3 novembre 2020: le elezioni negli Stati Uniti

Francesco Tuccari

Il 3 novembre 2020 i cittadini degli Stati Uniti si recheranno alle urne per eleggere il prossimo Presidente. Lo stesso giorno voteranno anche per rinnovare la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Si tratta dell’appuntamento elettorale più importante della politica statunitense, che tutto il mondo segue con estrema attenzione. I meccanismi che regolano questa triplice consultazione sono complessi. Per spiegarne le caratteristiche salienti è opportuno partire da qualche brevissimo cenno sulla struttura “federale” degli Stati Uniti. Solo così possiamo comprendere per che cosa si vota esattamente il prossimo 3 novembre.

 

L’Unione federale e gli Stati: per che cosa si vota il 3 novembre?

Gli Stati Uniti sono una “federazione” di 50 Stati, cui si aggiunge il District of Columbia (Washington), in cui hanno sede le istituzioni federali. Ognuno di questi Stati è dotato di una costituzione, di assemblee rappresentative, di un governo, di leggi, di tribunali e di apparati amministrativi indipendenti, che regolano la gran parte della vita dei loro cittadini. Al di sopra degli Stati, tuttavia, opera l’Unione federale che, entro certi limiti, può condizionare i loro affari interni ma che ha soprattutto competenze esclusive – e cioè sottratte agli Stati stessi – in materia di politica estera e di difesa, di politica commerciale e di politica monetaria. È su queste materie che si esercitano in primo luogo i poteri dell’Unione, la quale ha nel Presidente e nel Congresso, a sua volta diviso in una Camera dei Rappresentanti (che rappresenta la nazione) e in un Senato (che rappresenta gli Stati), le sue istituzioni fondamentali. È appunto per rinnovare queste due istituzioni “federali” – potentissime ma almeno relativamente distanti dalla vita quotidiana delle persone, che scorre prevalentemente all’interno degli Stati – che gli americani sono chiamati al voto il prossimo novembre.

 

L’Election Day

I mandati del Presidente, dei Rappresentanti e dei Senatori hanno durata diversa. Il Presidente è eletto ogni 4 anni. I Rappresentanti ogni 2. I Senatori ogni 6, ma con un parziale rinnovo del Senato (per un terzo) ogni 2 anni. Contestualmente alle elezioni presidenziali, dunque, si rinnova completamente la Camera dei Rappresentanti e parzialmente il Senato. Due anni più tardi, nelle cosiddette Mid Term Elections che cadono a metà del mandato presidenziale e che di fatto permettono agli americani di esprimere un giudizio sull’operato del Presidente, si svolgono nuovamente le elezioni per Camera dei Rappresentanti e per rinnovare un altro terzo del Senato. L’Election Day per eccellenza è tuttavia quello in cui gli americani eleggono anche e in primo luogo il Presidente. Dal 1845 esso cade, ogni 4 anni, “il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre”. Una formula curiosa, pensata allora – in una società ancora prevalentemente rurale – affinché gli elettori potessero recarsi a messa la domenica, mettersi in viaggio verso il seggio elettorale il lunedì e poi votare effettivamente il martedì, evitando al tempo stesso che la data del voto cadesse il 1° novembre, giorno festivo.

 

L’elezione del Presidente: i “grandi elettori”

Le elezioni del Presidente, della Camera dei Rappresentanti e del Senato sono regolate da meccanismi e da sistemi elettorali differenti.

Il Presidente uscente e candidato repubblicano Donald J. Trump (pixabay)

Particolarmente complessa, e soggetta significative incognite, è l’elezione presidenziale. Essa è preceduta da un estenuante processo di selezione dei candidati alla Presidenza che si svolge ovviamente all’interno dei singoli partiti e dura diversi mesi, con modalità differenti da Stato a Stato. Tale processo è regolato per lo più, ma non esclusivamente, dalle primarie (in alcuni casi riservate agli iscritti ai partiti, in altri casi aperte alla cittadinanza), che culminano, per ogni partito, in una convenzione nazionale nella quale si nomina il candidato presidente (la nomination), insieme al candidato alla vicepresidenza.

Dopo un’accesa campagna elettorale che vede confrontarsi i candidati presidenti dei partiti in corsa, si giunge finalmente all’elezione presidenziale vera e propria, la quale però si svolge attraverso l’intermediazione dei cosiddetti “grandi elettori” (electors). I cittadini americani, cioè, non eleggono direttamente il Presidente. Eleggono invece, nei loro Stati di appartenenza, dei “grandi elettori” (di regola membri e funzionari dei rispettivi partiti) i quali a loro volta, a distanza di alcune settimane (“il lunedì seguente al secondo mercoledì di dicembre”), eleggono il Presidente. Si tratta, insomma, di un’elezione indiretta, che si svolge dapprima attraverso un “voto popolare” (a novembre) e poi attraverso un “voto elettorale” (a dicembre).

