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L'appetito vien guardando

Nuovo appuntamento con la rubrica di cinema di Luigi Paini che propone una rassegna di film in cui attraverso il cibo registi e sceneggiatori mettono in scena riscatto, ritrovata felicità e senso di liberazione
Chi non mangia è perduto? Un bimbetto ignaro di passare alla storia si pappa beato la sua minestrina in uno dei primissimi “filmini” dei fratelli Lumière (Le repas d’un bébé), proprio uno di quelli che inaugurano, nel dicembre del 1895, il nuovo fenomeno chiamato “cinematografo”. Un gesto banale, una scena così quotidiana che più quotidiana non si può si imprime sulla pellicola, viene proiettata in ogni parte del mondo, fissa l’istante, trasforma la nozione di tempo. Da allora il cinema ha tematizzato infinite altre volte il rito del cibo, il momento conviviale (e spesso conflittuale: si pensi ai pranzi di Amarcord) di colazione-pasto-merenda-cena. Fino a porlo al suo centro in un’opera volutamente disturbante e oscena, ovviamente improponibile in ambito scolastico: La grande abbuffata di Marco Ferreri, che nel lontano 1973 disegna una metafora agghiacciante della nostra società, tanto ricca e opulenta quanto radicalmente vuota di senso. Qui il cibo deborda, si fa ossessione continua, pulsione di morte. Estremi d’autore, che trovano il controcanto in opere leggere, commedie imperniate sul cibo come occasione di liberazione, riscatto, felicità. Ovvero: mangia che ti passa…. The scarecrow (Lo spaventapasseri), di Buster Keaton e Edward F.Cline (Usa 1920) Tempi moderni, di Charlie Chaplin (Usa 1936) Quando ancora non c’era il fast food… Charlot e Buster Keaton se lo inventano! Nei Tempi moderni del Novecento, l’omino con il bastone si trova a lavorare in una fabbrica futuristica, automatizzata, dove gli operai vengono addirittura spiati da un complesso sistema di telecamere e megaschermi. Film icona, le cui immagini sono entrate in tutte le possibili antologie, rischiando la banalizzazione. Eppure film che ci può ancora dire molte cose, ad esempio proprio sul cibo. Uno delle sequenze più efficaci, infatti, è quella del pasto di Charlot, scelto per sperimentare una nuova macchina capace di far ingurgitare il cibo senza perdite di tempo. Si ride e, allo stesso tempo, si sente montare una sottile angoscia: quando la macchina si inceppa, quando Charlot viene sballottato, spruzzato, spalmato è come se, al suo posto, ci fossimo noi. Il cibo, la parentesi di tranquillità che di solito accompagna la sua assunzione, si fa momento di ulteriore soffocamento della personalità, mostrando in pieno il carattere alienante della vita regolata dal cronometro in ogni sua particella di tempo. Sublimi “distruttori” e “destrutturatori” della meccanicità sono in generale tutti i maggiori protagonisti del cinema muto. Fra di loro, inarrivabile è Buster Keaton. Basta vedere i minuti iniziali di The scarecrow (Lo spaventapasseri), funambolico cortometraggio realizzato addirittura nel 1920: la sala da pranzo di Buster è un giocattolo ad orologeria, con i due commensali che prendono e si scambiano sale e pepe da fili che pendono dal soffitto, mentre il burro “viaggia” su una sorta di trenino e le bottiglie vengono lanciate con millimetrica precisione. E alla fine tutto viene riciclato: gli avanzi passano ai porcelli, mentre mamma anatra con i suoi anatroccoli sguazza nell’acqua reflua del secchiaio. Nulla si spreca, né il cibo né il tempo: vedere e rivedere la sequenza può insegnare molto sul rapporto tra comicità e gestione al millesimo di secondo dei tempi per ottenere l’immancabile risata del pubblico.
