgio Moroder

Blade Runner, di Ridley Scott (Usa 1982)

Eccolo, il passaggio diretto da un capolavoro indiscusso del muto a uno di quei film che ci siamo abituati a chiamare “di culto”. La città futuribile di Metropolis, modellata su New York, diventa una Los Angeles altrettanto visionaria e inquietante, percorsa da veicoli volanti, eternamente immersa nel buio rischiarato solo dalle luci fredde dei neon, sotto una pioggia che non cessa mai. È ancora una volta la materializzazione di un incubo, la concretizzazione di tutte le paure che accompagnano il progresso tecnologico. Il film è del 1982, il mondo non è ancora digitalizzato, l’universo di Internet è di là da venire. Eppure la fantascienza d’autore sente i timori, svela l’angoscia verso l’ignoto, le dà forma. Quella città così ostile potrebbe essere il mondo del futuro che ci attende, a meno che non si cambi radicalmente rotta. Il tema specifico del film (e del romanzo Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick, da cui è tratto) è la caccia ai mutanti, esseri in tutto e per tutto simili agli umani ma in realtà privi (o presunti tali) di anima e di sentimenti. La città dovrebbe essere dunque solo lo sfondo della vicenda, che vede un detective “vecchia maniera” dare la caccia ai pericolosi “quasi-umani” ribelli. Eppure, nella memoria, resta soprattutto l’immagine di quella metropoli sovrappopolata, inquinata, invivibile. Molte città occidentali, da allora, hanno cambiato rotta, proponendosi come luoghi sempre più accoglienti per i turisti e per gli abitanti, scegliendo una decisa dimensione “verde”. Ma il discorso si presenta tale e quale, anzi sicuramente peggiorato, per gli informi agglomerati che costellano i Paesi di recente industrializzazione o in via di sviluppo. La “foto del futuro” di Scott resta, decisamente e malauguratamente, sempre anche troppo attuale.

Clicca qui per leggere un articolo di approfondimento (in inglese) sul film (dal blog io9.com)

 

Roma città aperta, di Roberto Rossellini (Italia 1945) e La dolce vita, di Federico Fellini (Italia 1960) 

Una città, due capolavori. Passano solo 15 anni, davvero un nulla!, tra il film di Rossellini e quello di Fellini, ed è come se il mondo si fosse letteralmente capovolto. Roma città aperta è il ritratto sanguinante, “in presa diretta”, di una comunità straziata dalla guerra. Macerie umane, soprattutto, ma anche desolazione e povertà ovunque, mercato nero, sopravvivenza quotidiana con tutti i mezzi possibili, anche quelli meno leciti. Sullo sfondo il traffico ridotto al minimo, il rimbombo degli scarponi dei soldati tedeschi, le notti piene di paura, il coprifuoco, il drammatico problema quotidiano della fame. Con uno dei suoi inarrivabili colpi di genio, Rossellini sceglie di far interpretare i due personaggi principali, destinati a una fine tragica, a due attori celebri, popolarissimi per le loro parti comiche: Anna Magnani e Aldo Fabrizi. E, cosa inaudita nel cinema precedente, li fa morire entrambi: la Magnani addirittura molto prima della fine, quando il pubblico si è letteralmente “innamorato” di lei; Fabrizi nello straziante pre-finale, mentre la sequenza conclusiva è dedicata ai suoi ragazzi che camminano verso la città, là in basso, che attende da loro la forza della ricostruzione.

Quindici anni dopo, e tutto è incredibilmente cambiato. La Roma della guerra, la Roma dei ladri di biciclette è come se non esistesse più. Nelle vie del centro di impazza “la dolce vita”, i paparazzi (Fellini crea anche il vocabolario) scorrazzano su via Veneto, alla ricerca esasperata dello scoop, della diva e del divo di turno arrivato nella Hollywood sul Tevere. C’è stata la catastrofe? E chi se la ricorda più… Ora la città è una luce sola, i caffè sono pieni fino alle ore piccole, la vita si consuma rincorrendo miti fragili, inconsistenti. Ma Roma abbacina, nessuno vuole pensare al Nulla che sta dietro queste luci. Solo Marcello, tra un festino e l’altro, tra una chiacchiera e una bevuta, tra un’altra notte insonne e un mattino sospeso nel vuoto,capisce che si sta costruendo sulla sabbia. Non bastano momenti sublimi come il bagno notturno della diva americana nella fontana di Trevi (la sequenza più famosa di tutta la storia del cinema?). La crisi è presente ovunque, il malessere del benessere avanza inesorabile. E Roma, dopo essere stata la città della speranza e della rinascita, ne è la testimone muta.

Clicca qui per vedere un video di commento a “Roma città aperta” con un’intervista all’attore Vito Annichiarico, che nel film interpreta il piccolo Marcello

Clicca qui per vedere la celebre scena di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne “La dolce vita”

Preferisco l’ascensore, di Fred G. Newmeyer e Sam Taylor, con Harold Lloyd (Usa 1923)

L’aria della città rende liberi. Partiti dalla fine, finiamo con l’inizio. Con la gioia contagiosa del cinema delle origini (sopra tutto e sopra tutti, quello americano). Ragazzi, è arrivato Harold in città! Giovanotto oltremodo imbranato, è partito dalla provincia in cerca della classica fortuna. Ha lasciato dietro di sé la sua ragazza, promettendole che presto, ricco e famoso, si rifarà vivo. Ma è dura più del previsto, in mezzo al traffico e ai grattacieli della metropoli. Harold lavoricchia, porta a casa appena il necessario per mangiare (quando gli va bene…) e alla ragazza rimasta al paesello non resta che scrivere un sacco di bugie. Finché pensa bene di arrivare anche lei, con il rischio che scopra in un attimo tutta l’amara verità. La sequenza clou di “Preferisco l’ascensore” è un compendio delle inarrivabili possibilità comiche del muto: Harold, per guadagnare mille dollari, si trova suo malgrado a dover scalare un altissimo palazzo. Sono lunghi minuti di folle divertimento, che culminano nella vertiginosa scena del protagonista appeso a un grande orologio, a diverse decine di metri d’altezza. Sotto la città roboante, là in alto il giovanotto (quasi) impavido in cerca di fortuna. E Hollywood, la città della leggerezza, dimostra ancora una volta la sua dote più caratteristica: il suo cinema vince la forza di gravità, diventando un infinito inno alla leggerezza.

Clicca qui per vedere una celebre scena di “Preferisco l’ascensore”

e clicca qui per leggere un articolo sulle tecniche di riprese della scena linkata in precedenza

Crediti immagini:

Apertura: screenshot da Preferisco l’ascensore (Wikipedia)
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Box: screenshot da Roma città aperta
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