La fine di Bisanzio: una narrazione a più voci

Ludovico Testa

La narrazione sembra internazionale,
transtorica, transculturale:
la vita stessa è narrazione
in quanto storia.
R. Barthes

 

La narrazione consiste nell’atto di raccontare una storia. Attraverso il racconto, il narratore gode di ampia libertà nel descrivere l’ambiente, definire i personaggi, costruire la trama, conferire insomma all’insieme un’impronta chiaramente soggettiva. Quando la narrazione ha per oggetto non una storia ma la storia, l’evento raccontato filtra attraverso le parole del narratore assumendo forma mutevole a seconda delle convinzioni, delle origini culturali, del carattere, della memoria del soggetto narrante. Rispetto allo storico, infatti, al narratore non è richiesto di conservare l’equilibrio dell’obiettività e di attenersi al rigore della ricerca. Sia che si tratti di un testimone diretto degli eventi, sia che ne riferisca lo svolgimento in modo indiretto, egli rappresenta un’angolatura, una prospettiva, una tra le tante tonalità che colorano il divenire della storia.

Non stupisce quindi che tra le narrazioni dello stesso evento si possano trovare descrizioni, interpretazioni, giudizi assai differenti, talvolta diametralmente opposti e tra loro tanto lontani quanto lontana è la distanza che separa il successo dal fallimento, la vittoria dalla sconfitta, la caduta dalla conquista. Tali testimonianze, analizzate complessivamente ciascuna nella propria parzialità, arricchiscono la dinamica di grandi e piccoli eventi contribuendo a moltiplicarne le sfaccettature e a proiettarli in una dimensione interculturale, dove narrazioni contrapposte, contrastanti, apparentemente inconciliabili, si trovano affiancate l’una all’altra nell’incedere corale della storia. Il loro apporto diventa allora tanto più prezioso, quanto più ci si trova davanti ad avvenimenti lontani nel tempo, limitati nella loro durata, ma epocali nelle loro conseguenze.

È questo senz’altro il caso delle numerose testimonianze che ci hanno raccontato la fine l’impero bizantino, uno dei massimi centri culturali del mondo, punto di riferimento per tutti i cristiani di fede ortodossa, snodo strategico dei traffici tra oriente e occidente e cuore di un impero millenario che, nato nell’età antica, aveva attraversato tutto il medioevo fino a raggiungere le soglie dell’età moderna. Così come per altri momenti della storia, le cronache, i resoconti e le reazioni che accompagnarono la fine di quel mondo costituiscono un esempio tangibile di quanto, nel conferire forme differenti al medesimo evento, la parola dei narratori possa essere allo stesso tempo di grande aiuto nell’offrire ai posteri, tassello a fianco a tassello, materiale utile alla costruzione di una memoria condivisa.

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L’evento

Alla fine del XIV secolo gli imperatori bizantini esercitavano la propria sovranità ormai solo sulla capitale, sulla Morea (Peloponneso centro-meridionale) e su qualche isola del mare Egeo. Costantinopoli, completamente circondata dai possedimenti turchi, era destinata nelle intenzioni dei sultani ottomani a diventare il centro principale, il punto di raccordo tra le provincie asiatiche e quelle europee dell’immenso impero.

Nell’aprile 1453 un numeroso esercito guidato dal sultano Mehmed II si radunò sotto le mura della capitale bizantina. Contro le difese della città furono puntate potenti bombarde, costruite con l’aiuto di tecnici occidentali e in grado di scagliare proiettili di un calibro sino ad allora mai visto. Ben presto la cinta muraria venne squarciata in più punti e nonostante gli assediati riuscissero a riparare le brecce durante la notte, i rapporti di forza erano troppo sfavorevoli per sperare in una vittoriosa resistenza. Per intere settimane i bizantini (aiutati da un contingente di sodati genovesi) si batterono con la forza della disperazione ma ai difensori non venne data alcuna tregua. Lo stesso imperatore Costantino XI Paleologo partecipò alla difesa, impegnandosi con ogni mezzo nell’infondere coraggio ai suoi guerrieri e combattendo con eroismo presso la porta di San Romano dove più infuriava la battaglia. Fu proprio alla porta di San Romano che la mattina del 29 maggio 1453 i turchi sferrarono l’attacco decisivo e riuscirono a penetrare nella città. Ogni tentativo di respingerli risultò vano e nell’ultima disperata battaglia lo stesso imperatore trovò la morte assieme a molti nobili del suo seguito. Nelle prime ore del pomeriggio, cessata ogni resistenza, Maometto II entrava solennemente a Costantinopoli e, raggiunta la grande cattedrale di Santa Sofia, ordinò che venisse celebrata la preghiera pomeridiana in onore di Allah.

