Inseguire la velocità, viaggiando con lentezza

Michela Mariotti

Un phaselus sulla cresta dell’onda

Anche i Romani subivano il fascino della velocità. Il phaselus del carme 4 di Catullo, uno yacht dell’antichità in disarmo nel Lago di Garda (forse lo stesso mezzo impiegato dal poeta per il suo viaggio in Bitinia, oppure un modellino offerto ex voto) si vanta (è proprio l’agile vascello a parlare, secondo una convenzione dell’epigramma ellenistico) di essere stato «la più veloce delle navi»: nessuna imbarcazione fu mai capace di batterlo, sia che si trattasse di volare (v. 5) con i remi, sia con la vela. E possono testimoniarlo l’Adriatico, le acque delle Cicladi e dell’isola di Rodi, il selvaggio Mar di Marmara e il torvo Mar Nero (horridam … Traciam / Propontida trucemve Ponticum sinum, vv. 8-9), regioni da cui proviene il legname con cui il phaselus fu costruito per trasportare il suo padrone tot per inpotentia freta, «per tanti mari tempestosi». Legno selvaggio che sfida i pericoli del mare ad alta velocità.

 

Viaggiare a piedi, i trasferimenti degli eserciti

Nell’antichità navigare era sicuramente il modo più veloce di viaggiare: una nave poteva coprire una distanza di 60 miglia romane, pari a 140 km al giorno (1 miglio corrisponde infatti a 1.480 km), velocità “da brivido” se comparata alle 20 miglia (30 km) percorribili a piedi in una giornata di cammino (in condizioni di ottima viabilità e buona forma fisica del viaggiatore). Spostarsi via terra richiedeva infatti molto più tempo, e soltanto pochi privilegiati potevano permettersi un veicolo, un carro a due o quattro ruote, e un animale da soma (asino o mulo) per il trasporto dei bagagli. La massa si spostava a piedi, con la tunica alte praecincta, per avere gambe libere e movimenti più spediti, oppure non si spostava affatto.

A piedi si muovevano gli eserciti: in un giorno di marcia regolare, il cosiddetto iustum iter, soldati ben allenati percorrevano in media 24 miglia (36 km), mentre procedendo a marce forzate (magnis itineribus), ridotte al minimo le soste e le ore di sonno, potevano raggiungere le 40 miglia (60 km), un ritmo che non era, però, a lungo sostenibile.

 

Una corsa sul cocchio

I dispacci urgenti venivano consegnati a cavallo o con un agile cocchio a due ruote, il cisium (aperto nella parte frontale, a differenza del currus, chiuso davanti e impiegato nelle gare e nei trionfi).

Cicerone ricorda la prodigiosa corsa del messaggero che con un cisium percorse 56 miglia in dieci ore (decem horis nocturnis sex et quinquaginta milia passuum cisiis pervolavit) per mostrare a Tito Capitone, sporca di sangue fresco, l’arma che aveva ucciso il suo nemico Sesto Roscio (Pro Roscio Amerino 19). Meno di 5,6 miglia (poco più di 8 km) all’ora appaiono a Cicerone una velocità straordinaria (pervolavit).

 

Da Roma a Brindisi: l’iter Brundisinum di Orazio

Nella primavera del 37 a.C. Orazio accompagna Mecenate e Cocceio Nerva a Brindisi, in missione diplomatica presso Antonio. Ce ne conserva il diario di bordo la satira 5 del primo libro. A parte un breve tratto di navigazione fluviale (in corrispondenza delle paludi pontine), il viaggio si snoda lungo la via Appia, la regina viarum che collega Roma con Brindisi e il suo porto. A Sinuessa la comitiva è raggiunta da Virgilio, Plozio Tucca e Vario Rufo (gli amici cui Ottaviano affiderà l’edizione dell’Eneide dopo la morte di Virgilio). Nonostante l’idea di velocità impressa al racconto dal rapido susseguirsi delle tappe, e dei gustosi bozzetti che le caratterizzano, il viaggio, che certo avrà impiegato i migliori mezzi a disposizione, data la levatura sociale dei viaggiatori e l’importante fine della missione, non dura meno di otto giorni. Il convoglio è composto da raedae, carrozze a quattro ruote, più solide del cisium e adatte al trasporto di più persone: Orazio sottolinea la rapidità della corsa una volta superate le montagne dell’Apulia (hinc rapimur … raedis, v. 86). Al seguito dei più illustri viaggiatori, si muovevano anche vetture per i servi e animali da soma.

 

Sulla via Appia: l’uccisione di Clodio

La via Appia, a poca distanza da Roma, nel gennaio del 52 a.C. era stata teatro dello scontro tra la banda armata di Clodio e quella di Milone. Cicerone nell’orazione in difesa di Milone, accusato dell’omicidio di Clodio, rappresenta il suo difeso come un ignaro viaggiatore, a differenza di Clodio che si fa incontro all’avversario a cavallo, alla testa dei suoi e di un manipolo di schiavi armati. Chi sarà stato dunque a premeditare l’agguato? L’ironia dell’oratore dà vita a un gustoso, provocatorio gioco delle parti (Pro Milone 28):

Obviam fit ei Clodius, expeditus, in equo, nulla raeda, nullis impedimentis, nullis Graecis comitibus, ut solebat, sine uxore, quod numquam fere: cum hic insidiator, qui iter illud ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur in raeda, paenulatus, magno et impedito et muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu.

Gli si fa incontro Clodio, libero da ogni impaccio, a cavallo, senza carrozza, senza bagagli, senza il solito codazzo di Greci, senza moglie (cosa che non accadeva quasi mai): invece l’attentatore qui presente, che avrebbe architettato quel viaggio per compiere il delitto, se ne andava in carrozza con la moglie e in veste da viaggio, con un seguito nutrito e ingombrante, effeminato e leggiadro di ancelle e schiavetti! (trad. P. Fedeli)

Milone viaggia con un apparato simile a quello di Orazio nel suo iter Brundisinum: un apparato inconciliabile, sottolinea Cicerone, con il compimento di un agguato, ma inadatto anche, con buona pace di Orazio, a procedere con velocità.

 

Orbis: moderne simulazioni di viaggi nell’antichità

L’università di Stanford ha elaborato un modello geospaziale dell’impero romano, orbis, che permette di simulare un viaggio, calcolando distanze, durata e costi, lungo le principali vie della rete stradale romana, i fiumi navigabili e le rotte del Mediterraneo, del Mar Nero e delle coste atlantiche.

Secondo orbis, viaggiare da Roma a Brindisi lungo la via Appia, ripercorrendo le orme di Orazio, richiede nelle condizioni meteorologiche migliori, per una distanza di 539 km, 18 giorni di cammino a piedi, ma 8 giorni con una carrozza veloce. Invece, per navigare da Roma a Costantinopoli, ripercorrendo una delle rotte solcate dal phaselus catulliano, occorrono 21,3 giorni per una distanza di 2.724 km.

Insomma, la velocità percepita dagli antichi è per noi estrema lentezza.

Per simulare il tuo viaggio nell’antichità con orbis cliccando qui

 

 

Crediti immagini
Apertura: Via Appia Antica (Wikimedia Commons)
Box: Cisium (Wikimedia Commons)

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