Cinema e velocità

Luigi Paini

Ventiquattro fotogrammi al secondo: una velocità da “Formula 1” quella del cinema, ai vecchi tempi della pellicola! All’inizio era un poco inferiore, circa 16 fotogrammi al secondo, eppure già sufficiente per trasformare le singole immagini ferme nell’illusione del movimento sullo schermo. Luce elettrica + ingranaggi sempre più perfezionati + pellicola in grado di resistere ai continui “strappi” dovuti al movimento intermittente: il cinematografo nasce grazie al formidabile progresso tecnologico della fine dell’800, in tutto e per tutto “figlio” della Rivoluzione industriale. La velocità ne è uno dei componenti essenziali, in quanto solo grazie al rapidissimo scorrere della pellicola si attua la magia del movimento. Non solo: nei decenni successivi la velocità diventa via via parte essenziale di moltissime delle storie raccontate. Treni, auto, aeroplani, missili, stazioni spaziali lanciate verso i confini dell’Universo, inseguimenti a rotta di collo: le pre-visioni del Futurismo con il cinema diventano realtà.

PS: sul rapporto cinema/velocità può bastare una sola, celeberrima sequenza: la corsa folle della diligenza inseguita dai pellerossa in “Ombre Rosse”. Cavalli lanciati pancia a terra, le ruote che rischiano di staccarsi a ogni sobbalzo, i passeggeri che stanno per essere sopraffatti, l’arrivo a passo di carica dei “nostri”. Montaggio perfetto, paesaggio monumentale, tensione ai massimi livelli, tutto a passo di carica: puro, purissimo, inarrivabile cinema.

 

Buster Keaton di corsa, antologia a cura di Francesco Ballo

Non un solo film, ma una serie di gag tratte da tanti film di uno dei massimi geni della storia del cinema, Buster Keaton.  Il “comico che non rideva mai”, così viene ricordato: il suo volto sempre serissimo, anzi con una profonda vena di malinconia, entra in perenne contrasto con quanto capita al suo corpo, vittima di ogni sorta di sballottamento. Il gioco è chiaro: nessun essere umano potrebbe mai resistere a quei traumi, ma lui ne esce immancabilmente (e davvero miracolosamente) indenne. E poi c’è la sua corsa, formidabile, irresistibile, generalmente in qualità di inseguito. Non solo corsa a piedi: in auto, in treno, a cavallo, in motocicletta… L’antologia curata e montata da Francesco Ballo ce ne offre un campionario completo, traendolo da gran parte dei suoi film più famosi. Ad esempio da “Il cameraman”, del 1928: nella sequenza scelta, Buster corre a perdifiato attraverso la città. Per una volta non è inseguito. In realtà ha appena ricevuto una telefonata dalla giovane donna di cui si è innamorato. Mentre lei è ancora alla cornetta, dopo avergli proposto un appuntamento, lui è già partito a razzo per raggiungerla. In mezzo a un traffico indiavolato, schivando i passanti, rischiando l’osso del collo, in pochi secondi ha già attraversato la città! Ed eccolo davanti a lei, ancora intenta a parlare al telefono con lui. Miracolo dell’amore e della… velocità!

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A 30 secondi dalla fine, di Andrej Konchalovskij (Usa 1985)

Un treno lanciato a folle velocità, tra i ghiacci dell’Alaska. Impossibile fermarlo, perché il macchinista è morto a causa di un attacco di cuore, e le porte della potente locomotiva sono sbarrate. A bordo ci sono solo tre persone: due evasi da un carcere di massima sicurezza e una giovane operaia che era rimasta a dormire sul convoglio. Il modo con cui il film gioca sulla velocità è duplice. Da una parte c’è appunto la corsa senza freni, con l’impossibilità da parte dei passeggeri di raggiungere la cabina di guida; dall’altra c’è l’inseguimento da parte del direttore del carcere, un mastino che non lascia mai le cose a metà. Dunque, chi è il “buono”? Manny, il più carismatico dei due evasi, diventato un eroe per gli altri prigionieri, oppure il direttore, che si è conquistato la fama di sadico? Lo spettatore assiste a questa pazzesca sfida, portata avanti dall’inizio alla fine sullo sfondo di una corsa che da un momento all’altro può finire in catastrofe. Correre, correre, correre, ma verso dove? Il titolo originale, “Runaway train”, offre una chiara chiave di lettura: quel treno, così come i protagonisti del film, è lanciato verso il nulla. Il cinema hollywoodiano di una volta prediligeva l’happy end, il lieto fine: ma a metà degli anni 80, dopo i cambiamenti epocali dei decenni precedenti, il finale tragico (e simbolico) non poteva affatto essere escluso a priori…

 

Speed, di Jan de Bont (Usa 1994)