 

 

La narrazione

Sin dal suo preambolo la “prospettiva turca” e la “prospettiva greca” colorano la narrazione della conquista\caduta di Costantinopoli con tonalità tra loro marcatamente differenti. Per lo storico turco Tursun Bey, testimone diretto degli eventi, “L’immagine della sposa novella, la conquista di Costantinopoli, era divenuta la compagna inseparabile delle notti del giovane pâdisháh[1] (…) Molti re e sultani dell’Islam avevano aspirato a quella giovane sposa e avevano riunito e armato grandi eserciti per espugnarla; ma nessuno era giunto sino ai piedi della fortezza. Si erano ritirati con dolore, feriti e disillusi. In verità Costantinopoli per la sua bellezza, era come una donna carezzevole con un neo sulla guancia posta nel bel mezzo dei paesi ottomani”[2]

L’ardore di conquista che anima il sultano pare trovare nelle parole di Tursun Bey fiabesca corrispondenza con lo struggente desiderio amoroso che tormenta i personaggi de Le Mille e una notte, mentre Costantinopoli prende le sembianze della bella e irraggiungibile principessa, avvezza a resistere agli assalti dei pretendenti ma pronta a cedere a chi mostri di possedere la determinazione necessaria alla conquista.

Se la presa di Bisanzio si prospetta dunque nel racconto di Tursun Bey come l’epilogo di una storia di desiderio e passione tra due amanti destinati a congiungersi, ben diversa è la descrizione offerta del bresciano Umbetino Piculo, anch’egli presente a Bisanzio al momento della caduta. Nelle parole del cronista italiano il desiderio amoroso del sultano si trasforma nella violenta eccitazione che conduce allo stupro, di fronte alla quale la capitale bizantina dismette i panni della “giovane sposa” per assumere l’effige della vittima predestinata e paralizzata dal terrore. “La vita crudele di Mehmed – afferma infatti l’autore – era improntata a questi principi: …abbandonarsi a qualunque scelleratezza con estrema ferocia, credere che nulla a lui sia vietato e che invece sia lecito tutto ciò che gli piace, ritenere onesta qualunque cosa senza distinguere da ciò che è turpe, considerare non vergognoso ciò che la natura proibisce anche ai bruti, nemico della giustizia, il suo animo non aveva alcun sentimento di pietà e di lealtà, ma era dedito all’inganno (…) Qualunque cosa gli venisse in mente, ardeva dal desiderio di attuarla, anche se fosse stata un’azione crudele, pensando di domare tutto con la spada (…) La città di Costantino, venuta a sapere delle intenzioni di Mehmed, si sente allora oppressa dalla paura; l’imperatore, il popolo e il suo consiglio cadono in preda ad un terribile sbigottimento”[3]

Nonostante la differente terminologia utilizzata per celebrare la conquista e lamentare la caduta, la narrazione dei vincitori e dei vinti trova quindi un punto di contatto nella descrizione del dell’entrata dei turchi a Bisanzio, delle devastazioni, dei saccheggi, e delle violenze compiute sulla popolazione, per poi separarsi nuovamente al momento culminante dell’entrata di Mehmed II nella cattedrale di Santa Sofia.

Secondo il racconto del legato pontificio Isidoro di Kiev “Appena fu loro possibile buttarono giù e fecero a pezzi nella chiesa che si chiama Santa Sofia e che ora è una moschea turca, tutte le statue, tutte le icone e le immagini di Cristo, dei santi e delle sante, compiendovi ogni sorta di nefandezza. (…) abbattute tutte le porte del santuario, ghermivano tutte le cose sacre e le sante reliquie e le gettavano via come cose spregevoli e abbiette. Preferisco passare sotto silenzio ciò che han fatto nei calici, nei vasi consacrati, sui drappi. (…) Calpestavano coi piedi gli Evangeli ed i libri delle chiese, abbattevano monumenti di marmo lucido e splendente, tutto facevano a pezzi”[4]

Assai più rispettoso e colmo di ammirazione è invece il comportamento dei conquistatori descritto ancora da Tursun Bey, secondo il quale “Mentre visitava le file di palazzi e le larghe strade, i mercati di quell’antica metropoli, di quella vasta fortezza, il pâdisháh provò il desiderio di ammirare la chiesa che porta il nome di Aya Sofia, un prodigio del paradiso (…) Nulla di simile esiste al mondo; bisogna confessare che nulla di simile fu mai costruito sulla terra. Ma come è inevitabile per tutto ciò che è stato creato, gli edifici che l’attorniavano sono caduti in rovina, così come sono ormai ridotti a rovine i palazzi invidiati di coloro cui il fato arrise un tempo (…) Il pâdisháh del mondo, dopo avere ammirato le opere d’arte e le statue meravigliose (…) giunse sulla sommità della cupola. Quando scorse i dintorni di questo poderoso edificio coperti di rovine e deserti, meditò sulla variabilità di questo mondo, il cui destino è quello di cadere in rovina”[5]

Sulla figura di Mehmet II leggi questo articolo

 

