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Krisis: dal giudizio alla scelta, dalla crisi al cambiamento

Il termine “crisi” deriva dal greco krisis, che significa “scelta”, “separazione”, “giudizio”. Alludeva infatti alla perizia con cui gli agricoltori separavano il grano dalle piante infestanti ma ha poi assunto diversi significati e sfumature, di cui ci parla Roberta Ioli, in ambiti come quello filosofico, storico, politico e scientifico.

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Per il filosofo Reinhardt Koselleck, crisi è termine dalla “polivocità metaforica” e, proprio in virtù della sua duttilità semantica, ben si presta a indicare la condizione di incertezza del nostro tempo. Secondo lo studioso, infatti, il concetto di crisi, utilizzato a fine Settecento per alludere ai processi rivoluzionari in atto soprattutto nella storia francese, è diventato un tratto distintivo della modernità. Nel linguaggio comune attuale, crisi ha accezione negativa: segnala il rapido peggioramento di una condizione personale (come nel caso di una malattia), o di una fase storica suscettibile di sviluppi più o meno gravi. Annuncia, in generale, un futuro incerto e preoccupante.

Non così nell’etimologia del termine derivante dal greco krisis (κρίσις) che significa scelta, separazione, giudizio”; a sua volta, il sostantivo krisis deriva dal verbo krinein, “scegliere”, “giudicare”. Se il termine, in origine, alludeva alla perizia con cui gli agricoltori separavano il grano dalle piante infestanti per assicurarsi un buon raccolto, esso è poi diventato specifico del lessico giuridico, in riferimento al processo vero e proprio e al suo svolgimento in tribunale. In Platone (Leggi 856c4), per esempio, krisis ricorre per indicare il processo a cui è sottoposto un imputato accusato – nel caso specifico – di aver tramato contro l’ordine costituito. Sempre in ambito tecnico-giuridico, tra le numerose occorrenze del termine si può ricordare un passo di Senofonte (Anabasi I 6.5) in cui krisis allude sia al processo in sé (nel caso in questione, il nobile Oronta è accusato di alto tradimento) sia al giudizio di condanna, a seguito di una scrupolosa valutazione delle circostanze e delle prove a carico dell’imputato.

In ambito filosofico, krisis è la facoltà del retto giudizio. Non molto lontano da questa sfumatura originaria è l’uso che Kant farà del termine Kritik (stessa radice di krinein) nel titolo delle sue tre Critiche, alludendo all’analisi e alla valutazione delle condizioni di possibilità della conoscenza, dell’etica e del giudizio estetico. Nel mondo greco, già in Parmenide il termine indica la capacità di analizzare accuratamente la realtà, sceverando l’essere dal non essere: la Dea, introdotta nel Proemio del trattato parmenideo, esorta infatti il giovane iniziato a «giudicare con la ragione» (κρῖναι δὲ λόγωι, 28 B 7.5 DK), cioè a separare per mezzo del logos la via della verità dal sentiero ingannevole dell’opinione, a cui gli esseri umani preferiscono affidarsi. I mortali confondono le due vie di ricerca tracciate dalla Dea, sostenendo che essere e non essere sono e insieme non sono la medesima cosa, e vengono pertanto definiti ἄκριτα (aggettivo costruito con alfa privativo), cioè incapaci di krisis, di discernimento tra i due opposti (si vedano i frammenti 28 B 6.14 e B 8.15 DK). Anche in Aristotele krisis è la facoltà di «decidere intorno alla verità» (Metaph. 1063a13): prendendo a modello ciò che non muta, come i corpi celesti, Aristotele invita a non farsi ingannare formando un giudizio che parta da realtà sempre mutevoli, come avviene nel caso delle percezioni: se lo stesso fenomeno appare diverso a diversi percipienti, ciò non implica che siano tutti nel giusto; semmai, è necessario operare una distinzione tra ciò che è ingannevole nella sua mutevolezza e ciò che è immutabile, e può dunque valere come saldo criterio di conoscenza.

Krisis è, dunque, il fondamento razionale di un processo valutativo essenziale per giungere alla verità, soprattutto nel caso dell’indagine condotta dalla scienza (in particolare la medicina antica) o dalla storia (come in Tucidide). Nella sezione metodologica della sua opera, Tucidide dice di aver appurato gli eventi del passato attraverso le proprie ricerche condotte nel modo più accurato possibile. Il suo obiettivo non è rendere piacevole all’ascolto i fatti narrati, ma restituire la verità o avvicinarsi a essa attraverso un resoconto attendibile, a differenza di quanto avviene alla maggior parte degli esseri umani, che «preferisce rivolgersi a versioni già pronte dei fatti» (Hist. I 20.3). Il lavoro di ricerca ha nella krisis il suo momento costitutivo: da un lato lo storico valuta le fonti, privilegiando le testimonianze dirette e appurandone con scrupolo la affidabilità; dall’altro è ben consapevole che, come nel caso della medicina, la sua ricerca si basa sul vaglio delle prove (τεκμήρια) e sulla lettura dei segni (σημεῖα). L’attenta disamina di questo materiale avviene «con fatica» (ἐπιπόνως, I 22.3), sia perché i testimoni diretti riportano versioni contrastanti tra le quali lo storico deve operare una scelta, sia perché gli stessi testimoni tendono a cadere in un’illusione prospettica: da fine conoscitore dell’animo umano, Tucidide sa che gli uomini dapprima giudicano positivamente (κρίνειν) gli eventi a cui hanno partecipato considerandoli i più rilevanti del proprio tempo, poi – a posteriori – li trascurano, preferendo esaltare il passato più remoto.

Da questo punto di vista, il lavoro dello storico è assimilabile a quello del medico che anticipa, attraverso l’indagine sui sintomi, l’esito della malattia, prevedendo la guarigione o la morte. Sia nel Prognostico sia nelle Epidemie, trattati di medicina antica tramandati all’interno del Corpus Hippocraticum, krisis e termini derivati ricorrono in due accezioni principali: da una parte indicano i giorni critici o i segni critici (τά κρίσιμα, τά κρίνοντα), ovvero l’insieme significativo dei segni da valutare sia diacronicamente, nel loro manifestarsi in diverse zone del corpo, sia sincronicamente, cioè in diversi momenti nel corso delle settimane, per predire l’esito della malattia; d’altra parte, krisis è il processo, guidato dall’esperienza, di lettura e discernimento di sintomi che, nella fase prognostica, vengono valutati come fausti o infausti. Ciò che è oscuro e illeggibile ai più viene illuminato dalla competenza del bravo medico che, evitando il rischio di un approccio «interamente disordinato, irregolare o acritico» (πάνυ ἀτάκτως καὶ πεπλανημένως, καὶ ἀκρίτως, Epidemie I 2.4.80), sa riconoscere nei sintomi il segno della malattia o, viceversa, della forza vitale che assicurerà la guarigione.

Nella sua accezione positiva, dunque, crisi ha a che fare con l’analisi, la messa in discussione di una situazione contingente e, infine, il superamento di paradigmi interpretativi usurati o insoddisfacenti. La crisi può essere allora una formidabile opportunità per sciogliere il nodo problematico di un contesto (socioeconomico, politico, culturale o sanitario) compromesso, trasformando lo stallo in forza propulsiva, sempre a partire da un esercizio consapevole della razionalità e da un’accurata analisi del presente: tale discernimento chiede competenza, attenzione e cura.


Crediti immagine: La peste di Atene, Michiel Sweerts 1652-1654 circa (Wikimedia Commons)

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