Clicca qui per vedere The scarecrow, il film di Buster Keaton Clicca qui per leggere la voce su Tempi Moderni sulla Treccani
Miseria e nobiltà, di Mario Mattoli (Italia 1954) Non c’è Pulcinella, ma è presente, dall’inizio alla fine, il tormentone numero uno della più popolare maschera napoletana: la fame! La commedia di Scarpetta ruota interamente attorno all’atavica mancanza di cibo, al suo desiderio spasmodico: la miseria è una tavola vuota, la nobiltà un desco ricco di ogni ben di Dio. L’impianto del film è strettamente teatrale, tanto che all’inizio vediamo alcuni spettatori seduti in un palco, in attesa che si alzi il sipario. “Entriamo” letteralmente in palcoscenico, ci aggiriamo tra scenografie chiaramente ricostruite e dipinte. Eppure, bastano poche battute per cominciare ad assaporare la vita vera del popolo, le diuturne diatribe dei poveri disgraziati costretti dalla povertà a convivere sotto lo stesso tetto. Tutti, dal primo all’ultimo (sempre con Totò in pole position, non ci possono essere dubbi) guidati nelle loro azioni da un unico imperativo categorico: trovare il modo di procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti. Nella prima parte le due scene clou, diventate giustamente tra le più celebri di tutto il cinema italiano, sono quelle del “cappotto di Napoleone” e della pantagruelica mangiata di spaghetti ballando la tarantella. E nella seconda parte, quando i poveri si travestono da nobili ed entrano nella casa del ricco parvenu, ecco di nuovo affacciarsi il motivo del cibo. Finalmente si mangia, anzi ci si strafoga, senza più badare alla forma. Miseria e nobiltà gioca con gli stereotipi, ammicca, si fa beffe di tutto. Ma allo stesso tempo non prende in giro i poveri, non li mette alla berlina: anzi, fa di loro dei simpatici poveri cristi, dei meschinelli in grado di sopravvivere con ogni mezzo. Con il miraggio eterno delle salsicce, del vino di Gragnano, degli spaghetti al pomodoro e di un minimo di serenità famigliare.
Clicca qui per vedere uno spezzone del film Clicca qui per leggere un articolo su Totò tratto dal sito "Parole in fuga" che ripropone un articolo uscito sulla Rivista Orizzonti  Clicca qui per vedere un sito dedicato a Totò
Il pranzo di Babette, di Gabriel Axel (Danimarca 1987) Mamma mia, che musi lunghi… Lo sperduto villaggio danese in cui si svolge la vicenda, nella seconda metà dell’800, è abitato da persone che hanno del tutto perduto il dono del sorriso. Non si vive, si sopravvive tra il freddo, l’umidità e la nebbia, sotto gli occhi severissimi di un Dio che non ammette sgarri. È il duro mondo del Nord, in cui piomba come un angelo dal cielo una donna in arrivo dalla lontana Parigi. La capitale francese è appena stata scossa dai moti rivoluzionari del 1871, la repressione è stata terribili, con decine di migliaia di morti e deportati. Babette vi ha perso il figlio e il marito, e nella sua fuga senza fine si è ritrovata nella remota Danimarca. Chiede e riceve asilo presso due anziane sorelle, anche loro come tutti gli altri concittadini timorose di Dio e chiuse in un muto riserbo. Impossibile scaldare quei cuori, si direbbe. Ma – eccolo il consueto “ma” che accende l’interesse delle storie, di ogni storia – non hanno ancora fatto i conti con l’abilità in cucina di Babette. A Parigi, la donna era un’abilissima cuoca, qualità che ora tiene nascosta. Fino a quando, anni dopo, non le arriva la notizia di una consistente vincita alla lotteria. Con quei soldi preparerà una cena superlativa, capace di risvegliare la voglia di vivere, anche in quei vecchi musoni. Il buon cibo, l’abilità nel prepararlo, la gioiosa capacità di presentarlo in modo superbo. La letteratura suggerisce (il film è tratto dal bellissimo racconto omonimo di Karen Blixen), il cinema, quando è buon cinema, mostra. E la tavola imbandita si allunga davanti ai nostri occhi, invitandoci alla festa, assolutamente non peccaminosa, dei sensi trionfanti. Una curiosità: Il pranzo di Babette è il film preferito di Papa Francesco.
