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Un genere che continua a morire, il romanzo

Andrea Tarabbia affronta i vari momenti di crisi del romanzo, genere letterario che riesce ogni volta a rivoluzionare sé stesso grazie a scrittori che apportano innovazioni sempre diverse, epoca dopo epoca.

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Ciclicamente il romanzo muore, o almeno questo è quello che si dice. Da quando è nato, alcuni secoli fa, il genere romanzesco ha vissuto periodi di splendore (gran parte del XIX secolo), di sperimentalismo e grande libertà creativa (la prima metà del XX secolo, ma tenete conto che sto facendo delle approssimazioni, perché anche questa, la nostra, è un’epoca di grande libertà creativa dentro i romanzi – ci torno tra un po’), ma, tra un periodo e l’altro, è entrato in crisi nera e infine è morto: vale a dire che è stato ritenuto incapace di raccontare il mondo, è sembrato insufficiente, ripetitivo, sfinito, superato da altre forme di narrazione (il cinema prima, la tv poi, internet infine).

Una delle prime volte che è morto, almeno se limitiamo il campo agli ultimi cent’anni, il romanzo si trovava in Russia, e la sua morte si portò dietro un po’ tutta la letteratura – la poesia, il teatro ecc. – perché tutta la letteratura non aveva più gli strumenti, si diceva, per raccontare il mondo: in un Paese, l’Unione sovietica, che, grazie alla Rivoluzione, stava realizzando sulla Terra il Sogno di un mondo migliore, a cosa poteva servire un’arte basata sulla finzione, sull’immaginazione, sulla creazione di mondi che non sono questo? Era questo il mondo che andava rappresentato, bisognava guardare alla realtà perché la realtà era straordinaria di per sé. Dunque alcuni autori, come il poeta Vladimir Majakovskij, e alcuni critici, come Osip Brik e Viktor Šklovskij, crearono il movimento Literatura fakta – letteralmente Letteratura del fatto, ma qualcuno lo chiama Movimento fattografico – dove la finzione veniva sostituita da uno sguardo nudo sui fatti della vita quotidiana. Nel fatto, nelle cose reali e concrete che accadono, sta il senso della nuova letteratura: dunque abbasso i romanzi e le poesie, generi invecchiati male, evviva il reportage, la biografia, il racconto dal vero. Il movimento durò tre anni: nel 1930, col suicidio di Majakovskij, che era stato un grande poeta e di cui rimangono molte opere, soprattutto quelle che fece prima e al di fuori di Literatura fakta, morì anche quest’idea d’avanguardia.

Poi il romanzo morì in ambito anglosassone. Che cosa si poteva scrivere ancora, dopo che nel 1939 il grande scrittore irlandese James Joyce aveva composto La veglia di Finnegan – capolavoro scritto in una lingua la cui base è l’inglese, ma che ne contiene decine, in un continuo gioco di segni e significati che include tutti i suoni che gli umani possono produrre, compresa la lallazione o i rumori che emettiamo quando sogniamo?

Ascoltatene un pezzo:

«Il prouts che colà inventerà una scrittura è in fine il poeta, ancor più erudito, che colà in principio rintrazziò la lettura. È questo il punto dell’escatologia che il nostrucido libro di chill sa raggangere in contrappante parole»
(in originale): «The prouts who will invent a writing there ultimately is the poeta, still more learned, who discovered the raiding there originally. That’s the point of eschatology our book of kills reaches for now in soandso many counterpoints words».

La veglia racconta la storia di un irlandese di nome Earwicker e della sua famiglia, che si intreccia con la storia della terra da cui tutti loro provengono, l’Irlanda: il punto è che questa storia è raccontata attraverso i sogni e alcuni momenti di veglia, più o meno cosciente, del protagonista. Joyce impiegò 17 anni a scrivere il romanzo, in cui la storia degli Earwicker è ovviamente poco più di un pretesto, e lo scopo è invece inventare letteralmente una lingua.

Ora, di nuovo: che cosa si poteva scrivere dopo che Joyce era andato oltre il linguaggio? Lo scrittore inglese Will Self, in un pezzo uscito alcuni anni fa sul quotidiano inglese The Guardian (qui c’è il link, ma è solo in inglese: https://www.theguardian.com/books/2014/may/02/will-self-novel-dead-literary-fiction), sostenne che, dopo quello che Joyce aveva fatto con il linguaggio, ogni romanzo era una sorta di zombie: vale a dire che La veglia aveva definitivamente ucciso ogni possibilità di inventare qualcosa di nuovo con la lingua.

Eppure, di nuovo, il romanzo non è morto, anzi: dopo il 1939 non solo sono stati scritti romanzi, ma sono stati scritti anche grandi romanzi. Self sostiene, in un certo senso a ragione, che nessuno di loro ha potuto andare oltre il punto dove l’arte della scrittura era stata spinta da Joyce, ma l’arte di narrare storie ha continuato a prosperare, nonostante le crisi e i ripensamenti. Perché? Una risposta è contenuta proprio nel pezzo di Self, che traduco al volo: «per il momento non c’è ancora qualcosa che sia in grado di sostituire appieno la lettura così come la conosciamo – vale a dire come la capacità che poche righe di testo hanno di farci immaginare interi mondi, la possibilità di immergersi profondamente nella psiche altrui che solo la lettura dà».
Non è mica poco. Però il problema rimane.

