Mímesis, fingere, copia

Roberta Ioli

Fra eídolon mímesis

Nella tragedia dedicata alla bella Elena, il poeta Euripide propone una sorprendente variante del mito relativo all’adulterio e alla guerra di Troia: Greci e Troiani avrebbero combattuto per dieci sanguinosi anni non per Elena ma per un suo doppio, un suo eídolon, cioè una copia. La moglie di Menelao, in carne e ossa, si sarebbe trovata fin da subito, e per tutto il tempo della guerra, ospite di Proteo, re d’Egitto, salvando così il proprio onore e insieme smascherando la folle cecità degli uomini.

Il termine eídolon indica dunque la copia come presenza fantasmatica che ha la stessa consistenza e realtà dei sogni; eídolon è l’apparizione evanescente, l’immagine riprodotta in uno specchio d’acqua, o l’ombra dei morti che Odisseo incontra nella sua discesa all’Ade e che non può abbracciare, pallidi riflessi delle creature un tempo viventi. Tuttavia, il termine più frequentemente usato dai greci per indicare la copia è mímesis, “imitazione”, che insiste, più che sull’aspetto illusorio del doppio, su quello creativo e riproduttivo del fare artistico.

Per i greci l’artista è, per eccellenza, mimetés, “imitatore”, riproduttore, senza alcuno svilimento di questa funzione. È solo con Platone che l’essere imitatore finirà per coincidere con l’essere impostore o ciarlatano. Il filosofo condanna infatti l’arte in quanto copia della realtà, che a propria volta è copia del mondo ideale: con l’arte, dunque, ci muoveremmo a una doppia distanza dalla verità e dal sommo bene.

 

Copiare e fingere

La parola italiana “copia” deriva etimologicamente dal latino copia, “abbondanza”: la riproduzione di un modello è infatti un’operazione infinitamente replicabile. Il latino fingere, invece, indica il copiare dal vivo, ritraendo un viso, un corpo, un paesaggio attraverso il linguaggio delle arti plastiche, ma anche della letteratura.

Fingere è, principalmente, la pratica del modellare una statua, ma anche l’originaria attività degli dei che hanno creato il mondo. È interessante lo slittamento semantico della nostra lingua d’uso rispetto al latino: per noi fingere e finzione presuppongono un’alterazione della realtà, una sua contraffazione; per gli antichi si tratta invece della più fedele riproduzione dal vivo o della più perfetta opera di creazione. E a conferma della stretta relazione tra modello e copia, basti ricordare che exemplum (da cui il nostro “esempio”) ed exemplar sono per i latini sia copia, riproduzione di un ritratto o di un’opera letteraria, sia originale, modello paradigmatico da cui partire per una pratica imitativa.

Una riflessione sulla copia nel mondo antico comporta infatti un’indagine sul tema dell’imitazione, e non su quello dell’inganno falsificatorio. Se l’arte è sempre, in sé, imitazione, dunque copia, non esiste per l’estetica classica un’invenzione artistica che possa prescindere dal modello (la realtà sperimentata, sia pure attraverso l’immaginazione) e che non sia ispirata dalle Muse.

 

La poesia epica greca: la ripetizione dell’identico

Nella poesia epica, addirittura, la grandezza del cantore consiste nella ripetizione dell’identico, nella capacità di riprodurre fedelmente e memorizzare lunghe sequenze poetiche su cui applicare minime variazioni come sigillo riconoscibile della propria voce. L’originalità del poeta-cantore consiste semmai nell’abilità individuale di cucire i singoli canti tramandati, variandone la combinazione e la successione. Quando Esiodo, nell’incipit della Teogonia, ricorda la propria investitura poetica consacrata dalle Muse, a loro attribuisce la capacità di cantare il vero ma anche il falso che ha parvenza di vero, forse alludendo proprio all’arte che è sempre un inganno – per quanto benevolo – rispetto alla realtà. Alle Muse si affida l’antico poeta: a loro pertiene la conoscenza di ogni cosa, a lui spetta solamente la ripetizione di quell’originaria voce ispirante, non la capacità di discernere il vero dal falso.

 

L’arte moderna demonizza la copia

Propria dell’arte moderna è invece, rispetto all’antica, l’esaltazione quasi esclusiva dell’originale e la demonizzazione della copia come mera riproduzione. In realtà, quando non ci sia un intento fraudolento e la copia non venga spacciata per vera, essa può rappresentare una preziosa risorsa, soprattutto se proviene dalla mano dello stesso autore: può infatti superare in espressività e  perfezione formale l’originale e, insieme, denunciare se stessa come doppio, in quanto priva di quei pentimenti e quelle correzioni che tracciano la storia dell’originale e la sua genesi. Oppure la presenza di copie ricorrenti dello stesso tema può testimoniare, come nel caso dell’ultimo Tiziano, un percorso umanissimo e tormentato di ricerca su di sé e sulla propria capacità espressiva.

 

Ogni copia è un’opera d’arte

In altri contesti culturali il punto di vista si capovolge, e la copia non viene stigmatizzata né sentita come pericolosa, tanto più quanto più simile all’originale. Basti pensare alla tradizione iconografica del Cristianesimo ortodosso, in cui l’icona, riproducendo all’infinito la stessa immagine sacra, è di per sé esercizio di elevazione spirituale, e la ripetizione è espressione privilegiata della preghiera e della pratica rituale.

Nella sua scrittura iperbolica, Luis Borges immagina un autore contemporaneo, Pierre Memard, che affronta l’immane impresa di scrivere un nuovo Don Chisciotte, identico a quello di Cervantes “parola per parola, riga per riga”. Tuttavia la sua opera diventerà, per l’autore, Il Chisciotte, e non una copia del modello seicentesco. Il sublime paradosso di questa impresa, di cui rimarrebbero solo alcuni capitoli a testimonianza di una genesi complessa, conferma per Borges l’impossibilità di creare un doppio assoluto, una copia perfetta. Ogni copia è già in sé un’opera nuova, a partire dalla mano che l’ha scritta o dipinta, dall’ora del giorno o della notte che l’ha vista nascere, fino alle emozioni suscitate in un pubblico che sarà, inevitabilmente, sempre diverso e mai riducibile a quello originario.

Crediti immagini:

Apertura: Eustache Le Sueur, Clio, Euterpe e Talia, 1640 ca, olio su tela, Parigi, Museo del Louvre. Link

Box: Jacques-Louis David, L’amore di Elena e Paride, 1788, olio su tela, Parigi, Museo del Louvre.

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