L’ex vicepresidente e candidato democratico Joe Biden (foto in licenza Creative Commons di Gage Skindmore, flickr)

I grandi elettori sono in tutto 538. Il loro numero corrisponde alla somma dei Rappresentanti (435) e dei Senatori (100, due per ogni Stato) che siedono al Congresso, a cui si aggiungono ancora i tre Rappresentanti del District of Columbia (che, non essendo uno Stato, non ha Senatori). Essi sono assegnati ai vari Stati in proporzione al numero dei loro abitanti (anche se con una relativa sovra-rappresentazione a favore degli Stati meno popolosi), con una oscillazione che varia dai 3 grandi elettori di Stati come Montana e il Vermont ai 29 della Florida e dello Stato di New York, dai 38 del Texas ai 55 della California, che è lo Stato con il maggior numero di grandi elettori.

Gli effetti del “voto popolare” sono difficilmente calcolabili in anticipo, per il peculiare sistema elettorale che governa questa elezione e che applica la regola maggioritaria a livello statale. Il partito che ottiene anche un solo “voto popolare” in più in un singolo Stato conquista l’intera posta in gioco, si attribuisce cioè tutti i grandi elettori di quello Stato. È il cosiddetto sistema “Winner Takes All”, adottato da tutti gli Stati con l’eccezione del Nebraska e del Maine, dove sono in palio rispettivamente 5 e 4 electors che vengono assegnati con criteri proporzionali. È in virtù di questo sistema che risultano sempre molto importanti i cosiddetti Swing States, gli “Stati in bilico”, dove i candidati presidenti sono testa a testa nelle preferenze elettorali: un solo voto in più per l’uno o per l’altro può infatti “fruttare” un numero consistente di grandi elettori, che sono poi decisivi nella fase finale di tutto il processo.

Una volta eletti, i grandi elettori vanno a formare il “Collegio elettorale degli Stati Uniti”. Il giorno del “voto elettorale”, essi, senza riunirsi, si recano nella capitale dei loro Stati di appartenenza e votano il Presidente, almeno formalmente senza alcun vincolo di mandato. Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti elettorali (almeno 270 voti) diventa Presidente e assume la carica il successivo 20 gennaio.

Gli effetti distorsivi di questo sistema sono evidenti, e si sono manifestati più volte nella storia delle presidenziali americane. Da ultimo nel 2016, quando la candidata democratica Hillary Clinton, che pure aveva ottenuto ben 3 milioni di “voti popolari” in più del suo avversario Donald Trump, è risultata poi sconfitta nel “voto elettorale” con soli 227 voti a fronte dei 304 del candidato repubblicano.

 

L’elezione della Camera dei Rappresentati e del Senato

Nello stesso Election Day in cui votano i “grandi elettori”, i cittadini americani sono chiamati anche a eleggere, sempre Stato per Stato (più il District of Columbia), i 438 candidati che andranno a comporre la Camera dei Rappresentanti e i 33 Senatori che rinnoveranno per un terzo la composizione del Senato, formato complessivamente da 100 Senatori, due per ogni Stato.

In entrambi i casi l’elezione è diretta. L’elezione della Camera si svolge con il sistema maggioritario a turno unico (o “secco”) in collegi uninominali, in cui è cioè in palio un solo seggio da deputato. Il territorio dello Stato è suddiviso in tanti collegi quanti sono i posti in palio a livello statale e in ognuno di questi collegi vince il candidato che prende almeno un voto in più del suo competitor. Anche per il Senato vale la regola maggioritaria. L’unità territoriale di riferimento, però, è di nuovo lo Stato: vince cioè il candidato che a livello statale ottiene almeno un voto in più.

 

Le incognite dell’Election Day

È con questo articolato e complesso sistema che si voterà negli Stati Uniti il prossimo 3 novembre. In 11 Stati si voterà anche per i Parlamenti locali e i Governatori.

L’ex Presidente Barack Obama al voto nel 2012 (flickr)

È difficile prevedere quali risultati produrrà l’Election Day, non soltanto per ciò che riguarda l’elezione presidenziale (per la quale i sondaggi danno in vantaggio il candidato democratico Joe Biden), ma anche per il Congresso, che al momento vede in maggioranza i Democratici alla Camera e i Repubblicani al Senato. Le incognite sono molteplici, anche in relazione agli effetti devastanti che la pandemia ha prodotto nel paese. Si annunciano, inoltre, accese battaglie legali sugli esiti del “voto popolare”, che molti milioni di americani – proprio a causa della pandemia – hanno già espresso e continueranno a esprimere prima del 3 novembre attraverso il cosiddetto “voto postale”, che è ammesso (tra l’altro con modalità differenti) in 38 Stati su 50 e nel District of Columbia. Una modalità fieramente avversata dal presidente uscente Donald Trump. La partita è dunque aperta.

Crediti immagini: 
Banner: Andrea Widburg, flickr
Box: GPA Photo Archive, flickr

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