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L’Isis o Is controlla oggi (22 settembre 2014) un vasto territorio compreso tra le coste della Siria e le regioni situate a sud di Baghdad. Occupa militarmente decine di città importanti in Iraq e in Siria, in cui ha imposto la shari’a. Attraverso centinaia di devastanti attentati terroristici, esecuzioni e rapimenti di massa (in particolare di donne e minori) che hanno fatto migliaia di vittime, ha dimostrato di non esitare di fronte all’uso più estremo della violenza e di essere capace di propagandarla in forme drammaticamente efficaci, come nel caso della decapitazione dei due giornalisti americani James Foley (19 agosto) e Steven Sotloff (1° settembre) e dell’operatore umanitario britannico David Haines (13 settembre), ripresa a video e postata su internet. Attualmente l’Is tiene prigionieri diversi ostaggi americani ed europei e forse anche italiani. Sebbene non sia del tutto chiaro in quale misura, esso ha dato avvio a un’opera di reclutamento attivando cellule jihadiste in Europa e in America che in parte si sono precipitate a sostenere la “guerra santa” nello “Stato islamico” e in parte minacciano, con una sapiente strategia del terrore, di portare il jihad in Occidente. In questo modo, la sua sfida è diventata globale.
È possibile che la forza dell’Isis venga in futuro ridimensionata, quanto meno nel medio periodo. Accanto a un isolamento sempre più pronunciato, avranno quasi sicuramente un ruolo importante i raid aerei che soprattutto gli USA hanno recentemente cominciato a effettuare, sostenuti in questo da un’ampia coalizione internazionale che comprende anche diversi paesi arabi. È con tale sostegno – questa almeno la convinzione del presidente USA Barak Obama – che gli stessi iracheni potranno forse contenere e alla fine neutralizzare la sfida dello Stato islamico. La situazione rimane, però, estremamente tesa e complessa, perché i bombardamenti aerei rischiano a loro volta di rinsaldare le diverse forze jihadiste che operano non soltanto in Iraq e in Siria, ma anche nel Nordafrica e nel Maghreb. Il pericolo, insomma, è che l’incendio si sviluppi su vasta scala.
L’Isis rappresenta dunque una grave minaccia. In primo luogo, per i complicatissimi equilibri del Medioriente, che potrebbero essere sconvolti dal diretto coinvolgimento di potenze regionali quali soprattutto l’Iran e dalle imprevedibili conseguenze che un tale coinvolgimento potrebbe produrre in un’area già da molto tempo resa instabile da altre irrisolte questioni, prima fra tutte quella palestinese. In secondo luogo, per l’annosa e più generale questione dei rapporti tra Islam e Occidente, che rischia nuovamente di infiammarsi – come è già successo al principio del XXI secolo – in una spirale senza fine di violenza terroristica e di brutali risposte militari ispirate in qualche modo al principio della “guerra preventiva”.

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