L’eco

Potente fu l’eco suscitato da questo evento, attorno al quale l’entusiasmo dei mussulmani si intrecciò alla costernazione dei cristiani nell’accompagnare la scomparsa di Costantinopoli e la nascita di Istanbul. “La notizia di questa conquista gloriosa – scriveva il poeta e letterato turco Tadji Beg – di questa grande impresa si diffuse in tutti i paesi del mondo. Gli amici del sultano ottomano ne esultarono e ne furono felici, i nemici della fede e dello stato ne rimasero stupefatti e schiacciati. La fama di questa lieta novella, l’annuncio della felice impresa per un verso lasciò nello stupore i paesi del mondo abitato e per l’altro scosse come un terremoto l’edificio dell’empietà e della discordia al punto che persino coloro la cui mente era ottenebrata dalla ribellione e dell’ostinatezza, temendo per le loro teste e la loro vita, si cinsero del legame dell’obbedienza e della sottomissione. L’aver portato a termine durante il suo regno un’azione così gloriosa, l’aver palesato in virtù tanto apprezzate, fece sì che la fama del sultano risuonasse in tutto il mondo”[6]

Se i commenti e le considerazioni espresse da Tadji Beg trovavano ampia condivisione in tutto il mondo islamico, ben altre furono le reazioni suscitate dall’evento nel mondo cristiano. Così scriveva infatti il 12 luglio 1453 Enea Silvio Piccolomini – vescovo di Siena, appassionato umanista e futuro pontefice – a papa Nicolò V poche settimane dopo l’ingresso dei turchi a Costantinopoli. “Ma che dire della notizia terribile or ora giunta su Costantinopoli? La mia mano, mentre scrivo, trema, l’animo mio inorridisce; lo sdegno non mi permette di tacere, il dolore non mi concede di parlare. Povera cristianità! Io mi vergogno di vivere: almeno fossi io morto per mia fortuna prima che ciò accadesse! L’Italia, la Germania, la Gallia e la Spagna sono in buona parte sane e salve, e purtroppo – che vergogna! – abbiamo permesso che l’illustre città di Costantinopoli cadesse preda dei turchi (…) La città che dopo Costantino aveva resistito per più di mille e cento anni e che non era mai potuta cadere in potere degli infedeli, è andata incontro ora, in quest’anno infausto, alla distruzione da parte dei turchi, gente quanto mai spregevole (…) Ahi, quanti nomi di grandi scrittori ora scompariranno? Questa è una seconda morte per Omero, un secondo trapasso per Platone: dove potremo ora ricercare le opere geniali dei filosofi e dei poeti greci? La fonte della poesia è scomparsa”[7]

 

L’eredità di Bisanzio

Fortunatamente le previsioni di Piccolomini si sarebbero rivelate solo in parte veritiere poiché, negli anni che precedettero la fine dell’Impero bizantino, molti letterati, filosofi e scienziati avevano avuto il tempo per rifugiarsi all’estero portando con se, insieme alle proprie conoscenze, importanti tesori della cultura classica. Questa emigrazione intellettuale scelse come destinazione privilegiata l’Italia, dove i germi del pensiero umanista stavano iniziando a dare i primi frutti. Il contributo della cultura greca all’Umanesimo occidentale fu notevole: un fiume di libri e manoscritti rari o inediti si riversò da una sponda all’altra del Mediterraneo; gli orizzonti culturali della società europea si ampliarono notevolmente grazie alla diffusione delle opere di Galeno, Archimede, Tolomeo, Platone sino ad allora poco conosciute o del tutto ignorate, che incrinarono l’unità della scienza aristotelica aprendo la strada a differenti interpretazioni della realtà. Fu in particolare il pensiero politico di Platone ad attirare l’attenzione degli umanisti in seguito alla diffusione in Italia de La Repubblica e de Le Leggi, di cui in occidente si ignorava l’esistenza. Filosofi e letterati bizantini come Gemisto Pletone, Emanuele Crisolora, Bessarione contribuirono ampiamente alla diffusione della cultura e della lingua greca in Occidente: nel 1479 a Firenze Marsilio Ficino teneva a battesimo quell’Accademia Platonica, che pochi anni prima lo stesso Pletone aveva proposto a Cosimo de’ Medici

Sull’eredità politica di Bisanzio leggi l’articolo 1453, qui comincia la sventura e l’articolo Siamo tutti orfani di Bisanzio

 

[1] Letteralmente “signore che protegge” il termine di origine persiana e sinonimo di dominatore, imperatore
[2] Agostino Pertusi (cur) La caduta di Costantinopoli. Le testimonianze dei contemporanei. Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1976, pp. 307 e 39-310
[3] Ibidem, pp. 201 e 203
[4] Ibidem pp. 77 e 79
[5] Ibidem pp. 328 e 330
[6] Agostino Pertusi (cur) La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo. Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1976, p. 279
[7] Ibidem p. 45 e 47

Crediti immagini
Apertura: Theofilos Chatzimichaìl, Theofilos Palaiologos, 1932 (Wikimedia Commons)
Box: Jean-Joseph Benjamin-Constant, Entrata di Maometto II a Costantinopoli, 1876 (Wikimedia Commons)

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