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Chocolat, di Lasse Hallstrom (Gran Bretagna – Usa 2000) Lo schema si ripete: nel paesello tristanzuolo arriva una fata in grado di preparare deliziosi manicaretti. E tutti diventano, finalmente!, felici e contenti. Non più la cupa Danimarca di fine '800, ma un delizioso villaggio della Borgogna negli anni 50 del secolo scorso. La natura è deliziosa, il clima non particolarmente cattivo, le case perlopiù deliziose. Eppure, anche qui come nel profondo Nord del film di Axel, le persone sono tutt’altro che felici. Anzi, manca del tutto la gioia di vivere, incatenata da una concezione bigotta delle pratiche religiose. Il sindaco vorrebbe che tutto rimanesse sempre uguale, il parroco figuriamoci. Che scandalo, dunque, quando la donna venuta da altrove affitta un negozietto e vi apre, addirittura, una cioccolateria. E non è tutto: lo fa proprio durante la Quaresima, ovvero nel momento sicuramente meno opportuno dell’anno. Ma, come con Babette, il “ma” si presenta allorché le signore del paese iniziano ad assaggiare i cioccolatini, specie quelli al peperoncino… Non un’unica cena che risveglia i sensi, dunque, ma un cibo particolare, il “cibo degli dei” che ha nome cioccolato, in tutte le sue possibili variazioni, con tutte le possibili combinazioni di sapore. Per la bella cioccolataia è un vero e proprio trionfo, la tristezza lascia al posto alla gioia, l’intolleranza all’apertura mentale. Forse per un po’ di cioccolato, anche se eccelso, è un po’ troppo. Ma, questa volta il “ma” lo mettiamo noi, dietro il film non c’è, questa volta, un racconto di Karen Blixen.
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Piovono polpette, di Phil Lord e Chris Miller (Usa 2009)
Il cielo si fa sempre più scuro, fulmini e saette, vento impetuoso: si salvi chi può, è in arrivo un formidabile uragano. Solo che quelle nuvole nere nere non lasciano cadere pioggia o grandine: sulla testa dei poveri abitanti dell’isola sperduta in cui è ambientata la folle storia arrivano polpette, in quantità smisurata, a velocità supersonica. Come è potuta accadere una cosa talmente assurda da risultare straniante pure nel folle mondo dei disegni animati dove, per definizione, tutto è possibile? Ovviamente alla radice della vicenda c’è un inventore genialoide e pazzariello che, stanco di mangiare sempre e solo sardine ha messo a punto una macchina in grado di trasformare l’acqua in cibo. Idea rivoluzionaria (ah, se fosse attuabile nel mondo reale…) quella del giovincello, tra l’altro vessato e ostacolato in tutti i modi da un padre che non si rende conto della portata epocale delle idee del figlio; ma rivoluzionaria anche l’idea degli sceneggiatori, che rivolgendosi a un pubblico di ragazzini per la maggioranza iperalimentati, introduce il sano vizio del dubbio nelle loro menti. E lo fa senza aver bisogno di “tirate” didascaliche (come quelle, ad esempio, che appesantiscono documentari di denuncia del genere Super size me). Sì, è vero senza ombra di dubbio: troppi hamburger e alimentazione a base solo di cibi fast food portano a gravi problemi di salute. Il bello è che Piovono polpette ti mette la pulce nell’orecchio, ti instilla qualche pensierino critico, ma lo fa mentre ti diverte al massimo. Sta qui la sua forza. E per i danni causati dalla macchina “sputa cibo” si rimanda alla seconda puntata, uscita nel 2013…
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Crediti immagini Apertura: screenshot del film Lo spaventapasseri Box: locandina del film Piovono polpette
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