Perché il romanzo continua a morire? E soprattutto: arriverà il momento in cui la sua morte sarà definitiva e sarà definitivamente sostituito da un’altra forma di narrazione?
Molti proverebbero a dare una risposta analizzando le forme di narrazione che non sono il romanzo per vedere se, dove e quando possono batterlo. Io non lo farò, perché è un esercizio che è già stato fatto e che non ha mai dato grandi risultati (quelle forme particolari sono passate, il romanzo è rimasto). La prenderò da un altro lato, e sosterrò che il romanzo è sopravvissuto e sopravvive perché, a differenza di molte altre forme di narrazione, è quella più sfuggente, più aperta, più difficile da definire – e dunque quella più dura a morire.

Da qui alla fine di questo pezzo vi farò alcuni esempi di romanzi contemporanei la cui forma, o il cui linguaggio, sono talmente originali e inafferrabili che chiunque li voglia uccidere non vi riesce, per il semplice fatto che non riesce nemmeno ad acchiapparli.
E comincerò da una cosa che non è un romanzo nel senso vero e proprio del termine, anche se porta la dicitura romanzo sulla copertina: le Microfinzioni dello scrittore francese Régis Jauffret. Che cosa sono queste Microfinzioni? Sono, anzitutto, due libri, due volumi di mille pagine ciascuno. Il primo è del 2007, il secondo del 2018. Si tratta di un’opera che l’autore dichiara di aver scritto con l’intento di racchiudere «tutta la vita in un solo libro» - e non c’è impresa più romanzesca di questa, se è vero che, come lo definisce lo Zingarelli, un romanzo è «un componimento letterario in prosa di ampio respiro che narra le vicende di uno o più personaggi, che possono avere un qualche fondamento storico o essere del tutto inventate».
Solo che la forma attraverso cui questa vita è racchiusa non è quella della narrazione fluviale tipica del romanzo di mille pagine: ogni volume è invece composto da 500 racconti di due pagine, ciascuno dei quali ha un protagonista diverso, un tema diverso e sonda un diverso aspetto dell’animo umano. Quello che risulta alla fine di questa lunga, entusiasmante e a volte terribile lettura è un senso di pienezza, di epos si direbbe, che ricorda molto da vicino certe sensazioni provate mentre si leggono i grandi affreschi ottocenteschi.

Un ritratto di Jauffret e delle sue Microfinzioni: https://www.iltascabile.com/letterature/regis-jauffret-scrittore-sadico/

Da una narrazione frammentata, spaccata in mille pezzi, a un fiume in piena. È senza dubbio uno degli scrittori più grandi che ci sono in circolazione in questo inizio secolo, viene dall’Ungheria, ha un nome strano, László Krasznahorkai (ma non impronunciabile: sentite qui https://www.comesipronuncia.it/pronuncia/laszlo-krasznahorkai-12780), e ha scritto libri con titoli bizzarri come Satantango o Melancolia della resistenza, e che sono fatti di frasi lunghe, lunghissime, vorticose, piene di subordinate che creano, in chi legge, una sorta di stato ipnotico, un magma: sostiene Krasznahorkai che le frasi brevi siano un artificio, una costrizione e una gabbia, perché in realtà, quando parliamo o scriviamo, quando abbiamo da dire qualcosa che ci preme veramente, siamo un fiume in piena, non mettiamo punti, il nostro eloquio è tutto un fluire, un contraddirsi, un aprire parentesi.

E così è per l’ultimo, straordinario romanzo pubblicato in italiano, Herscht 07769: una storia cupa ambientata nella provincia tedesca, in una cittadina desolata in cui si è stabilita una banda di neonazisti. Gli abitanti sono spaventati, ma non Florian Herscht, un uomo ingenuo, convinto che la realtà stia per finire ma, allo stesso tempo, sicuro di poter instaurare un dialogo con questi neonazisti. Il romanzo è la sua storia, ma attenzione: si tratta di un’unica, infinita, meravigliosa frase di quasi 500 pagine, una frase che contiene tutto il mondo e lo racconta, rendendo la lettura un’impresa immersiva totale; nella seconda metà di questo romanzo, in città compaiono i lupi, e sono feroci, sono il segnale che il mondo sta davvero finendo, ma non solo: Krasznahorkai ha più volte detto che uno dei suoi obiettivi di scrittore è quello di arrivare a una narrazione priva di esseri umani, qualcosa che, forse, sarà vicino alle favole di Fedro e di Esopo e dunque sarà un tornare alle radici del raccontare storie, per le quali ovviamente lo scrittore ungherese dovrà inventare un nuovo linguaggio. Ecco, Herscht 07769 non è ancora quella narrazione radicale e definitiva che Krasznahorkai ha in mente e che chissà se riuscirà mai a fare, ma è qualcosa che gli si avvicina, perché a poco a poco, mentre si legge e ci si trova immersi in questo magma di virgole e di parole, ci si rende conto che gli animali, i lupi, hanno sempre più spazio e più importanza.

Insomma, per essere una cosa che continua a morire, mi pare che il romanzo abbia ancora molte cose da dire e molte rivoluzioni da fare: dall’infinitamente piccolo (ma con un respiro ampio, amplissimo) di Jauffret, all’infinitamente grande dell’interminabile Krasznahorkai, che sono ovviamente i due poli estremi dell’arte di narrar cose, se davvero il romanzo è una forma in crisi e in via di estinzione, mi sento di poter dire che, se morte sarà, non sarà domani.


Crediti immagine: Scultura di Anna Livia (da La veglia di Finnegan) di Éamonn O'Doherty, Croppies Memorial Park, Dublino, Irlanda (Wikimedia Commons; Wikimedia Commons)

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