Questa volta tocca a un autobus. Come il treno di “A 30 secondi dalla fine” sta viaggiando a velocità sostenuta, ma con una sostanziale differenza: quello non “poteva” essere fermato perché non c’era nessuno ai comandi, questo non “deve” fermarsi e nemmeno rallentare, perché una bomba piazzata a bordo da un terrorista scoppierebbe nel caso la velocità scendesse al di sotto delle 50 miglia all’ora. Un pretesto narrativo che può apparire alquanto cervellotico, ma che funziona come “leva” della suspense. Infatti, così come nel film di Konchalovskij la tensione è data dall’intrecciarsi della caccia all’uomo e dalla paura-quasi certezza che il treno finisca per sfracellarsi, così qui il fatto di non poter rallentare, pena la morte, mantiene una tensione vivissima per tutto il tempo del racconto. Il terrorista che agisce da lontano, l’eroe che cerca di disinnescare l’ordigno, la donna autista (si scoprirà poi che non ha nemmeno la patente…) impegnata allo spasimo per non frenare mai. Tutti ingredienti “al peperoncino”: l’importante è non avere mai un attimo di tregua, perché così vuole il genere di “azione” in cui il cinema americano detta legge da sempre. E allo spettatore, quella bomba sotto l’autobus sembra proprio piazzata sotto la sua poltrona.

 

Rush, di Ron Howard (Gran Bretagna, Germania, Usa 2013) / Le Mans ’66 – La grande sfida, di James Mangold (Usa 2019)

Correre più forte del tuo rivale può giustificare il rischio della vita? La velocità è tutto oppure ci sono valori più grandi? Una rivalità leggendaria, quella tra i piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda, è al centro del film. Il giovane, impetuoso corridore inglese, insofferente alle regole, contro il compassato, determinatissimo austriaco. Due “eroi” così nettamente delineati sembrano nati apposta per dividere le tifoserie: o con l’uno o con l’altro, non ci possono essere vie di mezzo. I loro continui duelli, che vanno avanti fin dalle serie minori, sono destinate a esplodere nei Gran Premi di F.1, durante gli anni ’70. Non si amano i due, hanno frequenti battibecchi, sembra quasi che tra di loro non ci possa essere rispetto reciproco. Chi sarà il più forte? Chi dimostrerà maggiore maturità e nervi saldi? E, soprattutto, fino a che punto si potrà rischiare di sacrificare la vita sull’altare della dea velocità?

Ancora una sfida nel film di Mangold, ambientato nel decennio precedente. Ford contro Ferrari, la prima impegnata a fermare il predominio della seconda sul circuito della più famosa gara del mondo, la mitica 24 Ore di Le Mans. Ma anche di due uomini contro se stessi: un ex pilota, costretto a lasciare le corse per problemi cardiaci, e un suo amico dal carattere impossibile, anche lui corridore di prima fascia. Entrambi devono dimostrare di non essere finiti: il primo in qualità di manager del team sportivo Ford che cercherà finalmente di vincere la corsa francese, il secondo superando ogni avversità e ogni contrasto da parte di manager ottusi per conquistare il ruolo di prima guida. Anche in questo caso una storia vera, ovviamente “romanzata” con tutta la potenza di un cinema che ormai non conosce limiti. Grande velocità e grande umanità, per una volta, non fanno solo rima: coincidono.

 

Cars – Motori ruggenti, di John Lasseter (Usa 2006)

Abbiamo iniziato con la leggerezza di Keaton, terminiamo con la formidabile, gioiosa fantasia di Lasseter. Automobili da corsa con un cuore umano: Saetta McQueen, esordiente nella prestigiosa Piston Cup, e i suoi principali avversari, il mitico “The King” e l’eterno secondo Chick Hicks, specialista soprattutto in manovre scorrette. La poetica del “mago dell’animazione” Lasseter si concentra ancora una volta nel dare vita a cose inanimate: come i giocattoli di “Toy Story” anche le rombanti vetture di “Cars – Motori ruggenti” si dimostrano capaci di sentimenti, desideri, passioni. Hanno, insomma, un volto che ce le rende di volta in volta simpatiche, odiose, amiche, detestabili. Le seguiamo nelle loro fantastiche corse sulle piste, mentre compiono accelerazioni e manovre formidabili. Primeggiare, andare più veloci dell’avversario, proprio come sui circuiti reali. Con in più, e non è certo poco, le possibilità infinite offerte dall’animazione. Tutto può diventare reale, nulla è impossibile. A patto, e questo Lasseter lo sa benissimo, di creare empatia fra il protagonista e lo spettatore. La lotta di Saetta per la vittoria, la sua passione per la velocità sono al servizio di qualcosa di superiore: la conquista di un “di più” di umanità, un percorso continuo, pur attraverso mille traversie, verso una piena maturità. Lasciando ovviamente aperta la porta a nuove avventure: “Cars 2” e “Cars 3” si annunciano già dietro l’angolo.

 

Crediti immagini
Apertura: Fotogramma di Ombre Rosse pubblicato sulla copertina del National Board of Review Magazine (Wikimedia Commons)
Box: Oscar “Manny” Mannheimer (Jon Voight) in una scena del film (Wikimedia Commons)

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